Ezzelino da Romano, secondo Dante

Dante nella Commedia diceva che Ezzelino aveva i capelli nerissimi con una anomala attaccatura bassa sulla fronte: ha fatto paura, quand’era in vita, il tiranno Ezzelino, descritto per secoli come l’emissario del Diavolo, il tumore della Cristianità, il grande nemico della fede e della morale.
In realtà, la ricerca storica più recente ha meglio studiato la figura politica e culturale di Romano d’Ezzelino, tiranno veneto, ghibellino convinto, vicario dell’imperatore Federico II (e suo genero, avendone sposata la figlia Selvaggia), amico e mecenate di artisti e poeti (molti trovatori provenzali ebbero ospitalità alla sua corte quando fuggirono dalla Francia per le persecuzioni contro gli albigesi).
Suo padre, Ezzelino il monaco, come mi ricorda Bastianon , aveva fatto nascere già nel 1204 un’università a Vicenza (vent’anni prima che cominciasse quella di Padova). E lui seppe costruire il più grande progetto politico veneto del Medioevo, volendo creare uno Stato feudale, unitario, collegato con le terre imperiali della Germania (attraverso le valli dell’Adige veronese e di quello trentino e altoatesino, contro le mire d’espansione di Venezia e contro il particolarismo dei Comuni e delle città.
Ma dopo il 1250, tutto precipitò: morto il suo grande alleato, Federico II, contro Ezzelino si mosse prima una crociata (conclusa il giorno di san Bartolomeo del 1259) e poi una strage che ne distrusse l’intera famiglia e il castello di San Zenone (nel 1260).
Poi arrivò Rolandino da Padova, storico e giurista, che scrisse una cronaca degli anni di Ezzelino a Padova, (commissionata dalle autorità ecclesiastiche antighibelline), approvata dall’Università e presentata con una cerimonia nel 1262, presso il chiostro della chiesa di Sant’Urbano. E di Ezzelino nacque la leggenda nera del figlio del demonio che ancora adesso in certe notti di luna piena lo si sente rimestare le catene di lucifero nei sotterranei infernali tra Asolo e San Zenone. Di quest’uomo, astuto e crudele come tutti in quell’epoca, rimasero nella fantasia popolare le immagini delle vessazioni inferte ai padovani da lui conquistati.
E alla fine, Ezzelino subì la condanna all’oblio per cui nessuno più doveva conservarne la memoria, le gesta, le imprese. Su di lui, cenere, disprezzo, dannazione. Il suo castello venne abbattuto, il terreno arato e sparse sale e cenere sopra.
Dante, che era un bastian contrario, si sottrae a questo clima di silenzio e lo fa ricordare dalla sorella Coniglia (Cunizza): essa dichiara che nella Marca Trevigiana compresa tra la Repubblica di Venezia e le sorgenti di Brenta e di Piave sorge un colle non molto alto, da dove discese Ezzelino da Romano che esercitò il suo tirannico dominio su tutta la regione…