Il potere e le immagini: Federico II di Svevia

Il potere e le immagini: Federico II di Svevia

L’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) fu un sovrano dotato di grande carisma, dalla personalità affascinante e poliedrica, che alimentò numerosi miti e leggende popolari. Il suo aspetto fisico e psicologico è descritto in alcuni documenti, in particolare in una lettera di papa Innocenzo III, che del rampollo di Enrico VI nel 1208 scriveva: La statura del re non è piccola, ma neppure superiore a quella che la sua età richiede. L’Autore universale della natura gli ha dato membra robuste in corpo solido. A ciò aggiungi una maestà regale, un volto e un tratto maestoso, uniti ad un aspetto gentile e bello: fronte serena, occhi brillanti, viso espressivo, animo ardente e ingegno pronto. In una cronaca di Salimbene da Parma, quest’ultimo diceva dello Svevo: Era un uomo scaltro, avaro, lussurioso, collerico e malvagio. Di tanto in tanto tuttavia rivelava anche buone qualità, quando era intenzionato a fare mostra della sua benevolenza e liberalità: allora sapeva essere lieto, amabile, pieno di grazia e di nobili aspirazioni. Leggeva, scriveva, cantava e componeva melodie. Era bello e ben fatto, seppure di non alta statura. Infatti, una volta lo vidi e per qualche tempo l’onorai.

Non sono numerose, invece, le testimonianze iconografiche, e per quasi nessuna siamo sicuri che il personaggio rappresentato sia effettivamente Federico II. D’altro canto sarebbe quantomeno strano che un imperatore a cui l’arte era così cara, tanto da adornare i suoi castelli con molte statue, non abbia avuto ritratti. Forse egli fondò, oltre a una scuola poetica, anche una scuola di scultura. Di certo influenzò in maniera importante gli scultori del tempo. Per Federico la scultura antica era emblema di una grandezza e di una perfezione da recuperare. Il sovrano, dalle sembianze stilizzate, appare nelle monete, che egli volle chiamare augustali, con il capo cinto dall’alloro e un manto sulle spalle. Stilizzate sono pure le miniature presenti all’interno del trattato di falconeria, il De arte venandi cum avibus, scritto dallo Svevo. L’imperatore, sul trono, tiene con la mano destra un giglio. Il volto è ampio, disteso e senza barba, l’espressione è delicata, la bocca sottile e la capigliatura folta. Nello stesso libro, in un’altra miniatura, il sovrano, sempre seduto sul trono, sta istruendo un falconiere. In questa immagine, a differenza della precedente, porta una barba ben curata.

Nella cattedrale di Bitonto abbiamo un bassorilievo ben conservato che rappresenta le figure di quattro dominatori. Secondo diversi studiosi, si parlerebbe di Barbarossa, Enrico VI, Federico II e il figlio Corrado IV. Lo scultore ha dato il massimo risalto proprio a Federico, non preoccupandosi però della somiglianza somatica. I volti, infatti, sono tutti stilizzati. Presso il museo di Capua vengono invece conservate le statue che, posizionate in nicchie, abbellivano la porta Capuana. Sono busti risalenti a dopo il 1239, terminati probabilmente nel 1247. Al centro stava l’imperatore, circondato da Pier delle Vigne e Taddeo di Suessa. Il gruppo forse era sovrastato dalla raffigurazione della Giustizia. L’identificazione dello Svevo però non è sicura, in quanto la statua fu devastata dai soldati napoleonici nel 1799: resta solo il torso privo di braccia e testa.

Attorno alla metà del XVIII secolo venne eseguito un calco della testa della statua del sovrano. Questo calco andò perduto, fino a quando fu rinvenuto poco prima della Seconda Guerra Mondiale a Caserta, in un casolare. Il destino dell’opera doveva però essere infausto, perchè finì distrutta nel corso di un bombardamento. Oggi possediamo un ulteriore calco, noto come Gesso Solari. Un disegno custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, nell’album di Sèroux d’Agincourt, e precedente alla decapitazione della scultura, dimostra la fedeltà iconografica di questo calco rispetto all’originale. L’imperatore, seduto sul trono, indossa un’alba (veste bianca) e una dalmatica (tunica) lunga fino ai piedi. Sulla testa è posta una corona gemmata. L’aspetto dello Svevo è giovanile, anche se qui doveva avere già quaranta-quarantacinque anni.

Nel 1948 l’archeologo Guido Von Kaschnitz-Weinberg ritrovò a Lanuvio una testa marmorea che potrebbe essere il ritratto di Federico II. In seguito Adriano Prandi dell’Università di Bari scoprì un busto che raffigurava l’imperatore, risalente al XIII secolo. Sulla testa spicca la corona di alloro, mentre una fibula sulla spalla destra regge il manto. La statua è senza braccia e il naso è mutilato, mentre la bocca risulta danneggiata. Il viso magro, scarno, segnato dal dolore, sembra restituire i tratti del sovrano nell’ultima parte della sua esistenza. L’espressione rimane comunque fiera, nobile, altera e indomita. Le fattezze del personaggio qui non sono stilizzate, l’impronta è marcatamente realistica. Manca un documento che permetta di stabilire senza esitazioni che il busto, detto di Barletta, ritragga Federico II e non un altro monarca. E anche se la scultura appare molto vicina alla personalità dello Svevo nella fase finale di vita, non tutti gli esperti concordano: per qualcuno si tratterebbe di Giulio Cesare.

Numerose sono in verità le opere di attribuzione dubbia, in passato accostate all’imperatore perchè richiamavano l’iconografia delle monete augustali. Tra queste un busto custodito nel museo della cattedrale di Acerenza, che in passato era collocato sulla facciata, un busto conservato negli Staatliche Museen di Berlino, il frammento Molajoli che si trova presso la Pinacoteca provinciale di Bari e proviene da Castel del Monte, fortezza fatta realizzare da Federico II, la testa della collezione Nacci di Bitonto e una serie di statue equestri, come i cavalieri di Bamberga e Magdeburgo.

Nonostanze l’assenza di certezze sui presunti ritratti dello Svevo sopravvissuti fino a noi, va messo in evidenza che ottocento anni fa l’imperatore aveva già compreso l’importanza dell’immagine quale mezzo di governo. Essa non a caso era ostentata a fini politici con una compostezza quasi divina e ai baroni, ai dignitari di corte venivano imposti atteggiamenti conformi a quelli tenuti da Federico II. Il sovrano intendeva ammantarsi di sacralità davanti agli altri uomini, per esercitare su di loro influenza. Nei suoi viaggi si faceva accompagnare da un incredibile stuolo di matematici, filosofi, poeti, musici, splendide ballerine e animali esotici, oltre che di soldati e cortigiani. I sudditi lo ammiravano e il mito si diffondeva, sfidando anche la grandezza dei papi e il potere della Chiesa.

Fonti consultate:

– Eberhard Horst, Federico II di Svevia, Biografie Rizzoli, 1981

www.treccani.it, Francesco Gandolfo, Federiciana (2005)

www.stupormundi.it, Francesco Sernia, L’immagine e il potere

Testo completo in PDF http://www.monseliceantica.it/wp-content/uploads/2019/11/Iconografia-di-Federico-II.pdf