Storia cronologica di Monselice nelle carte d’archivio

 Storia cronologica di Monselice dai documenti d’archivio

La conquista longobarda

Il primo documento che cita la città di Monselice risale al 568  è riporta la conquista Longobarda della città. Secondo Paolo Diacono “igitur Alboin Vicentiam Veronam et reliquas Venetiae civitates, exceptis Patavium et Montemsilicis et Mantuam, cepit. Recenti scavi condotti sul monte della Rocca dal prof. Brogiolo sembrano confortare questa affermazione e datazione. Il periodo bizantino fu di breve durata: nel 602 i Longobardi di Agilulfo occuparono, dopo Padova, anche Monselice, che diviene una importante postazione di confine contro  l’Esarcato  (Ferrara,  Samoggia e Argenta). Altra significativa menzione di Monselice è nella Promissio Carisiaca (754): secondo il Liber Pontificalis a Quierzy il re dei Franchi Pipino avrebbe promesso di donare al papa Adriano IV le città e i terreni compresi per designatum confinium tra Luni e Monselice, cioè i territori bizantini non ancora in mano longobarda nel 601. Monselice, capoluogo di circoscrizione dopo la conquista di Padova, governata da un “gastaldo” in et… longobarda, poi  comitatus  in età carolingia, è ricordata nei “pacta” dell’ 840 di Lotario, con Vicenza, Gavello e Comacchio, mentre Padova non è neppure citata. Nel 970 Padova diviene sede comitale: la iudiciaria di Monselice mantiene la sua autonomia e la sua dipendenza dal fisco regio. Si formano quindi sul suo territorio grandi patrimoni monastici (914 donazione al monastero veneziano di S. Zaccaria della corte di Petriolo con la chiesa di S. Tommaso, 970 donazione del vescovo di Padova all’abbazia di S. Giustina della chiesa di S. Martino con i beni ad essa pertinenti, etc.).

Nascita del Comune di Monselice tra Federico Barbarossa e Padova

Anche se il populus di Monselice appare citato fin dal 1157 come soggetto in grado di determinare i confini con la vicina Pernumia, la prima lista di consoli è attestata nel 1162 (altre nel 1165, nel 1174, etc.). Alla guida della città si alternano con i consoli i podestà: il primo è attestato nel 1179, un altro nel 1198. Accanto a loro troviamo i legati imperiali come Pagano (1160-61) mentre i passaggi di Federico Barbarossa nel 1161 e 1184, indicano l’appartenenza di Monselice al partito imperiale nel difficile periodo dello scontro culminante nella battaglia di Legnano (1176) e nella pace di Costanza (1183) che sancirono l’entrata di Monselice nell’orbita di Padova. L’escavo del canale di Battaglia (Bisatto), iniziato nel 1189 e durato 12 anni, è il segno più vistoso sul territorio dell’espansione politica e commerciale di Padova verso l’Adige. Nel 1206 – ad esempio – le sentenze dei giudici di Monselice sono rese esecutive da funzionari del podestà di Padova, nel 1215 illi de Montesilice militavano nell’esercito padovano nella battaglia delle Bebbe contro Venezia. L’influenza di Padova nella vita civile di Monselice è testimoniata anche nel 1222 quando troviamo a Monselice dei “ingrossatori” padovani cioè ufficiali incaricati di intervenire nel libero mercato degli immobili fondiari e addirittura nel 1226 è citata una domus porticata del Comune di Padova destinata ad esigenze amministrative e giudiziarie.

Monselice in eta’ Ezzeliniana

Dopo la pace di Costanza (1183) tra comuni ed impero, Monselice entra nell’orbita di Padova, la quale gli presta particolari attenzioni, considerandola un insostituibile baluardo a protezione della pianura sud-orientale fino all’Adige. Il duecento è importante per Monselice poiché viene a trovarsi coinvolta direttamente nelle lotte tra i comuni e il nuovo imperatore svevo Federico II. Il tedesco era deciso con fermezza a debellare definitivamente la presenza dei comuni in Italia. Nel 1232 giunge a chiedere aiuto a Venezia, la quale rifiuta.

Trova l’accordo invece con Ezzelino da Romano, con il quale otterrà facili ed immediati successi. Nei primi mesi del 1237 Federico II scendeva in Italia e Monselice decise di offrirsigli, Ezzelino non chiedeva di meglio. Conquistati i territori circostanti, il 19 febbraio 1237 riuscì ad occupare Monselice senza colpo ferire, grazie all’opera di Nicolò da Lozzo, congiunto di Pisano (Pesce) Paltanieri. Pesce Paltanieri il maggiore dei  castellani di Monselice, parlando nell’assemblea ghibellina, ribadì la fedeltà dei monselicensi all’impero. Lo stesso Federico II nel 1239 dimorò (?) a Monselice, tenendo corte e tribunale  e  ordinando  di fortificare il monte della Rocca con un largo giro di mura intorno ad essa, un vero e proprio “castello”.  Un documento estremamente interessante dell’epoca è il cosiddetto “catastico di Ezzelino” (inventario delle terre sottoposte alla decima della Pieve di S. Giustina) redatto prima del 1256, dal quale si apprende che oltre 250 campi di terra appartengono alla “curia domini Ecelini”.

Conquistata la città della Rocca l’obiettivo naturale per il genero dello svevo è Padova. La città capitola senza molte difficoltà il 23 febbraio 1237. La sconfitta decisiva dei comuni italiani Federico II l’ottiene a Cortenuova il 27 novembre del 1237.

Dopo questa vittoria ristrutturò il “regnum italiae” e lo divise in vicariati, il genero Ezzelino da Romano (aveva sposato la figlia Selvaggia) diventa vicario imperiale per la Marca Trevigiana. Nel 1239 Federico II visita, seppure frettolosamente, Monselice e si rende conto della sua importante posizione strategica e ordina la costruzione di nuove fortificazioni per difendere efficacemente il luogo.

Questo comporta l’abbattimento del Duomo Vecchio e il suo trasporto più in basso nel colle, cosa determinata anche dal fatto che la popolazione aveva cominciato a ripopolare il piano. Il Duomo viene consacrato nel 1256 ed allora era arciprete Simone Paltanieri, il figlio del Pesce Paltanieri che aveva contribuito a rendere Monselice città fedele all’Impero.

Appartenente ad una delle famiglie più potenti della città, di Simone è sconosciuta la data di nascita, di poco anteriore al 1200. Nel 1234 un documento ce lo segnala come arciprete di santa Giustina di Monselice; quattro anni più tardi lo troviamo canonico presso la cattedrale di Padova. Dal 1254 diventa delegato apostolico della diocesi di Aversa e vescovo l’anno successivo, carica a cui rinuncerà nel 1256. In quell’anno il Paltanieri è a Padova e dopo la cacciata di Ezzelino si premura presso il vescovo per lo spostamento più in basso nel colle della sede del Duomo. Nel 1261 il papa Urbano IV lo eleva alla porpora cardinalizia e avrà funzioni di legato nella Marca d’Ancona, nel Ducato di Spoleto e nella Massa Trabaria.

Presente al conclave in cui viene eletto nel 1271 Gregorio X, nel 1274 lo troviamo a Lione ad assistere il papa nel II concilio ecumenico. L’anno successivo è di nuovo a Padova, nel 1276 si reca a Viterbo con il nuovo papa Innocenzo V. Las data della morte è approssimativa, ma l’ultima notizia che se ne ha è relativa al testamento redatto il 7 febbraio 1277 a Viterbo.

Ritornando alle vicende legate ad Ezzelino, nel 1239 Federico II è scomunicato per la seconda volta e di questo ne approfittano i feudatari (tra cui gli Estensi) per sottrarsi al suo controllo. Ezzelino viene incaricato di attuare il bando nei loro confronti e utilizza Monselice come centro delle operazioni militari da condurre contro Este. Nel frattempo l’imperatore cominciava a declinare e nel 1245 il papa Francesco IV lo solleva dall’ufficio imperiale, scatenandogli contro tutte le forze ostili. Di questo approfitta Ezzelino, che cerca di instaurare un potere personale su quei luoghi fino ad allora controllati per conto dell’imperatore. Fa sua Monselice nel 1249 e la terrà fino al 1256. Al suo nome è legato il castello, ma sembra che non avesse stabile dimora nella città, ma preferisse girovagare per le sue fortezze, onde non offrirsi quale facile bersaglio per i suoi nemici. Nel 1254 viene scomunicato e si indice contro di lui una crociata. Nell’arco di due anni Padova viene liberata e nel gennaio 1256 anche Monselice è posta sotto assedio e si arrenderà solo verso la fine dello stesso anno.

Passata la bufera ezzeliniana Monselice passò sotto i marchesi d’Este, ma nel 1259 Azzo VII, operato dai debiti, cedette la città al Comune di Padova, impadronitasi già di Vicenza e Bassano.  Dal 1257 Monselice (dopo la caduta di Ezzelino) è di fatto governata dal comune di Padova. In questo periodo Padova esercita una forte influenza sulla nostra città e ogni sei mesi  inviava a Monselice due podestà ai quali veniva corrisposto  un  salario di 200 lire, il più alto del territorio. Accanto a loro sedeva un commune consilium (liste di 60-80 “consiliarii”  per  il 1268, 1284), in parte esponenti del ceto nobiliare,  in  parte provenienti dalla buona borghesia. Vi era poi “l’arengo” o l’assemblea popolare dei “vicini et habitatores” (nel 1317 ben  664 votanti,  notai,  sarti, barcaioli, fabbri,  stuoiai,  cavallari,  facchini, etc.)[1].  Nel 1308 la cancelleria del comune di Monselice contava già una novantina di registri contabili, giudiziari e legislativi, oltre a due libri di statuti e una quantità imprecisata di pergamene sciolte. Si compilavano registri, carte e pergamene per gestire la vita politica, la vita economica e quella privata, alcuni dei quali sono giunti fino a noi.

L’aspetto della città di Monselice nel Duecento

Monselice sul finire del Duecento si presenta ormai come un centro urbano fiorente, si arricchisce di monumenti significativi: il Torrione a testimonianza della sua importanza strategica, la Torre di Piazza simbolo delle libertà comunali e il Duomo Vecchio voluto dal cardinale Simone Paltanieri. Il territorio urbano si presenta suddiviso in quartieri: il primo è detto Callis de ripa, il secondo Callis de medio, il terzo Sancti Martini e il quarto Capitis Vici. Il Monte Ricco è compreso nei singoli quartieri, mentre il frastagliamento delle proprietà su di esso appare in contrasto con la superficie della Rocca che non era assoggetta ad alcune decima. Risale a quest’epoca il primo ricordo della fiera che si teneva annualmente a Monselice e per tutta la sua durata (15 giorni) Padova inviava un giudice, un console due notari e due “commandatori” per il disbrigo di vertenze giuridiche o penali che potevano sorgere tra coloro che vi partecipavano.

Nel 1276 si decide inoltre che la “riveria” che da Padova andava a Monselice dovesse essere migliorata onde consentire un migliore sistema di comunicazione tra i due centri. Per migliorare la navigabilità del canale della Battaglia vennero fatti alzare di almeno 2 piedi i mulini di Bagnarolo.

Il Trecento.  Scaligeri (1317-1338) e  Carraresi: lotte per il possesso della città

Il XIII sec. per Monselice si chiude con il concilio che l’arcivescovo Bonaventura tenne il 27 maggio 1289. Nonostante l’impero fosse ormai in crisi irreversibile, il partito ghibellino a Padova era ancora forte e si giunse a uno scontro alquanto feroce coni guelfi, tanto da costringere il vescovo a rifugiarsi nella città della Rocca.    Nel concilio, dopo una scomunica contro la città di Padova, vennero abrogati gli statuti ghibellini e sanciti i patti di pace tra le due fazioni. Ma ormai l’istituto comunale stava tramontando e il Trecento vede l’affacciarsi sulla scena politica nuovi protagonisti particolarmente intraprendenti: le Signorie. A Verona un paio d’anni dopo la sconfitta di Ezzelino è Cangrande della Scala ad impadronirsi del potere, esautorando le magistrature cittadine. A Padova Iacopo da Carrara nel 1318 subentra al comune nel controllo della città, così come i Visconti a Milano, gli Estensi a Ferrara e i Gonzaga a Mantova.

Il Trecento è un secolo di lotte accanite e Monselice viene a trovarsi al centro di continue operazioni militari con conseguenze pesanti per gli abitanti. La prima guerra che Monselice subisce in questo secolo è quella scatenata da Cangrande della Scala e continuata poi da Mastino II, i quali volevano estendere il loro dominio su larga parte dell’Italia sett. E centrale. Nel loro cammino tuttavia trovarono ad ostacolarli Firenze, i Visconti di Milano e soprattutto Venezia, che temeva di venire a trovarsi isolata sullo stretto lembo della laguna veneta. Gli scaligeri, nel loro progetti di conquistare Padova, tentano un primo attacco contro Monselice nel 1314, senza che questo abbia successo. La fortuna gli arrise nel 1317, quando, grazie al tradimento di un certo Maometto, riuscì a penetrare nella città e accingere d’assedio la Rocca nella quale s’era rifugiato l’allora podestà Bresciano de Buzzacarini. L’assedio non durò a lungo, infatti i Paltanieri convinsero il podestà a cedere la Rocca agli Scaligeri.

Dopo Monselice venne il turno di Padova. A questo punto Venezia si intromette nella guerra, preoccupata per i disagi che procurava alla sua economia, e anche per il continuo espandersi della potenza scaligera. Nel febbraio del 1318 si giunge pertanto alla firma di un trattato di pace tra Padova e Verona, alla quale va una fetta consistente del territorio posti a sud di Padova. Ma era una pace molto debole, Padova veniva a trovarsi in una situazione alquanto precaria, persa la Rocca  monselicense era esposta con facilità ad ogni attacco che le si muovesse.

Cangrande scatenò nuovamente le ostilità contro Padova e solo con il nuovo intervento di Venezia si concluse una nuova pace. I Veronesi continuarono a stringere d’assedio la città, ma nel 1320 in luglio subirono un rovescio da parte dei padovani al Bassanello, mettendoli in fuga. Le truppe dei da Carrara giunsero a cingere d’assedio Monselice, ma per timore di un ritorno dello Scaligero ritornarono a Padova, stipulando un terzo trattato di pace.

Quattro anni più tardi, nel giugno del 1324, sono i Padovani a prendere l’iniziativa attaccando i territori scaligeri arrivando fino a Monselice, ma senza riuscire a conquistarla. Nel 1234, morto Iacopo da Carrara, gli succede Marsilio II, che aveva ottenuto la protezione veneziana. Le ostilità durarono fino al 1328, quando Marsilio ridotto allo stremo delle forze cedette Padova. Marsilio accetto di rimanere con le funzioni di vicario del Cangrande, il quale morirà nel 1329.

Il successore Mastino della Scala, preoccupandosi delle possibili reazioni di Venezia, mandò Marsilio a negoziare con la città lagunare. In realtà il Carrarese negoziò per stesso. Ottenendo, infatti, che Venezia gli garantisse il possesso di Padova, Monselice, Este, Castelbaldo, Cittadella e Bassano, dandogli in cambio garanzie economiche e l’impegno di una alleanza difensiva. Nel 1336 la guerra tra Venezia e Verona, l’anno successivo Padova è riconquistata e si cinge d’assedio Monselice.

Nonostante i ripetuti attacchi condotti contro la città, gli assedianti non riuscivano a penetrare; le ferocie, da una parte e dall’altra si sprecavano. Ubertino da Carrara, succeduto nel frattempo a Marsilio II, visto che con i mezzi normali non riusciva a penetrare ella cinta muraria, ricorse al tradimento. Per mezzo di un tale Galmarella o Gallinarella riuscì a corrompere alcuni soldati della guarnigione. Il 27 novembre 1338 la Rocca cadeva e finalmente Padova riacquistava come suo territorio Monselice.

Con la pace di Venezia del 1339 si sancisce la sconfitta definitiva degli Scaligeri, il ritorno dei da Carrara a Padova (sotto l’influenza veneziana) e l’acquisto di alcuni territori della terraferma (Treviso e la Marca Trevisana) da parte Venezia.

I Carraresi a Monselice (1338-1405)

Ubertino da Carrara conquista Monselice il 19 agosto 1338 e per la città iniziò un cinquantennio di pace sotto i Carraresi. A proposito della famiglia signora di Padova è opportuno ora aprire una parentesi per parlare delle vicende che la portarono a perdere il potere su Padova e soprattutto a veder distrutta la casta da parte di Venezia.

Ricordiamo che è grazie alla Serenissima se i Carraresi possono ritornare come Signori a Padova, dopo il passaggio del ciclone scaligero. Venezia aveva in questo caso un notevole interesse nell’avere in terraferma degli alleati. I da Carrara tuttavia erano una famiglia che mal sopportava la tutela veneziana, in quanto impediva loro di poter espandersi nel territorio veneto e allargare di conseguenza la propria signoria.

Francesco il Vecchio è colui che guida i da Carrara nel tentativo di rivalsa dei confronti del Leone di San Marco, giungendo persino a guerreggiare, approfittando della prima occasione possibile. L’acquisizione di Treviso da parte di Venezia aveva scatenato dure reazioni da parte della casa d’Austria, che giudicava pericoloso l’espandersi della città lagunare verso i suoi territori.

Nel 1356 Treviso viene assediata dagli Ungheresi e Venezia, che aveva appena concluso una pace con Genova, non era nelle condizioni migliori per contrastare questo pericolo. Francesco il Vecchio si rende conto della possibilità che ha di scrollarsi di dosso la tutela veneziana e soprattutto vedeva l’occasione di sbarazzarsi di una rivale pericolosissima.

A Venezia, che gli chiedeva aiuto, rispose con l’accordarsi con gli Ungheresi, i quali in breve tempo giunsero ad assediare Mestre, costringendo ad una pace durissima i Veneziani, che perdevano la Dalmazia. Il Carrarese ottiene di fare incetta di sale, intaccando il monopolio di Venezia e continua apertamente ostile. Nel 1638 le cose vanno meno bene per il signore di Padova, infatti la Serenissima, nella nuova guerra con gli ungheresi, li sbaraglia e Francesco il vecchio si vede costretto a chiedere pace, mandando nel 1373 il proprio figlio Francesco Novello, accompagnato da Francesco Petrarca, ad ottenere il perdono dalle autorità veneziane.

Naturalmente il duello tra i Carraresi e i Veneziani non terminava certo ora e in questo modo. L’occasione di un nuovo intervento contro Venezia è offerta dalla guerra che, a partire dal maggio del 1378, questa sosterrà nei confronti di Genova per il possesso del Levante dell’isola di Tenedo.

Francesco da Carrara si trova naturalmente alleato con l’ungherese del tentativo di schiacciare definitivamente la potente vicina. Venezia invece aveva tra i suoi alleati i Visconti, signori di Milano, All’inizio la città lagunare subì dei rovesci militari, che portarono Genova, Carraresi ed Ungheresi ad accerchiarla. Ma nel 1380 dopo estenuanti lotte i Veneziani riuscirono a conquistare buona parte dei territori perduti, costringendo i propri nemici alla pace di Torino del 1381. Ancora una volta Francesco il Vecchio dichiarava la propria sottomissione a Venezia, conservando la signoria su Padova. Il carrarese, tuttavia, non restava con le mani in mano; a suon di monete nel 1384 acquistava dal duca d’Austria Treviso, Conegliano, Ceneda e Serravalle; due anni dopo si assicurava il possesso di Feltre e Belluno. La situazione diventa insostenibile per Venezia, infatti successivamente i Carraresi si erano uniti ai Visconti per distruggere gli Scaligeri e impossessarsi delle loro terre. Nel 1387 abbattuta la signoria scaligera Giangaleazzo Visconti conquista Verona. Per i Carraresi ora iniziano le sventure, infatti nel 1388 i signori di Milano diventano loro nemici attratti da Venezia. In breve tempo i territori carraresi vengono conquistati, Monselice vedrà nel 1388 sventolare il biscione sulla propria Rocca. Ma Venezia preoccupata della potenza viscontea, fa rinverdire i destini dei da Carrara. Francesco Novello da Carrara, fuggito dalla prigionia dei Visconti, ottiene truppe , armi e denaro da venezia e nel 1390 ritorna a Padova e nel giugno dello stesso anno riconquista Monselice.

Le vicende dei da Carrara e di Monselice sono ormai legate a doppio filo alle imprese di Venezia, che vede ormai nella terraferma il suo sbocco naturale. La fedeltà della signoria padovana nei confronti di Venezia non poteva certo dirsi a prova di bomba. L’ingordigia sarà la nemica mortale dei da Carrara; portandoli alla distruzione. Una volta sconfitti i Visconti, la vedova di Giangaleazzo si accordò con Francesco Novello cedendogli Bassano, Feltre e Belluno. Questi non riteneva sufficienti i territori datigli e nel 1403 invade la Lombardi, sia allea con gli Scaligeri e gli Estensi e questo sarà l’errore mortale per i Carraresi.

Venezia a questo punto accetta di allearsi nuovamente con i Visconti, nel frattempo Francesco Novello aveva promesso Verona agli Scaligeri pur di ottenere Vicenza. La città per non cadere nelle mani carraresi fa atto di dedizione a Venezia, la quale invitava il signore di Padova a sgombrare dai territori vicentini occupati in quanto ormai facenti parte della repubblica di Venezia. Il Novello cercò di avviare trattative con il Senato veneziano, il quale non recedeva dalle sue richieste. Si giunse così alla guerra. Il da Carrara aveva provveduto a fortificare i confini e si era alleato con gli Estensi. Questi ultimi nel marzio del 1405 vengono sconfitti e stipulano la pace con Venezia. I Veneziani in seguito conquistano Verona e fanno prigioniero il figlio del Novello, Iacopo da Carrara.

La dominazione veneziana (1405-1797)

Monselice, roccaforte difensiva per la città di Padova, vede arrivare i Veneziani sotto le sue mura il 22 maggio 1405. Già Este e Montagnana si erano date a Venezia ed ora non restava che la città della Rocca da conquistare per poi dedicarsi con maggiore successo all’assedio di Padova, dove si erano asserragliati i Carraresi. Le fortificazioni di Monselice tenevano bene la pressione veneziana, solo verso la metà di settembre del 1405 l’esercito della Serenissima riuscirà a penetrare nella città e ad impossessarsene, Così il leone di Venezia si sostituiva alle insegne dei Carraresi.

Per la famiglia da Carrara la guerra con Venezia ebbe un esito davvero tragico. Il 22 novembre 1405 i Veneziani entrano in Padova, ormai ridotta allo stremo dalla fame e dalla peste, e lo stesso giorno i maggiorenni locali fanno atto di dedizione alla Repubblica di Venezia.

Per Francesco Novello e l’altro figlio Francesco III c’era la prigione a Venezia, dove già li aspettava Iacopo da Carrara. Il popolo veneziano accolse malissimo i prigionieri, più volte accusati in passato di voler avvelenare i pozzi d’acqua della città. Il doge Michele Steno, al cui cospetto erano stati portati i prigionieri, disse loro che avrebbero avuto ciò che si meritavano. Due mesi più tardi in città si sparse la notizia che i Carraresi erano morti. Sensazione fecero le scoperte fatte dal Consiglio dei Dieci, quando indagò a fondo sui progetti dei Carraresi contro Venezia. Tra le carte di Francesco Novello si trovò un’annotazione che comprometteva irrimediabilmente il capitano da mar Carlo zen, al quale erano stati versati 400 ducati, che lo portarono a scontare un anno di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici. I primi anni del XV secolo si svolge l’ultima guerra tra Padova e Venezia che termina con la caduta della signoria carrarese. Anche la città di Monselice fu subito inglobata nel territorio della Repubblica di Venezia. Il territorio padovano fu diviso in 7 podesterie: Montagnana, Monselice, Cittadella, Piove di Sacco, Camposampiero, Castelbaldo, Este; e in sei Vicarie: Conselve, Anguillara Veneta, Teolo, Arquà, Mirano e Oriago. Il documento più importante di questo periodo e il privilegio rilasciato dal doge Michele Steno il 30 aprile 1406 e più volte riconfermato nei secoli successivi. Da esso derivò per Monselice, oltre al rispetto dei suoi statuti comunali, ampia autonomia civile e criminale e una mite imposizione fiscale. In questo periodo la città fu governata da un podestà inviato direttamente da Venezia per 16 mesi e scelto dal senato esclusivamente tra i suoi patrizi. Il podestà era affiancato da una piccala “familia” di funzionari da lui scelti estranei all’ambiente locale. Tra questi segnaliamo il cancelliere, un notaio, un “collaterale” con compiti di polizia giudiziaria. Nel 1510 un incendio provocato dalle truppe Francesi distrusse l’archivio comunale e con esso gli statuti. Per quarant’anni l’amministrazione dovette regolarsi sugli statuti di Este, ma la confusione e i soprusi, che si erano creati nella composizione del consiglio, spinsero il Senato veneziano ad emanare nuove disposizioni, che regolassero il funzionamento dell’organo amministrativo locale. Il primo giugno del 1560 sono state stabilite le nuove norme: i consiglieri dovevano essere 40, compresi i rappresentanti delle ville sparse nel territorio (Moralediemo, San Bartolomeo, Marendole, Stortola, Vanzo, Vetta e Pozzonovo). i consiglieri uscenti avrebbero eletto ogni anno quelli nuovi; ogni famiglia poteva eleggere un solo membro.

Il fatto che i consiglieri uscenti eleggessero quelli nuovi è assai importante, favoriva di fatto una chiusura politica verso i nuovi ceti emergenti e i popolari e determinava la formazione di una ristretta cerchia di uomini di potere. Nel ‘500 si forma un’oligarchia, composta non più da nobili, ma da notai, dottori in legge, medici, commercianti e piccoli proprietari terrieri. Essi si spartiscono le competenze dei diversi uffici comunali, assicurandosi i compensi dovuti per gli incarichi; gestiscono i beni del comune, anche se in modo disinvolto e con gravi conseguenze per la finanza locale.

I consiglieri rimanevano un anno, dopo di che il consiglio uscente eleggeva quello nuovo, in questo modo era scontata la rielezione di quasi tutti i consiglieri uscenti, tranne qualcuno debole politicamente. Con questo meccanismo elettorale si afferma pian piano anche l’ereditarietà dei seggi comunali.

I deputati “ad utilia” erano eletti in numero di tre ed avevano il compito di assistere il podestà nelle sue funzioni, sia pure all’inizio con poteri molto limitati all’interno dell’amministrazione, superando i consoli, che erano un ricordo puramente formale delle antiche libertà comunali. Sono i deputati, e in alcuni casi accanto a loro i consoli, ad essere delegati dal consiglio comunale a stipulare contratti d’affitto, di livello e compravendita di terreni comunali.  La responsabilità, che essi hanno, li porta ad accumulare su di loro un potere non indifferente, tanto che alcuni consiglieri rinunciano ad altri incarichi pur di essere eletti deputati.

Ma ciò che veramente domina la vita politica ed amministrativa della città è il dissesto finanziario, che contrassegnò la politica della comunità di Monselice. La Serenissima attraverso il Senato e il capitano di Padova intervenne ripetutamente e detta sempre nuove misure per tentare il salvabile. Per non gravare ancora di più il bilancio di Monselice, il capitano di Padova è invitato a non applicare sanzioni alla comunità suddetta per la riscossione dei debiti ormai cronici. Nuove decisioni vengono prese, perché il Consiglio della Comunità torni ad un regolare funzionamento. Dopo la concessione fatta nel 1699 di poter eleggere due rappresentanti per famiglia, il Senato veneziano nel 1707 protrae la concessione per altri 10 anni, perché potesse essere completato il numero di 40 consiglieri.

Se nel ‘500 e per buona parte del ‘600 non c’erano state difficoltà ad eleggere i 40 consiglieri, ora sembra, che, di fronte alle enormi difficoltà finanziarie da risolvere, pochi siano i disponibili ad occupare le cariche pubbliche. La realtà è a dir poco grottesca, tanto che nel 1712 il Senato veneziano si rivolge nuovamente al podestà di Padova (e non di Monselice) per comunicare nuove soluzioni adottate per risolvere il problema. Viene concesso un indulto di 15 anni per favorire l’entrata nel Consiglio della Comunità di un terzo membro per famiglia. Tuttavia nell’assegnare gli uffici comunali sarebbero stati esclusi i parenti di 1° e 2° grado. Nel caso di mancanza di vecchie famiglie sarebbero stati ammessi all’elezione coloro che dimostrassero di dimorare a Monselice da lungo tempo e il cui padre non avesse esercitato alcuna “arte mecanica”. A questo punto Venezia, pur di vedere qualcuno in Consiglio, fa concessioni oligarchiche, che in tempi passati mai avrebbe fatto. Nonostante ciò nel marzo del 1718 interviene nuovamente e ordina al podestà di Monselice, Domenico Venier, che il Consiglio della Comunità, ridotto a 20 membri, ritorni al numero legale di 40. Nel maggio dello stesso anno viene ribadita la decisione di far entrare un terzo membro per famiglia, pur di far funzionare dignitosamente l’organo amministrativo locale.

Le famiglie più in vista sono restie ad assumersi responsabilità sempre più grandi e a tentare di sanare il deficit pubblico. Per avere denaro con cui pagare le tasse alla camera fiscale di Padova nel 1714 si prospetta di portare i beni della comunità al Monte di pietà.

Dopo l’ennesima denuncia del disordine regnante nel Consiglio della Comunità e dell’abuso di cariche da parte di alcuni suoi membri nel 1724, a partire dal 1725 sono i comuni, che compongono la comunità di Monselice, a dimostrare la loro insofferenza verso il malgoverno della classe politica monselicense. Essi protestano per il tentativo di ripartire con loro le tasse imposte da Venezia, e per un controllo più efficace sulle rendite della Comunità, tale da prevenire abusi e favorire il pagamento dei debiti in costante aumento. Negli ultimi anni del secolo la comunità di Monselice, soffocata dai debiti e dal “giogo” imposto dalla dominate – da sempre in guerra contro i Turchi, aspettò con ansia l’arrivo delle truppe di Napoleone che avviarono un processo democratico che dopo qualche anno riuscirà ad unire l’Italia sotto un’unica bandiera. L’ultima volta che si riunisce il consiglio comunale è stato il 29 gennaio 1797 per deliberare il tradizionale compenso al podestà Nicolò Balbi.

 

L’arrivo dei Francesi e degli Austriaci (1797-1815)

La ventata rivoluzionaria della rivoluzione francese arrivò a Monselice con otto mesi di ritardo e precisamente il 30 aprile 1797 quando le truppe francesi al comando del generale Le Hoz innalzarono in piazza l’albero della libertà, acclamato con il consueto tripudio di folla. L’arrivo dei francesi segnò l’inizio di un quindicennio di alterne occupazioni militari che iniziarono con il trattato di Campoformio che sancì la cessione del Veneto all’Austria. La sequenza dei passaggi dei diversi governi è la seguente:

  

DOMINAZIONE
INIZIO FINE NOTE
francesi 30 aprile 1797 17 ottobre 1797  
austriaci 17 ottobre 1797 20 giugno 1798  
francesi 20 giugno 1798 5 aprile 1801 Pace di Luneville
austriaci 5 aprile 1801 dicembre 1805  
francesi dicembre 1805(*) novembre 1813 Regno Italiano
austriaci novembre 1813 10 luglio 1866  

 

(*) Nel 1809 si ebbe brevissima parentesi austriaca

 La sconfitta di Lipsia segnò la fine della dominazione francese e il ritorno, per la quarta volta, degli austriaci che rimarranno a Monselice per 53 anni.

 Il regno Lombardo-Veneto (1815-1866)

Con la pace di Vienna il Veneto fu unito all’Austria formando il regno Lombardo Veneto. Il governo austriaco impose la figura commissario distrettuale di nomina regia con il compito di vigilare sugli atti del consiglio comunale e del podestà. Malgrado tutto nel 1815 si svolse il primo consiglio comunale dell’età contemporanea. In questo periodo Monselice conta quasi 8.000 abitanti. Tra le novità di questo periodo dobbiamo ricordare grossi mutamenti nella organizzazione territoriale decretati dal governo austriaco che limitarono notevolmente l’estensione del comune di Monselice. La località Pozzonovo fu costituita in comune autonomo, la contrada Monte Cuco fu aggregata a Baone, mentre Vanzo di San Pietro Viminario, Villa di Vanzo e Leva passarono al comune di San Pietro Viminario. Nel 1834 è stata rivista l’anagrafe istituendo un apposito ufficio con il compito di seguire l’andamento della popolazione che risultò composta da 2.096 famiglie di cui solamente 652 erano nel centro della città.

 

Regno Italiano (1866-1945)

Il 10 luglio 1866 i lancieri di Vittorio Emanuele II, attraverso un ponte di mulini galleggianti gettato sull’Adige, arrivarono a Monselice. Malgrado il cambio della bandiera, poco cambia nella vita monselicense tanto che il commissario regio confermò nella carica di Sindaco Antonio Di Pieri che ricopriva quel posto dal 1957. Dall’annessione alla fine del secolo praticamente di alternarono solamente due sindaci, Giovanni Pertile (dal 1872 al 1888 e poi dal 1895 al 1898) e Alvise Tortorini (dal 1888 al 1895 e poi nel biennio 1907-1908.

Resistenza e liberazione

I primi contatti per[2] organizzare la resistenza contro i nazifascisti, se­condo il racconto di Giuseppe Sturaro, avvennero nel dicembre del ’43. In questo periodo ebbero vitalità crescente, le formazioni partigiane, con la collaborazione, alcuni mesi dopo, del Comitato di Liberazione Nazio­nale. Nel maggio del ’44 il Comando della Brigata Garibaldi di Padova, chia­mata “Franco Sabatucci” in onore dei suo primo comandante (ucciso in una imboscata a Città Giardino, Padova, dopo una riunione), d’accordo con il C.L.N. divise tutta la Provincia in 10 zone di attività per i Battaglioni che si andavano costituendo. La zona di Monselice era affidata al IV Battaglione “Falco”, al co­mando di Luigi Giorio.

Sin dai primi mesi del ’44 parecchi ex militari poterono evitare la cat­tura perchè trovarono rifugio presso case coloniche. Una notte vennero sottratte dalla Casa del Fascio le macchine da scrivere che servirono poi per la propaganda. Numerosi furono gli agguati a fascisti ed a tedeschi, per portar via loro tutte le armi.

Nella zona di Montefiorin e delle valli vicine operavano dei nuclei spontanei che tentarono di far saltare il ponte ferroviario di via Valli. Qualche volta si raggiungeva lo scopo di mettere fuori strada le auto­colonne, che venivano così individuate e colpite dagli apparecchi della aviazione alleata. Il 18 ottobre del ’44 avvenne quello che fu il fatto più tragico dì tutta la storia della resistenza a Monselice: l’arresto di 29 giovani, tutti depor­tati in Germania, dei quali 9 non fecero più ritorno. Nei mesi che seguono, la città attende la fine della guerra, fascisti e tedeschi avvertono l’imminente sconfitta. Le repressioni e le violenze sì fanno più numerose e crudeli, i partigiani più attivi sono stati arrestati e si trovano o in Germania o nelle carceri italiane per cui la centrale del IV Battaglione si sposta nei boschi di Galzignano. Non cessano le retate di tutti i sospetti antifascisti. Cominciarono a tornare i primi deportati sfuggiti ai campi di concen­tramento, che subito ripresero la lotta. Era l’aprile del ’45. Per Monselice passavano colonne di tedeschi in ritirata, l’arrivo degli Alleati doveva essere imminente. Il 27 Aprile la popolazione era in subbuglio. Gli ultimi tedeschi si ritiravano, avevano paura ed erano pronti a tutto. Verso le ore 15 un carro armato inglese avanza dalla strada di Ro­vigo fino al bivio dell’Ospedale accolto dalla popolazione plaudente. Sa­puto che Monselice è occupata dai patrioti si allontana ritornando verso il grosso delle forze. Intanto continua l’azione contro gruppi di militari tedeschi che co­minciano ad organizzarsi alla periferia del centro abitato. Verso le ore 18, dalla strada di Este arriva una potente colonna co­razzata che per la circonvallazione procede verso Padova.

Nella mattinata di domenica 29 aprile patrioti armati e cittadini affol­lano la piazza del Municipio. Il Comitato di Liberazione Nazionale a mez­zo del sig. Mattei Arturo prima e del sig. Pogliani Goffredo poi invita alla calma, alla concordia, alla fiducia nei capi, assicurando che sarà fatta giu­stizia di tutti i reati fascisti.

Anche il pomeriggio di domenica 29 trascorre tranquillo tra la esultanza della popolazione per la raggiunta liberazione dai tedeschi e la conseguita libertà politica. Alle ore 18 il Comitato interviene in Duomo ad una funzione religiosa di ringraziamento.

Lunedì 30 aprile 1945, alle ore 10 arriva il Governatore inglese (J. Kitson Harris Major C.A.O. Monselice – A.M.G. Eighth Army) il quale prende contatto col Comitato di Liberazione, fa esporre dal poggiolo le bandiere inglese ed americana ai lati di quella italiana, fra gli applausi della folla, e fa pubblicare i bandi che disciplinano provvisoriamente tutte le attività civili. Nel pomeriggio il Sig. Governatore, J. Kítson Harris Major, emana il seguente decreto di no­mina del Sindaco e della Giunta Municipale composta da: Pogliani  Goffredo quale facente funzione di Sindaco aiutato dal Vice Sindaco Masiero Antonio Demo-Cristiano – Giunta:  Gio­rio Luigi, Comunista – Scarparo Spartaco, Comunista – Sturaro Giuseppe, Comunista – Vernacchia Mario, Democristiano – Simone Leo­nardo, Partito d’Azione – Mattei Arturo, Socialista. Successivamente riceve i componenti della nuova Amministrazione Comunale ai quali ri­volge le istruzioni per l’avviamento della nuova vita civile.

Il documento più antico conservato a Monselice (1204)

Il documento più antico conservato nell’archivio storico di Monselice è un contratto di matrimonio relativo a Moncellana, figlia del fu Andrea Paradiso.  [ Il testo]

Nell’anno 1204, correndo la settima indizione, il giorno 25 gennaio. Si convenne e stabilì in questi termini tra Veronese, figlio del fu Trentino calderaio, e Moncellana, figlia del fu Andrea Paradiso: quest’ultima a titolo di donazione investì detto Veronese del fondo abitativo con casa, che ella tiene dalla chiesa di S. Giustina di Monselice per contratto di livello, sito nel detto luogo (entro questi confini: da un capo la via pubblica, dall’altro Avignente; l’ingresso é da uno dei lati maggiori) e di tutti i propri beni mobili che attualmente tiene e d’ora in avanti potrà acquisire, e inoltre li consegnò; e cedette allo stesso Veronese ogni diritto, ragione ed azione, sia spettante al bene sia alla persona, che ella ha sul predetto fondo abitativo e sui detti beni mobili; e lo costituì procuratore come in bene proprio, in modo da poterlo integralmente avere e tenere come ora lo ha e tiene essa Moncellana.

E pure con siffatto patto: se ella avrà dei figli nati da entrambi, detto Veronese dovrà avere l’usufrutto dei detti beni vita natural durante; se non avrà figli nati da loro, detto Veronse avrà pieno potere di fare (dei beni) tutto quello che vorrà, senza opposizione di detta Moncellana. Se poi accadrà che il già detto Veronese morisse prima di lei, sia con figli sia senza figli, detta Moncellana dovrà lucrare 60 soldi (=3 lire) dei beni di detto Veronese.

Si diedero reciprocamente il permesso di entrare così nel possesso, come è detto prima. E promisero di tenere sempre come efficace e valido tra di loro questo contratto.

E lì immediatamente detto Veronese si congiunse in vincolo coniugale con detta Moncellana.

Furono testimoni; Albertino di Enginelda e suo fratello Guido Matteo di Uberto Pullano, Artuico di Guilla, Goffredo nipote di detto Albertino e molti altri,

Concluso in Monselice, nel cortile dei predetti coniugi. Testimoni come sopra.

(Segno manuale del notaio) Io Iselberto, notaio del sacro palazzo, fui presente e su richiesta dei detti, cioè Veronese e Moncellana, essendone stato pregato scrissi.

 

[1] A.S.P., diplomatico 5500

[2] Il brano seguente è tratto dall’opuscolo curato da Claudia BASSO, Il contributo dei monselicensi alla lotta partigiana e per la caduta del fascismo. 25 aprile 1975. Comune di Monselice 1975.

 


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