Effetti della disfatta di Caporetto a Monselice (1917) – 2^ parte

duomo di Padova 1917

Effetti della disfatta di Caporetto a Monselice (1917)  – Seconda parte

 Capitolo V

 

 

Capitolo V – Anno 1917 LA DISFATTA DI CAPORETTO 

5.1 La dodicesima battaglia, ovvero la disfatta di Caporetto (24 – 27 ottobre 1917)

5.2 Dal quotidiano “Il Veneto”

5.3 Effetti della disfatta di Caporetto – Incursioni aeree austriache

5.4 Campi di aviazione nel padovano – Monselice sede dell’ Intendenza della III armata

5.5 Militarizzazione di Monselice e problemi con la popolazione

5.6 Terrore a Monselice: l’esercito richiede nuovi soldati

5.7 La Rivoluzione russa del 1917

5.8 Il comando supremo si trasferisce a Padova

5.9 Cadorna lascia il comando a Diaz

5.10 Appello dei deputati al Paese del 10 novembre 1917

5.11 La battaglia d’arresto sulla linea Grappa – Piave ( 9 novembre – 25 dicembre 1917).

5.12 Liberatemi il vecchio lazzaretto

5.13 Disertori tra i soldati sbandati

5.14 Istruzioni nell’ipotesi di invasione

5.15 Danni dei militari sbandati

5.16 Lettera di una moglie disperata

5.17 Soldati dispersi o prigionieri


 

Cadorna sul Pasubio 1917

 

5.1 La dodicesima battaglia, ovvero la disfatta di Caporetto (24 – 27 ottobre 1917)

Con la crisi della Russia  vennero trasferite consistenti truppe dal fronte orientale a quello occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l’apporto di reparti d’élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che  non ressero all’urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.  Il 27 ottobre 1917 Cadorna ordinò la ritirata sulla linea di difesa del fiume Tagliamento. Gli austro-tedeschi occuparono Cividale  e il 28 ottobre entrano a Udine. Il quartiere generale italiano si trasferì a Padova.  Morirono durante la battaglia del Piave: sul Plezzo Oreste Scarparo della Stortola e sul Piave Giuseppe Berto abitante in via Vetta e Marcello Milanetto della Stortola.

Qui sotto il comunicato ( Scandaloso) di Cadorna

La mancata resistenza di riparti della 2ª Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austrogermaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla Fronte Giulia.[…]»
Iniziava oggi la battaglia di Caporetto (Dodicesima Battaglia dellʼIsonzo )
24 ottobre 1917
La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell’Isonzo (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht), conosciuta in Italia e all’estero anche come “rotta” o “disfatta di Caporetto”.
L’attacco, cominciato alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917 contro le linee della 2ª Armata italiana sulla linea tra Tolmino e Caporetto (Kobarid), portò alla più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano, al collasso di interi corpi d’armata e al ripiegamento dell’intero esercito italiano fino al fiume Piave.
La rotta produsse quasi 300 000 prigionieri e 350 000 sbandati, tanto che ancora oggi il termine “Caporetto” è entrato nell’uso comune della lingua italiana per indicare una pesante sconfitta, una disfatta, una capitolazione .
Dopo Caporetto cambiò l’atteggiamento dell’esercito italiano, dopo anni di dottrina offensivistica di Cadorna, Diaz seguì una rigida disciplina difensivistica, anche quando le perdite di uomini e materiali furono ripianate e l’esercito austro-ungarico iniziò a sfaldarsi.

5.2 Dal quotidiano “Il Veneto”

La situazione ormai stava precipitando velocemente anche a livello politico: a Roma il presidente del consiglio Paolo Boselli, dopo aver perso un voto di sfiducia, si dimise. Il quotidiano “Il Veneto” del 26 ottobre 1917 titolava “La camera dichiara la sua sfiducia nel gabinetto Boselli con 315 voti contro 96 e 5 astenuti. Anche il ‘nostro’ onorevole Arrigoni ha dato voto contrario a Boselli”.

 

5.3 Effetti della disfatta di Caporetto dalle memorie di Celso Carturan

Monselice fino alla rotta di Caporetto era stata tutto sommato una tranquilla città di retrovia. Le uniche eccezioni erano il continuo passaggio di militari e le rumorose esercitazioni al bersaglio che sovente venivano effettuate sui colli. La rottura del fronte cambiò drammaticamente la situazione. La voce incredula e preoccupata del Carturan ci ricorda l’evento:

In quei giorni a Monselice si assisteva alla ritirata nel nostro esercito in sfacelo dopo Caporetto ed il pietoso esodo dei profughi. Fu uno spettacolo di desolazione che solo chi, come noi, ha dovuto assistervi può averne sentito tutto il raccapriccio immane e terribile.  La stessa stagione fredda e piovosa sembrava congiurare contro di noi. Le lunghe teorie di profughi si succedettero ininterrotte giorno e notte per settimane valendosi di qualunque mezzo di trasporto. Padova cominciava a spopolarsi e pochi giorni dopo la trovammo quasi deserta. Da Monselice, a vero dire, poche famiglie si allontanarono, alcune si premunirono oltre il Po di qualche alloggio per il caso che l’invasione raggiungesse le nostre zone. Autocarri provenienti dall’alto Veneto facevano sosta a Padova carichi di materiale bancario,  diretti a più sicure residenze. Lunghe teorie di depositanti che facevano coda all’ingresso delle banche per ritirare quelle percentuali di depositi che urgenti decreti avevano limitato, case che si vuotavano, rifugi che si apprestavano, ponti che si minavano. L’esodo dei profughi seguì il passaggio delle armate che avevano abbandonato il fronte. Chi non ha assistito alla ritirata di un esercito in rotta non potrà mai avere idea dello spettacolo desolante, triste ed avvilente che si è offerto ai nostri occhi e che ha suscitato in noi fremiti di desolante pietà. Le armate in rotta dovevano in massima parte transitare per Monselice da dove partiva la biforcazione verso i campi di concentramento del Polesine e del Legnaghese. Le strade da Padova a Monselice per settimane e settimane, giorno e notte erano divenute intransitabili per i borghesi perché dense di soldati disordinati e di ancor più disordinato materiale bellico. I primi nuclei, appartenenti alla seconda armata individuata come causa della rottura, vennero accolti con poco favore ma poi la loro condizione disperata, le evidenti privazioni, la mancanza di indumenti, i piedi sanguinanti, mossero a compassione l’animo buono del nostro popolo. Casolari, fienili, cortili, stalle, nelle nostre campagne venivano di notte occupate da tutti questi sbandati. Lungo le vie cittadine, lungo i marciapiedi, sotto i portici, sui portoni delle case si sdraiavano di notte quei miseri soldati, talora ammassati con donne e bimbi profughi, dopo aver chiesto ai cittadini un pezzo di pane anche offrendo in cambio oggetti raccolti o presi durante la ritirata. Poiché, come in tutti i disastri militari di tal portata, nelle lunghe marce forzate attraverso città e villaggi in parte deserti, non poche razzie e furti vennero commessi e oggetti di valore vennero asportati e venduti o scambiati per poco prezzo con immancabili profittatori. E non solo a questo si limitarono le male azioni degli sbandati!

Incursioni aeree austriache

Da allora più frequenti e più temibili si fecero le incursioni aeree nemiche su Padova e talvolta si ripetevano nello stesso giorno. La sera del 2 dicembre 1917 mi trovavo fermo in treno alla stazione di Padova per tornarmene a casa quando si verificò contro la stazione stessa l’attacco aereo che colpì ed incendiò la cupola della vicina chiesa dei Carmini. In un successivo giorno proprio a mezzodì, mentre percorrevo la ferrovia Padova Monselice, un aeroplano rimasto ignoto scendeva a bassa quota a mitragliare il nostro treno rompendo i vetri del mio scompartimento e dirigendosi poi lungo la strada Monselice Rovigo, uccidendo, ferendo alcuni soldati in ritirata. La sera del 2 novembre si verificò a Padova, mentre stavo per allontanarmene, la terribile incursione che seppellì uccidendole, sotto macerie della Rotonda in prossimità della ferrovia, circa un centinaio di vittime per la maggior parte donne e fanciulli.

 

5.4 Campi di aviazione nel padovano

Numerosi furono i campi di aviazione costruiti nel nostro territorio. I più importanti furono  quello di  Padova e quello di San Pelagio dai quali partivano i nostri aerei  per effettuare numerose incursioni aeree oltre la linea del fronte. Dice il Carturan

 Sul mastio della nostra Rocca fu posta una vedetta militare per i segnali dall’arme in caso di incursioni. A vero dire noi fummo risparmiati dalle incursioni, soltanto la notte del 27 febbraio un colpo d’allarme – all’una –  fece sobbalzare dal letto tutta la popolazione che attese trepidante gli eventi. Dopo tre quarti d’ora il segnale del cessato pericolo faceva ritornare la calma. L’aeroplano che aveva causato il segnale d’allarme della Rocca era,  uno dei nostri apparecchi perdutosi che andò ad atterrare verso il Po.

Io però, uscito da casa a avendo avuto sentore, che stavano su Venezia verificandosi gravissime incursioni in grande stile, volli con qualche compagno salire verso la rocca da dove, nella notte illuminata dalla più bella luna che abbia mai visto, potemmo osservare il disastro che si stava compiendo. Quella notte infatti su Venezia si ebbe la massima incursione che si sia compiuta durante la guerra. Oltre cento bombe vi furono scaricate in otto ore di bombardamento.

 

Monselice sede dell’ Intendenza della III armata, dal Carturan

Grande ed utile importanza ebbe pure per Monselice la decisione del comando supremo di  fissare la sede dell’intendenza della III armata. Il valore di questa armata ed il nome glorioso del suo alto comandante, il Duca d’Aosta, davano maggior rilievo all’avvenimento. Circa duecento ufficiali comandati da un generale convennero subito nella nostra città accompagnati da uno stuolo di soldati e carabinieri per tutti i servizi inerenti. Furono messi a disposizione degli uffici il palazzo delle scuole maschili in via Garibaldi e l’Ospitale militare, a cui fino allora era stato adibito, venne trasferito nei padiglioni del nuovo civico ospitale in via di costruzione ed i cui lavori in forza della guerra erano stati sospesi. La villa Venier, ora Collegio delle Suore, venne occupato da uno dei vari comandi, il comando di tappa fu posto nei locali della Pretura, la sala Garibaldi venne destinata a mensa degli ufficiali dopo aver abbandonato l’albergo della Stella d’Italia dapprima requisito. Poteva dirsi che Monselice era divenuta una grande caserma perché non c’era casa o magazzino o locale in genere in cui non avessero preso posto elementi militari, certo la nostra città aveva assunto eccezionale riguardo nelle operazioni belliche. Fu una fortuna anche dal lato della beneficenza pubblica perché, sia per ragioni di lavoro, sia per ragioni politiche, la classe povera ebbe notevole sollievo e i magazzini e le cucine militari non restavano mai sorde ai desideri ed agli appetiti di buona parte della popolazione.

L’Intendenza della Terza Armata italiana, soprattutto durante la Prima Guerra Mondiale, era il complesso apparato logistico-amministrativo che garantiva il sostentamento (cibo, munizioni, vestiario, trasporti, sanità) di questa grande unità, guidata dal Duca d’Aosta, “l’Invitta”, che operò sul fronte del Carso, del Piave e a Vittorio Veneto, gestendo rifornimenti vitali per le truppe impegnate in battaglie cruciali e ritirate, coordinando servizi essenziali e supportando la sua enorme macchina bellica, il tutto sotto l’egida del Corpo di Commissariato dell’Esercito. Si trasferì a Monselice dopo Caporetto. Ora ha un museo a PADOVA

 

5.5 Militarizzazione di Monselice e problemi con la popolazione

Dopo la rotta di Caporetto, la nostra città assomigliava a una grande caserma e per la strada rovigana passavano migliaia di profughi in fuga dai territori invasi dagli austriaci. Per regolamentare la situazione il sindaco emanò alcune disposizioni che riguardarono l’alloggio dei soldati e la distribuzione del pane  in particolare:

  1. era vietato ai cittadini  fornire alloggio agli ufficiali ed alla truppa se non dietro regolare richiesta scritta del locale comando del presidio.
  2. gli  alberghi, trattorie ed osterie dovevano sottoporre ogni sera al prescritto visto del locale commissario di P.S. i listini delle vivande da consumarsi nei loro esercizi nel loro successivo, con indicazione dei relativi prezzi. Detti listini vistati dovranno rimanere affissi negli esercizi per l’intera giornata.
  3. i commercianti e i rivenditori di generi alimentari dovranno tenere costantemente esposti nei loro negozi i prezzi dei cibi da loro venduti ed osservare rigorosamente i prezzi stabiliti dal calmiere dei prezzi.
  4. i fornai erano autorizzati a produrre giornalmente un quantitativo di pane maggiore di quello dei giorni precedenti. Potevano inoltre ampliare i loro spacci per la vendita del pane dalle ore 17 alle 19. Alla cittadinanza si faceva appello di coadiuvare con spirito di fiduciosa disciplina e di virale sacrificio di autorità militari e civili e tutto quanto possa loro rendersi necessario in quest’ora grave per la Patria nostra.

Ma la situazione peggiorò rapidamente, non c’era più pane per la popolazione tanto che dal 10 novembre il sindaco vietò ai fornai di somministrare pane ai soldati. Ciascun fornaio doveva inoltre comunicare il quantitativo di farina consumato in più rispetto al normale, con l’avvertenza di non superare  il doppio del quantitativo usuale. Da una nota inviata il 10 novembre 1917 al comandante del presidio di Monselice apprendiamo la difficile convivenza dei monselicensi con i militari:

Malgrado sia stata vietata la vendita del pane ai soldati, questa sera le rivendite di pane sono state prese d’assalto dai soldati portando via tutto il pane destinato alla popolazione. Come non bastasse, molti militari specialmente di notte asportano la legna di proprietà comunale per riscaldarsi.

Sorsero anche problemi per l’uso della corrente elettrica causati dai militari che la utilizzavano per i loro servizi. Il sindaco segnalò il problema al comando precisando che imulini di grano e granone azionati dall’energia elettrica non funzionavano a causa della scarsità di corrente’. In questo caso si arrivò  ad un compromesso e i mulini furono fatti funzionare di ‘giorno’ quando il consumo di energia elettrica era minore. La situazione però non migliorò di molto, infatti qualche giorno dopo fu vietata ai monselicensi l’uso della corrente elettrica. Tutta l’energia doveva essere a disposizione dell’esercito. Il sindaco ordinò che impiegati, magistrati, insegnanti, amministratori  delle istituzioni pubbliche, notai, medici, e farmacisti  non si allontanassero dalla residenza senza la preventiva autorizzazione. Naturalmente i trasgressori potevano essere saranno puniti col carcere militare.

Il sergente Federico Besa (proprietario di un forno a Monselice) cercò di sfruttare la situazione chiedendo una licenza straordinaria di otto giorni per riaccendere il forno e  con il quale avrebbe potuto contribuire ad aumentare la quantità del prezioso nutrimento destinato ‘all’enorme e continuato passaggio di truppe’. Ma il comando non raccolse la richiesta del nostro panettiere sospettando che Federico volesse solamente rimanere lontano dal fronte per qualche giorno. Venne negata la licenza anche a Carlo Lupi che da ‘borghese’ era incaricato della manutenzione e riparazione dei macchinari del macello comunale. Inutilmente Carlo segnalava ai suoi superiori  che il macello, oltre a provvedere ai bisogni locali, doveva far fronte  alla  macellazione per i militari, con una media di 30 capi di bestiame abbattuti al giorno … ‘essendo il comune diventato sedi di comando d’intendenza, comando di tappa e sede della truppa di passaggio’. Dalle note citate possiamo ricavare preziose testimonianze sulle problematiche presenti in città e confermano le note del diarista Carturan che ci supporta e aiuta nella stesura di questo volume.

 

5.6 Terrore a Monselice: l’esercito richiede nuovi soldati

Il 24 ottobre 1917 la guerra bussò violentemente alla porta di 197 monselicensi, nati dal 1874 al 1899, che erano stati riformati (scartati),  per vari motivi, alla prima visita militare. Il sindaco con un grande manifesto avvisò che i giovani riformati negli anni precedenti dovevano presentarsi il 24 e 25 ottobre presso il consiglio di leva di Padova per essere riesaminati con nuove e più stringenti regole. L’esercito aveva bisogno di nuovi soldati e decise pertanto di rivedere quanti erano già stati riformati gli anni precedenti. Molti di loro, dopo qualche giorno, partirono per il fronte.

 

5.7 La Rivoluzione russa del 1917

In Russia la rivoluzione di ottobre  portò al potere il partito bolscevico. Il giorno successivo il consiglio dei commissari del popolo, investito dai compiti di governo, emanerà il decreto di cessazione delle ostilità e il decreto sulla proprietà e sulla terra, che stabilirà l’esproprio senza indennizzo di 150 milioni di ettari.

 

5.8 Il comando supremo si trasferisce a Padova

Il baricentro della guerra, dopo la rotta di caporetto, si spostò a Padova e dal 7 novembre il comando supremo si trasferì a Villa Dolfin. Il 5 febbraio 1918 fu trasferito  ad Abano terme dove il nuovo comandante Armando Diaz prenderà alloggio nell’hotel Trieste. Il Re invece si trasferì a Villa Giusti, ma l’edificio era senza corrente elettrica e poco confortevole. A fine gennaio 1918 sua maestà  prese residenza a Lispida dove il 5 febbraio lo raggiunse la regina Elena con i figli Umberto e Jolanda.

 

5.9 Cadorna lasciò il comando a Diaz

La seguito della sconfitta di Caporetto  il generale Cadorna fu esonerato dal comando.  La decisione  fu fermamente voluta anche da Vittorio Emanuele e appoggiata dal governo. Il 9 novembre fu nominato al comando supremo il generale Armando Diaz. L’esercito era saldamente schierato sulla linea del Piave, ma la gente non aveva più fiducia nelle sorti della guerra e cercava rifugio in zone possibilmente lontane e sicure.

 

5.10 Appello dei deputati al Paese del 10 novembre 1917

Italiani, dure vicende di guerra hanno permesso al nemico di calpestare l’estremo lembo del suolo d’Italia. Rappresentanti della Nazione, mandiamo il nostro primo saluto alle popolazioni venete, mirabili nel loro storico patriottismo, sublimi nel sopportare le immeritate sventure. Esce dai loro cuori un solo grido: Salvate la Patria! Scacciate lo straniero dalla nostra terra profanata!

Questo grido di angoscia fidente, che ha trovato già eco nell’animo dei nostri leali e potenti Alleati, sia guida e legge a noi, Esercito, Parlamento, Governo. Ogni cittadino che non rinneghi la Madre adempia il dovere che gli è imposto dall’ora solenne; consideri i danni degli abbattimenti e delle discordie. Né le sostanze, né le vite sarebbero sicure nella Patria soggetta, come la triste storia di questa guerra insegna. Risponda al nostro appello fraterno la solidarietà di tutti gli Italiani: risponda il popolo dei campi e delle officine. Le sue legittime ascensioni troverebbero nella sconfitta e nella servitù fatali impedimenti.

Sopito ogni dissenso, riprendiamo con rinnovata fede le tradizioni dei nostri padri; rievochiamo i giorni gloriosi del risorgimento nazionale, quando, per compiere l’unità della Patria, Vittorio Emanuele Re e Garibaldi, Capitano del popolo, si unirono nella volontà e nell’azione, e tutto gli onesti convincimenti si confusero in un solo palpito, in un solo pensiero.

L’Italia non può essere vinta; essa deve continuare nel mondo la sua missione di civiltà.

 

5.11 La battaglia d’arresto sulla linea Grappa – Piave ( 9 novembre – 25 dicembre 1917).

Dopo il cedimento del fronte italiano a Caporetto avvenuto il 24 ottobre ‘17, il comando italiano si rese conto che per salvare il resto dell’esercito, era necessario ritirarsi oltre il Piave.  La ritirata fu subito eseguita e già dal 9 novembre tutte le truppe superstiti avevano raggiunto la sponda destra del Piave. Morirono sul Monte Grappa il sottotenente Giuseppe Corsale per lo scoppio di una granata, Bortolo Camozza della Stortola, Francesco Cardin di via Savellon Molini e il caporale Gio-Batta Fabbris; sull’altopiano di Asiago Sante Piovan di Marendole e Vittorio Pietro Ugolino di via Santo Stefano.

 

5.12 Liberatemi il vecchio lazzaretto

Il sindaco chiese al comandante della sanità militare presso l’intendenza della III armata di lasciare libero dagli ammalati e profughi il vecchio lazzaretto comunale in quanto doveva essere tenuto a disposizione per gli eventuali casi di epidemia. Chiese, inoltre, di far ritirare dall’ospedale civile i soldati che avevano trovato un momentaneo rifugio, non essendoci più posto né per loro né per la popolazione civile. Il direttore della sanità d’armata accertò che nell’ospedale civile erano degenti 9 militari di truppa e un aspirante ufficiale. Di essi 8 vennero sgomberati mentre 2 (1 affetto da bronco polmonite e l’altro da tifo) rimasero per problemi di trasporto.

 

5.13 Disertori tra i soldati sbandati e bombardamento su Padova

Una nota del ministero della guerra informò il sindaco  che molti disertori si presentavano alle autorità assieme ai militari sbandati. Sbandati e disertori devono essere avviati assieme nelle stesse località allo scopo di regolarizzare la posizione e di aumentare il numero dei militari.

Invece tragiche furono le conseguenze del bombardamento avvenuto l’11 novembre a Padova, che per fatalità e per imprevidenza procurò 93 morti e 96 feriti. Infatti, una grossa bomba cadde proprio all’imboccatura dell’ingresso del rifugio del bastione della Rotonda situata nei pressi della stazione ferroviaria; la gente si era fermata nella galleria d’ingresso del rifugio, poiché l’interno era invaso dall’acqua.

 

5.14 Istruzioni nell’ipotesi di invasione

Il 12 novembre ’17 il generale Armando Diaz, che aveva sostituito Cadorna elaborò complicati piani di ripiegamento dell’esercito dietro la linea del Mincio-Po, nell’ipotesi in cui il nemico riuscisse  a rompere il fronte tra l’Astico e la foce del Piave. Per fermare il nemico i generali italiani avevano pianificato anche la rottura degli argini dell’Adige per allagare la bassa padovana. Su questo argomento lo studioso Selmin nel suo Atlante della bassa padovana ha pubblicato un ampio saggio al quale rimandiamo i lettori che volessero per ulteriori informazioni.

In quei drammatici giorni il nostro sindaco fu preso dal panico e chiese senza mezzi termini,  all’onorevole Conte  Oddo e al prefetto “di avere istruzioni sul da farsi nella dannata ipotesi d’invasione nemica”.  Ancora una volta il nostro deputato si fece in quattro per rassicurare il primo cittadino. Lettere e consigli furono subito spediti a Monselice, ma non sappiamo quale effetto abbiano fatto sul ‘nostro’ marchese. In ogni caso abbiamo trovato nell’archivio comunale documenti ‘secretati’ del 16 novembre 1917 che pianificavano l’eventuale ritirata oltre il Po. Il prefetto inviò una sua circolare nella quale forniva precise indicazioni, pervenutegli  direttamente dal comando supremo che riportiamo integralmente.

Governo e Comando Supremo sono contrari a sgombri popolazione territori minacciati da invasione nemica. Pur non vietandoli sono da sconsigliarsi anche esodi volontari, rilevando interesse stessa popolazione rimanere sul posto per custodire proprietà, impedire saccheggiamenti e curare con proprio vantaggio e utilità generale mantenimento vita economica paese anche durante eventuale occupazione nemica.

È però da fare assidua propaganda per consigliare in ogni modo arretramento spontaneo uomini validi dai 15 ai 60 anni ai quali il Governo assicura lavoro rimunerativo. Tale arretramento è desiderabile giacché è da ritenersi fondatamente che uomini validi qualora rimanessero territorio invaso sarebbero dal nemico obbligati a lavorare anche in opere militari contro di noi.  Tutti gli esoneri nella zona delle operazioni si intendono sospesi appena Comandi Presidi notifichino tale misura in dipendenza della situazione militare; cosicché esonerati che non abbandonassero territorio minacciato invasione sarebbero considerati disertori.  Permangono però esoneri e dispense con svincolo di qualsiasi obbligo militare per le autorità ed altre categorie di persone che a norma citata nostra ordinanza hanno obbligo rimanere loro posto. Devesi provvedere tempestivamente arretramento valori et altro materiale comunque utile al nemico, compreso bestiame, derrate ed altri approvvigionamenti esuberanti necessità popolazione. In particolare per esecuzione ordinanza dovranno applicarsi i criteri seguenti. In via assoluta devo allontanarsi da territorio esposto ad invasione impiegati civili ogni ordine aggregati e dipendenti da R° Esercito nonché  funzionari autorità politiche provinciali e circondariali cioè Prefetture, Sottoprefetture, uffici Pubblica Sicurezza, i quali tutti però devono rimanere al loro posto finché possibile allontanando a tempo famiglie per adempiere più liberamente loro missione sia nella sede normale sia arretrando d’accordo con autorità militari in sede provvisoria entro provincia.

Imminenza pericolo occupazione nemica intero territorio provincia, uffici e funzionari amministrazione politica saranno concentrati città  per la provincia di Padova nella città di Arezzo. Nella località indicata dovrà trasportarsi a tempo quella parte archivi uffici politici suddetti che deve essere sottratta al nemico interesse sicurezza stato o per valore storico politico. Dovrà essere, non solo consentita ma anche facilitata partenza appena la desiderino Senatori e Deputati ….in via assoluta debbono restare loro posto con amministratori funzionari altri salariati comune .. per servire esempio e guida popolazione e tutelare interessi durante eventuale invasione.  Archivi detti uffici non dovranno essere rimessi potendosi asportare sola parte che di fronte nemico potrebbe compromettere politicamente persone obbligate a rimanere. Notai con propri archivi nonché medici, farmacisti, ostetriche debbono rimanere così pure personale assistenza manicomi ed altri luoghi di cura e ricovero. Assicurata permanenza personale non è il caso di sgombrare ricoverati. Stabiliti così uffici e relativo personale che devono assolutamente allontanarsi e quelli che devono assolutamente rimanere, per tutti gli altri uffici governativi vale regola divieto allontanarsi salvo concessione speciale prevista caso sopra. Per queste ultime autorità archivi ed atti uffici dovranno rimanere sul posto asportando solo documenti atti valore storico e politico e scorta penale e valori. Intendosi in particolare compresi nel divieto di allontanarsi funzionari autorità giudiziarie finanziarie scolastiche nonché tutti organi carattere tecnico magistrati corpi insegnanti scuole primarie e secondarie e speciali, escluse Università. Tutti questi uffici sono secondo norme internazionale destinati continuare loro funzioni durante occupazione nemica nell’interesse popolazione rimasta applicando leggi nazionali in vigore nel paese che esercito occupanti deve rispettare e può modificare solo per urgenti necessità relative alla condotta della guerra. Autorizzazioni allontanarsi per funzionari questa categoria uffici dovranno contenersi nei limiti più ristretti e concedersi solo, quando militi a favore della domanda gravi ragioni come età avanzata o concreti precedenti politici esponenti persone a rappresaglie nemiche oppure altre ragioni degne considerazione anche tenuto conto necessità singoli servizi in rapporto popolazione effettivamente rimasta sul luogo. Autorizzazioni allontanarsi saranno richieste esclusivamente a mezzo Prefetto da rispettivi Capi servizio e decise su parere Prefetto da Comando Presidio del capoluogo o in caso di arretramento ufficio Prefettura entro confini provincia da Comando presidio della sede provvisoria. Si dovrà assicurare funzionamento rapido tale servizio come pure contatto immediato tra prefetto e Comando Presidio per ogni istruzione e disposizione circa arretramento od allontanamento autorità politiche. Quando Prefetto intesa coi Comandi Presidio sia allontanato dalla provincia eventuali altre domande di autorizzazione a partire saranno esaminate direttamente da Comando presidio del luogo di residenza del funzionario richiedente o in mancanza, da Comando Presidio più vicino. Ad impiegati compresi i magistrati ed insegnanti che rimangono sul posto Prefetto in previsione invasione provvederà pagamento stipendio tre mesi oltre quelli mese in corso.

Firmato  il 16 Novembre 1917   Capo stato maggiore esercito F. Diaz                                                                                             

 

5.15 Danni dei militari sbandati

Luigi Dainese e Giovanni Salvano chiesero di essere risarciti dai danni causati dai militari sbandati  nei primi giorni del mese di novembre nella pescheria comunale. L’ingegnere comunale precisò che nella notte reparti di truppa si ricoverarono nella pescheria per  riscaldarsi bruciando i banchi del pesce e rovinando anche le bilance.

Una tabella del 12 dicembre 1917 ci fornisce i locali utilizzati dalle truppe sbandate, di passaggio e reparti in sosta nel periodo compreso tra il  21  al  30 novembre 1917  per una spesa supportata dal comune di 739 lire

 

Stabile Proprietario Media giornaliera uomini + animali ricoverati
Stallo Antonio Uccelli Pietro 10 + 25 quadrupedi
Stallo Antonio Tasinato Giuditta 40 + 75 quadrupedi
Locale v. Branchini,9 Toffanin Antonio 120
Teatro Cavallotti Labia Angelo 250
Teatro sociale Temporin Angelo 320
Piazza Isola tettoie Zambelli Luigi 8 + 8 quadrupedi
Grannaio Savvellon mulini Bacchini Giovanni 150
Piazza Isola tettoie Favarin Rosa 60
Patronato scolastico Mon. Prevedello 80
Locale via Tassello Massaini Giuseppe 120
Stallo Cavallino Santini e Pesavento 60 + 60 quadrupedi
Piazza Dante  e Pescheria Salvagno Giuseppe 195

 

Gli alloggi privati forniti agli ufficiali di passaggio furono in quel periodo 47. Numerosi i danni arrecati alle proprietà. Tra questi Carlo Altieri che chiese un rimborso di 148 lire. Numerosi soldati furono ospitati anche nella chiesa di San Bartolomeo, il parroco chiese il rimborso al comune. La situazione nel mese di novembre doveva essere caotica. Il sindaco il 24 novembre fece affiggere un manifesto nel quale avvisava i proprietari che avevano disponibili locali (magazzini, tettorie, stalle) o alloggi per gli ufficiali di segnalarli al comando situato in piazza Isola.

Tra gli ufficiali di passaggio segnaliamo il capitano Conte Grimani figlio di un senatore di Ferrara il quale fu alloggiato in un villino sulla via della stazione di proprietà del signor Altieri. Il capitano non fu molto soddisfatto del trattamento e richiese ripetutamente che l’alloggio fosse dotato di una stufa. Per la cronaca il capitano faceva parte del centro ispezione batteriologico militare. Non mancarono le sorprese quando furono liquidate le spese di pigione ai proprietari. L’amministrazione comunale ritenne opportuno all’atto del pagamento degli affitti applicare una ritenuta del 2% per il contributo di guerra. Inutilmente il sindaco segnalava che nessuna prestazione tanto di alloggi che di foraggi ecc. dovrà ritenersi valida se non convalidata di firma e bollo di questo Comando. A riguardo è poi bene che tutti sappiano che tanto gli alloggi quanto i prelevamenti in genere, pur autorizzati come innanzi è detto, devono essere pagati dagli Ufficiali prima del loro allontanamento.

Non tutti furono contenti dell’occupazione degli stabili. Tra gli scontenti anche la contessa Legnenzi la quale in data 9 novembre 1917 scrisse al sindaco chiedendo uno scritto dal quale risultasse che la sua villa era stata requisita per ospitarvi l’ospedaletto da campo militare numero 282. Concludeva la missiva precisando che qualora fosse necessaria la sua presenza sarebbe partita immediatamente da Bologna.

Il mitico Barone Rosso( Famed German fighter ACE Manfred von Richthofen (Red Baron) in the cockpit of his aircraft, likely an Albatros D.II, in 1917.)

 

5.16 14 dicembre 1917Lettera di una moglie disperata

La sig.ra Gertrude Pippa in Bertomoro scrisse al sindaco.

Prima di disturbarla tentati tutte le vie senza nessun risultato e come tale a lei mi rivolgo con tutta la confidenza e il rispetto, sicura che con la sua cara bontà mi ascolterà, mi compatirà, mi aiuterà.

Mio marito  Bertomoro Giacomo fu esonerato dalla commissione di Verona- Padova ancora dal 3 ottobre.. ma i tristi avvenimenti successi hanno interrotto la speranza  di un suo ritorno, ma ora vedo  tanti esonerati anche dalla zona di guerra. .. e spero e aspettò.. poi parlai, mi interessai, facendo nuovi passi ogni giorno, tutti vengono e lui non viene, che fare? Ho bisogno della sua presenza in famiglia che da circa 7 mesi non vede  e che ha lasciato senza nessuno.. Poiché la certezza che venisse ci ha fatto sempre rimandare i lavori nei campi stabiliti con i dipendenti. Adesso proprio siamo arrivati in un punto che non sappiamo come uscirne. Onorevole signore, lei che ha buon cuore, immagini il nostro stato desolante e ci aiuti.

Il capo di stato maggiore Armando Diaz avvisò che i soldati comandati ad eseguire opere militari in zona di guerra che si allontanino dal posto di lavoro saranno subito giudicati da un tribunale in una pubblica udienza con l’assistenza di un legale. L’eventuale sentenza di condanna doveva essere appesa alla porta di casa del condannato. I parenti del condannato che aiuteranno i colpevoli o che semplicemente daranno vitto e alloggio ai militari che si allontanino dal posto di lavoro verranno puniti con la reclusione da 3 a 15 anni

“A Fregona (Treviso) arrivano i profughi di Caporetto, giunsero nel pomeriggio del 13 dicembre 1917, erano più di 1.300 persone. Ad accompagnarli la loro guida spirituale, che nel frattempo, incaricato, pena fucilazione dagli austriaci, era diventato anche la loro guida civile: il vicario parrocchiale di Segusino don Antonio Riva.
I Fregonesi erano visibilmente preoccupati alla vista degli abitanti di Segusino perché il cibo già non bastava per loro, figurarsi se si dovevano sfamare anche altre persone. L’arciprete di Fregona, don Giovanni Toja diede comunque il suo appoggio al Riva e in qualche modo, con l’aiuto di altri abitanti di Fregona gli esuli trovarono qualche sistemazione. “

5.17 Soldati dispersi o prigionieri

L’anno terminava con un lungo elenco di soldati monselicensi dispersi, feriti o prigionieri. Un voluminoso fascicolo riporta ancora i loro nomi e lascia intravvedere la disperazione delle famiglie che attendevano inutilmente notizie dei propri cari, sparsi dalla Francia alla Macedonia.

Erano considerati per l’esercito dispersi, tra i molti: Guglielmo Businaro, Edoardo Tagliapietre, Idelmino Fregnan e Adamo Zaghi; dalle indagini non risultavano né tra le perdite, né tra i prigionieri. Molti anche i feriti disseminati per l’Italia: Luigi Garbin si trovava degente all’ospedale di Asti in gravissime condizioni di salute; ad Antonio Sadocco  gli vennero amputate le cinque dita del piede destro ed era ricoverato presso l’ospedale militare principale di Milano; Fortunato Muraro, classe 1898, era ricoverato dal 24 giugno 1917 all’ospedale n. 39 della Croce Rossa italiana (guarirà per morire in prigionia il 24 marzo 1918 in Bulgaria). Giovanni Lunardi, residente alla Stortola, si trovava ricoverato in gravi condizioni all’ospedale del Seminario di Bologna; la situazione doveva essere assai preoccupante perché le autorità militari autorizzarono ‘la visita dei parenti con un viaggio di andata con treno direttissimo’. Angelo Fasolo del 221° reggimento fanteria era da due mesi prigioniero a Windem Wertf in Germania. Mancava anche il carabiniere Angelo Gallo, della classe 1895, scomparso in combattimento sul Carso il 27 maggio 1917 (morirà il 14 gennaio 1918 in prigionia per malattia).

Lasciamo al Carturan il compito di descrivere il clima di  quei giorni

L’inverno, dopo Caporetto, passò in una dura e febbrile alternanza di preoccupazioni, timori e speranze. Ebbi a quei tempi occasione di andare a Venezia alla Corte d’Appello che continuava sempre a funzionare malgrado la pericolosa e disastrosa condizione in cui quella città si trovava. In quelle brevi ore di permanenza ci assaliva un desolante sconforto per lo squallore che presentavano le piazze e le vie, per il senso di raccapriccio che ci incuteva l’esasperata vita cittadina. I palazzi meravigliosi che fiancheggiavano la più bella via del mondo, la basilica d’oro, ci sembravano prive della loro luminosa ed eterna grandezza. Dovetti pure recarmi in quei pericolosissimi momenti a Treviso, alle porte del Piave, a qualche chilometro dalla linea del fuoco. Quale impressionante tristezza offriva la città morta! Tutto era deserto, case e  botteghe tutte chiuse ad eccezione di uno o due pubblici esercizi dove passavano le lunghe ed esasperanti ore le poche persone che per ragioni d’ufficio erano state obbligate  a mantenere ivi la loro residenza, quali i preposti al tribunale ed al comune.

Nel terzo anno di guerra morirono per 84 monselicensi.

 


 


© 2025 a cura di Flaviano Rossetto

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