Re di Maggio
Il re di maggio.
Per molti storici l’abbandono della capitale al suo destino segnerà definitivamente le sorti della monarchia. Sergio Romano scrive sulle pagine del «Corriere»: «La fuga di Pescara fu una delle pagine più brutte della storia di Casa Savoia, ma la presenza del re al Sud garantì, in una parte della penisola, la continuità dello Stato» e continua: «Fu subito chiaro, tuttavia, che la credibilità e il prestigio di Vittorio Emanuele III erano ormai irreparabilmente intaccati. Coloro che desideravano la sopravvivenza della monarchia (gli inglesi, i moderati, i liberali, Benedetto Croce e altri esponenti dell’Italia prefascista) gli chiesero di farsi da parte e di lasciare il trono al figlio».
È l’occasione per Umberto di uscire dal cono d’ombra in cui il re e il regime lo avevano tenuto; in un’Italia spaccata a metà, il principe ereditario cercherà di distinguersi agli occhi dei nuovi alleati e riscattare l’onore dei Savoia, organizza il primo reparto del rifondato Esercito regio che scende sul campo di battaglia contro i tedeschi a Montelungo, sul fronte del Volturno, anche se gli americani non gli permetteranno di assumerne il comando. Subito dopo la liberazione di Roma, come prevedevano gli accordi tra Vittorio Emanuele e gli anglo-americani, Umberto viene nominato Luogotenente generale del regno, e, in un clima di tregua istituzionale con una monarchia di fatto congelata, affida il governo a Ivanoe Bonomi, che include nel nuovo gabinetto tutte le forze antifasciste.
L’ultima pagina della monarchia
Con la fine della guerra e il Referendum alle porte, Vittorio Emanuele III gioca l’ultima carta e abdica in favore di Umberto. «Io ritengo la monarchia costituzionale la più indicata a venire incontro a quelle esigenze equilibratrici necessarie per un vero e continuo progresso del popolo. Solo un’autorità al di sopra del potere esecutivo può pensare di evitare pericolosi slittamenti incanalandoli ad esaurirsi nel quadro del gioco parlamentare. La futura monarchia italiana deve necessariamente essere, e senza dubbio, sarà progressiva», sono le parole di Umberto II che, in piena campagna elettorale per il suffragio, racconta la sua visione dell’Italia al giornalista Michael Chinigo, augurandosi che il risultato della consultazione sia definitivo, che non lasci minoranze insoddisfatte e che inauguri una nuova era di pace per il Paese.
L’orlo della guerra civile
I risultati delle urne precipiteranno invece l’Italia sull’orlo della guerra civile: « Alle 18 del 10 giugno, il primo presidente della Corte di Cassazione, Pagano, dette lettura dei voti complessivi, che vedevano il successo della repubblica sulla monarchia con uno scarto di 2 milioni di voti. Ma aggiunse: la corte emetterà in un’altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami», scrive Gaetano Afeltra .
Una postilla che lasciava in bilico oltre che i dati, anche l’Italia e che darà una giustificazione alla lunga esitazione di Umberto II a cedere la delega dei poteri al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. Il difficile equilibrio del Paese iniziava a vacillare, gli scontri a Napoli con morti e feriti poteranno il consiglio dei Ministri a rompere gli indugi e a conferire a De Gasperi le funzioni di Capo dello Stato, appellandosi a tutti i cittadini per mantenere l’unità nazionale. Una decisione drastica che Umberto II sceglierà di non contrastare, evitando di scatenare una guerra fratricida: «Poco dopo le 16 del 13 giugno, un aereo decollava da Ciampino, portando in esilio l’ultimo re d’Italia. La Repubblica italiana era nata».