Torre civica

TORRE CIVICA DI MONSELICE  ( di Massimo Trevisan)

L’imponente torre civica è stata costruita nella prima metà del XIII secolo ( secondo alcuni esattamente nel 1239). Lo storico Carturan ricorda una lapide (riportata nelle memorie manoscritte ottocentesche del Furlani) posta a sinistra della torre e scomparsa nel 1797, con la seguente iscrizione:
Fed. II Imp. Rom. / Hanc Turr. Edific. / Et Castr / Quod est Camera Spes. Imper. / Murari Iussit / A. MCCXXXIX /Acciol. III Ab Honara / Vic. Imper. Mar. Tarv./ Cur. (1)
La somiglianza della tecnica muraria utilizzata nella Torre con quella delle parti giudicate dallo storico dell’arte Bresciani-Alvarez di epoca federiciana-ezzeliniana, lo induce a ritenere plausibile la datazione alla stessa epoca della nostra costruzione, che avrebbe fatto parte del sistema di fortificazioni comandate dall’ Imperatore, presente a Monselice nel 1239: “operazioni di entità e caratteristiche tali da far affermare a Rolandino [Rolandino da Padova: Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane ], a proposito dell’ Imperatore, con sintesi lapidaria Castrum Montisilicis condidit”. Di fatto il Bresciani-Alvarez enfatizza forse troppo il valore ”simbolico” di quel condidit; tuttavia anche secondo il Bortolami [1994, pag. 127], la realizzazione di queste mura federiciane (di cui è impossibile oggi riconoscere l’esatto andamento e sulle quali si innesteranno largamente le strutture carraresi) suggella il “consolidamento del polmone politico ed economico posto tra la chiesa di S. Paolo e il Vigenzone [il canale per Padova] e incentrato sull’attuale piazza maggiore” ovvero la definizione di un’ entità urbana che si era fin lì sviluppata rapsodicamente, per poli diffusi ed autonomi, attorno all’ emergenza del castrum. Presso la torre dovette esserci un approdo attrezzato (“porto”) : fin dal 1201 era stata completata la via d’acqua dal Padova al Vigenzone (Monselice), ma già attorno al 1160-80 sono attestati una “porta prope flumen Visigone” e un ponte in pietra (2) (è poco probabile, tuttavia, che tale porta fosse addossata all’ attuale Torre Civica la cui muratura non risale più indietro dei primi tre decenni del secolo XIII.); il Sanudo poi afferma che sarebbe stato suo nonno, nella I metà del ‘400, ad aprire la porta per collegare la piazza al porto. Purtroppo le notizie fin qui presentate non sono risolutive ai fini della datazione della torre essendo contraddittorie o forzatamente lacunose e non più documentabili. Resta poi il fatto che se certamente le mura carraresi si innestarono su quelle precedenti (dell’età federiciana e forse dell’ epoca successiva, in cui Monselice rientra nell’orbita del Comune di Padova), tuttavia il circuito di queste ultime non è determinato esattamente nè è scontato che presso la Torre civica esse avessero lo stesso andamento oggi in essere (3). L’elemento più solido per una datazione della Torre parrebbe dunque il confronto con altre murature di cui eventualmente si conosca l’epoca o che siano state studiate più approfonditamente I risultati degli scavi e dei restauri effettuate presso il torrione della Rocca non sono stati ancora oggetto di una pubblicazione scientifica, mentre sono stati recentemente oggetto di analisi stratigrafica gli alzati del Castello (4) e le conclusioni della ricerca possono offrirci utili termini di confronto. La muratura della Torre Civica, riconoscibile come originaria, si caratterizza per una lavorazione a corsi di conci di trachite di medie dimensioni (talora squadrati sommariamente) spianati sulla faccia esterna, alternati a corsi di mattoni (che, in alcune zone, diventano doppi ogni 4-5 alternanze trachite-mattone).
La tecnica è molto simile a quella utilizzata in altre due belle torri superstiti della cinta (quella presso Piazza Ossicella e quella presso l’angolo nord-ovest in Campo della Fiera) ma, oltre che essere quella di Piazza Ossicella originariamente aperta sul lato interno, queste presentano gli angoli lavorati in laterizio alternato a masselli in trachite anche di grandi dimensioni, con facce molto ben spianate (ed elementi di questo tipo compaiono nella Torre civica molto sporadicamente sul fronte ovest). Lavorazione simile, infine, troviamo anche su ampi tratti superstiti della cinta, dove, però, il corso di mattoni è raramente doppio e, soprattutto, la lavorazione della trachite appare più sommaria: la pezzatura dei blocchi trachitici è mediamente più grande che nella Torre civica, la faccia vista è spianata più rozzamente, la squadratura è spesso approssimativa e le dimensioni possono anche variare largamente entro lo stesso corso.
Ora, in base ai risultati di Chiara Chemin l’analogia più forte che mostrano le nostre murature è con le unità stratigrafiche pertinenti, secondo la sua datazione, alla II metà del XIII secolo (le strutture di alcune porzioni del cosiddetto “Castelletto” caratterizzate “da una tecnica che alterna corsi di conci di trachite squadrati o sbozzati a file talvolta sdoppiate di laterizi, gli angoli degli edifici e le spalle delle aperture sono prevalentemente in mattoni”. Come asserisce la stessa (5) la datazione viene avanzata soprattutto per affinità con le tecniche utilizzate al Duomo Vecchio che risale a subito dopo la cacciata di Ezzelino, e per la realizzazione delle mura comunali di Padova. Se l’ipotesi è corretta, la costruzione della torre spetterebbe dunque al momento in cui Monselice ritorna nell’ orbita del Comune di Padova, dopo la parentesi ezzeliniana, sicchè se di Federico II è il grandioso progetto della cinta delle mura, la ripresa (se non la conclusione) dei lavori spetterebbe all’ impulso del Comune (in contemporaneità con quanto accadeva nel vicino Castello Cini, dove per significative modifiche attuatevi il Bresciani-Alvarez avanza anche il nome dell’ architetto, nella persona di Leonardo Bocaleca da Monselice(6)).
Tuttavia lo stesso Bresciani-Alvarez, come già ricordavamo, ritiene decisamente ezzeliniana la Torre. In mancanza di altri riscontri, non ci sentiamo per ora di avanzare come sicura una delle due tesi, sicchè la datazione, con lo scarto di qualche decennio, si fissa imparzialmente attorno alla metà del secolo XIII, pur consapevoli del diverso significato che la costruzione della Torre stessa assume, a seconda che essa si attribuisca ad Ezzelino o al Comune di Padova. La torre originaria ipotizziamo che avesse da subito il piano terra voltato a botte (come nella torre del quasi coevo Castello di Padova) ed una serie di impalcati lignei intermedi, non però la volta ogivale nel vano terminale. Essa ci pare risalire all’ epoca carrarese (II metà del XIV sec.) ed è contemporanea alla realizzazione del camino e della canna fumaria, sempre nella stessa stanza. Questi ultimi alterano visibilmente la tessitura del muro a nord (causando anche, probabilmente, la lesione visibile esternamente), mentre la volta è appoggiata sui lati est ed ovest del più antico muro (che dev’essere stato tagliato per la profondità di almeno una testa di mattone ed un’ altezza di alcuni decimetri) e ben connesso, per tutto il perimetro, alle due testate sud e nord. La torre appare dall’inizio inscindibilmente collegata sia ad una cinta muraria sia, soprattutto, alla Porta (Porta delle navi, o di Arquà, e poi della Pescheria), demolita nel 1825. I primi due secoli del dominio veneziano sono assai significativi per la torre e la strada piazza su cui affaccia, poiché vi si avvia un radicale riordino, di ampia portata funzionale e simbolica, che, per la torre, comporta il progressivo incremento delle sue valenze “civili” di pari passo con il graduale affievolirsi dei connotati militari. Intanto (prima del 1483, anno in cui scrive il Sanudo, che la ricorda nei suoi Diari) viene realizzata un’ elegante loggetta addossata alla parete sulla piazza. Essa (“Loggia piccola”) fa il paio con quella, quasi dirimpetto, addossata alla facciata di S. Paolo ( la “Loggia grande” del 1470, forse coeva della nostra “Loggia piccola”), istituendo un collegamento visivo tra le due estremità della Piazza. La loggia dà accesso (con una porta a destra) al locale terreno della torre che ospita la cancelleria notarile e, prima della costruzione del Monte di pietà, anche una Camera dei pegni (mentre, almeno fino al 1835, essa servirà per i pubblici incanti. Nel 1504 o 1524 la torre viene sopraelevata, realizzando la cella con i tre arconi per lato, destinata ad ospitare la campana civica.
Prima del 1563 vi si installa un orologio. A suonare la campana e caricare e regolare l’orologio, un custode. Dal secondo ‘500, fino al primo ‘800, l’edificio non è interessato da grandi lavori, ma solo da riparazioni o piccole modifiche, alcune delle quali ricordate dal Carturan. La situazione è documentata graficamente nel Catastico di S. Francesco (1741) (8).
Venute meno le esigenze militari dopo la sconfitta di Agnadello (1509), la torre fu utilizzata per usi civili. Sappiamo che al pianterreno, nel secolo XVI, fu collocata la Camera dei Pegni, facendo gli opportuni adattamenti, fra cui il trasferimento della porta d’ingresso da destra a sinistra. Nei vecchi registri comunali troviamo che nel 2 settembre 1564 fu pagato a Francesco Muraro il resto del suo credito per l’apertura della porta a sinistra “fatta nella Torre delle ore” e per restauri alla torre stessa. Dai registri risulta ancora che nel 14 febbraio 1565 fu fatto pagamento a Bernardo Fornasiero “per quadrelli e calcina per la camera dei pegni nella torre delle ore”. Risulta infine che nel 19 febbraio 1565 fu “selciata la camera dei pegni e fatti i banchi sotto la “Loggetta” sempre per uso della camera dei pegni. Trasportata la sede della camera dei pegni nel Palazzo ogivale, il locale della Torre ebbe la sua definitiva destinazione ad archivio e cancelleria, notarile che durò all’incirca fino al 1850 circa. Lo testimonia una finta porta con sovrastante la pietra-capitello sporgente in cui era incisa appunto l’iscrizione suindicata “Canc… Civ…Not…ecc..”. Il notaio Lorenzo Nani che rogava in Monselice in quell’epoca, stipulava i suoi atti in quel posto. Sotto la dominazione austriaca, i locali furono utilizzati dalla guardia militare e nel 1866 alla guardia nazionale. Poco dopo lo stanzone venne usato come dormitorio degli accenditori della pubblica illuminazione. Cessata l’ illuminazione a petrolio, il locale ebbe varie altre destinazioni ad uso comunale, ultima delle quali quelle di deposito delle panche per i venditori ambulanti nei giorni di mercato. Nel dopo guerra i locali furono utilizzati come sede per le associazioni d’arma.

CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI RIGUARDANTI LA TORRE
Alcune date ci aiutano a ricostruire la storia della torre:

1563 – Pagamento a tale Nicolò Pozzonovo per “aggiustare le ore della Piazza”;

1564 – Pagamento a Francesco Muraro per apertura di una porta a sinistra, nella loggia, e per restauri. – Viene rifatto il capitello (?) in legno della campana;

1565 – Pagamento a Bernardo Fornasiero “per quadrelli e calcina per la camera dei pegni nella torre delle ore”. – Nello stesso anno fu “selciata la camera dei pegni e fatti i banchi sotto la Losetta” – Pagamento a Giacomo da Orologio da Padova “per aver ridotto (?) l’orologio delle 12 ore”;

1583 – Tale Juan Pietro Fusino da Padova garantisce con i suoi beni la campana da lui realizzata;

1585 – Anzolo Pasqualin si obbliga a fare una campana nuova (9);
A partire dal primo Ottocento si assiste ad un ulteriore mutamento, sul piano delle funzioni e del significato della Torre, che viene gradualmente svuotata delle sue valenze simboliche e pratiche man mano che ci si avvicina alla nostra epoca. Dall’inizio della dominazione austriaca, il piano terreno della torre ospita un corpo di guardia.

Nel 1823-5 si intraprendono importanti lavori, dettati insieme da un moderato impulso alla “modernizzazione” (comodità e sicurezza) e da una coscienza del valore della Torre (rendendo detta antica fabbrica….in forma decorosa e degna dell’ oggetto che si contempla). Di fatto, viene abbattuta la porta delle Navi (con il pretesto che era “rovinosa”), si realizzano un nuovo quadrante per l’orologio e lo stemma comunale in pietra di Costozza, si eseguono restauri alla torre e la si reintonaca e colora in tinta “nanto”. Questo evento ha però lasciato una preziosa ed inedita documentazione grafica della pianta dell’ area (allegato 2), con indicazione dei lavori allora eseguiti (10). E’ quasi certo che la situazione rappresentata nei grafici del 1823 rifletta lo stato dei luoghi in essere fin dalla II metà del ‘400. Il dato più significativo è che la Porta appare come una struttura semplicemente appoggiata tra la torre (il cui rilievo è abbastanza vicino al reale) e le mura a nord. Un muro dello spessore di circa m 1,30 aderisce alla parete nord della Torre civica e, avanzando di m 2,50 vero la Piazza, si piega poi in un poderoso pilastro. Gli fa da pendant, a nord, un pilastro che appare costruito sulla prosecuzione di un tratto della cinta (che a dire il vero, li’ risvolta come accadeva, per esempio, anche presso Porta Vallesella) e poi si inoltra ad ovest, per circa 10 m ed uno spessore attorno al metro e ottanta, ospitando, nella parte terminale una scaletta a chiocciola. Tra i due muri sono impostati tre archi (50 cm di spessore: presumibilmente 2 mattoni) con i due ad ovest tanto ravvicinati che vi è realizzata, sopra, una stanzetta “ad uso del custode della Torre”. Questa si raggiunge con la scaletta sopra indicata e di là si accede (attraverso un foro tuttora esistente) al primo piano Torre. Quando i documenti dell’epoca parlano delle murature su cui gravano le arcate si dice “appoggiate”, “aderenti”, “che appoggiano”; l’asportazione, poi, del muro della Porta non ha lasciato che poche tracce visibili sulla parete nord della Torre. (confortando l’ipotesi che quel muro non fosse immorsato sulla Torre, ma solo costruito in aderenza). Tutto ciò fa pensare che l’ intera struttura della Porta sia frutto di un intervento successivo alla erezione della Torre (metà del ‘200). Poiché ad essa struttura era addossata la loggetta quattrocentesca (che ne utilizzava parte per il suo fianco nord), si presume che la Porta, costruita ad una certa data in sostituzione di quella del XII sec., sia anch’essa del ‘400, in accordo con quanto afferma il Sanudo. I lavori eseguiti tra 1823 e 1825 comportano, dunque la completa demolizione della Porta (ma anche, sul lato nord, del voltatesta delle più antiche mura): in questo modo la Loggetta veniva a trovarsi senza una parete e il primo piano della Torre diveniva inaccessibile. Quanto al primo problema, lo si risolve con un muro sghembo che raccorda gli spigoli delle due costruzioni; quanto al secondo con una nuova scala esterna e l’apertura di un nuovo accesso (quello attuale). Tra gli altri lavori , oltre al ricordato quadrante ed allo stemma, la realizzazione delle catene a mezz’altezza; di un camino al primo piano (lato sud) per comodo del guardiano, la rintonacatura (a sud, ad ovest e probabilmante anche ad est con intonaco di calce e sabbia; a nord con intonaco “a terrazzo ossia calcestruzzo”). Si pensa con un certo rimpianto all’elegante tinteggiatura color “nanto”, che fondeva armoniosamente nella parete i dettagli in costozza del quadrante e dello stemma, oltre ai probabili elementi in pietra tenera della loggetta quattrocentesca. La situazione dopo i lavori del 1823-25 è rappresentata in un acquarello (allegato 3) pubblicato dal Mazzarolli e di ignota collocazione ed epoca ( ma ante 1879, poiché sono ancora in piedi le botteghe sul lato meridionale della piazza).

1834 – Nel pieno di una accesa discussione sul destino della “Loggia grande” (poco dopo abbattuta) si decide di salvare e restaurare la “Loggia piccola” che serve per i pubblici incanti.

1844-45 – Piccole riparazioni all’ impalcato dell’orologio, alla canna fumaria e al camino (11).

1863 – Riparazioni al tetto (12).

1870 ca. – Il piano terreno della torre diventa dormitorio degli addetti alla pubblica illuminazione.

1879 – Si avviano importanti lavori di abbattimento di alcuni antichi edifici del lato meridionale della Piazza, per portare le dimensioni di quella che fin lì era stata poco più che una larga via alle dimensioni di una vera e propria piazza urbana.

1881 – Si sostituisce il quadrante dell’ orologio (in pietra) con uno trasparente illuminato da lampade a petrolio.

1885- Viene abbattuto un tratto delle vecchie mura in corrispondenza dell’edificio sulla Piazza sul lato meridionale della torre, per costruire una nuova casa, che dal 1924, opportunamente modificata, diviene sede della Banca Popolare (ora sede dei Vigili urbani)

1893 – Si abbatte la vecchia loggetta quattrocentesca (pericolante), che viene sostituita da altra a tre fornici su progetto dell’ ing. A. Borso (vedi allegati 4, 5, per la situazione prima e dopo la demolizione della casa a sud e dopo la costruzione della nuova loggia).

1895- Sotto la nuova loggetta si pone un busto del re Vittorio Emanuele II (opera di V. Brustolon) – – Illuminazione elettrica dell’orologio

1900 ca – La torre ospita a terreno un deposito di panche per i venditori nei giorni di mercato.

1933 – Una commissione artistica decide l’abbattimento della loggia ottocentesca e la rimozione dell’intonaco, per “ricondurre la torre, per quanto possibile, al pristino suo stato” (13) E’ probabile che risalga a quella data l’ultimo lavoro di ripassatura generale e di ricucitura del paramento esterno della torre: un’operazione mirata a omogeneizzare e attenuare, facendo scomparire molte irregolarità e cesure, appartenenti alla storia dell’edificio, sotto la continuità di una tessitura uniforme (del tutto obliterata per esempio la porta sulla Piazza). (vedi allegati 6 e 7)

1945- La vicina banca è colpita dalle bombe. Viene danneggiato il quadrante dell’orologio della torre.

1954 ca. – Viene abbattuto un edificio addossato al lato ovest della Torre (vedi allegati 8 e 9). l’edificio non è quasi certamente lo stesso raffigurato nella mappa del 1823 (tra i due catasti ottocenteschi postnapoleonici la situazione è infatti leggermente mutata): curiosamente, però, continuava ad essere destinato a caffè.

1960 ca. – Viene costruita la scala esterna per l’accesso ai piani fuoriterra della torre, oscurando parzialmente una finestra del Piano terra.

1990 ca – Lavori di consolidamento della copertura della torre e rinnovo degli impalcati lignei. Realizzazione di una nuova scala metallica interna.

Note al testo
L’amministrazione comunale ha finanziato i lavori di recupero conservativo della torre civica affidando l’incarico progettuale agli architetti Massimo Trevisan e Leila Villani. 
1 – Celso Carturan: VI, pag. 2021- 2022

2 – Mazzarolli, pag. 22; A.A. Settia, pag. 90 e nota 88; S. Bortolami 2003, pag. 25. La fonte è comunque, per tutti, A. Gloria: Codice diplomatico padovano dall’ anno 1101 alla pace di Costanza, 1879.

3- Nel 1999-2000 la società Archeoed ha eseguito alcuni sondaggi archeologici nell’area della Piazza. Nella relazione che li documenta si accenna, tra l’altro, ad un muro in conci di trachite, largo circa 60 cm, orientato da nord a sud e staccato dalla parete della Torre di circa 40 cm, il cui paramento ovest, “ estremamente regolare e curato nella stilatura, potrebbe far ritenere un’ origine a vista e quindi un’ anteriorità alla vicina torre trecentesca (sic)”.

4- C. Chemin: Il complesso di Cà Marcello di Monselice – Analisi stratigrafica degli alzati, Padova 2001

5- C. Chemin, 2001, pagg. 47- 48.

6- G. Bresciani Alvarez,1994, pag. 452.

7- La prima data (più probabile) appoggia su una lapide riportata dal Carturan (VI, pag.2022) : “Ob Vetust[ate] Coll[apsa]/ A Civibus Instaur[ata]/ Ann[o] Dom[ini] Mdiv. La seconda su una lapide, trascritta dal Salomonio (1696, pagg. 46 e 65, in due versioni invero differenti): (27) MDXXIII PRAE. PET. GEOS., e : (102) MDXXIV Praef. Petro Georgio. Il Mazzarolli (pag. 196) all’anno 1523 ricorda come Pretore un Pietro Zorzi.

8- Il disegno, steso dal perito G.A. Bortoli, conservato presso l’archivio si stato di Padova è stato pubblicato dal Mazzarolli e, quindi, a colori da F. Ferrari [1989]. La torre è vista da ovest, con la cella merlata e intonacata, e delle case addossate alla Porta. Non sono attendibili, invece, la Mappa (Antico castello di Monselice) pubblicata dal Barbantini [1940, pag. 5] (pur risalendo, forse, al tardo ‘700, non mostra la loggetta addossata alla Torre) né, tantomeno, le ricostruzioni di G. Fezzi (1914 ca., rintracciabili in copia presso l’archivio fotografico Zangrossi, Monselice)

9- La campana esistente porta in realtà la data del 1482, e ciò fa pensare che, guastata quella realizzata da Pietro Fusino e, forse, non realizzata quella commissionata al Pasqualin, ne sia stata installata una recuperata altrove, e di esotica provenienza. L’iscrizione con la data, infatti, è in fiammingo, secondo quanto affermato dal Carturan, e dice: “Martino è il mio nome. Il mio suono è così sonoro da essere inteso – voglia Iddio conservarlo – dappertutto. Gauthier Kariwas mi ha fatto l’anno 1482”.

10- Vedi Carturan, VI, pag. 2023 e Mazzarolli, pag. 144. Ma la documentazione completa è presso l’ Archivio Comunale di Monselice (busta n. 17, Fasc. 1/b).

11- ACM, Busta 29, fasc. 2b.

12- ACM, Busta 53, fasc. 3/3.

13- Vedi Carturan, VI, 2024, il quale si augura anche la rimozione della cella campanaria cinquecentesca. Giova ricordare che l’operazione avviene a pochi anni dall’ inizio del restauro (1925) del Duomo Vecchio, che aveva ugualmente “restituito alla facciata l’antica fisionomia” (Callegari, pag.7) e nell’imminenza degli interventi del conte Cini a Ca’ Marcello (1935-39) (per la situazione dopo la demolizione, vedi allegato 7, dove la rimozione dell’intonaco non appare ancora completata).