1509 : Monselice assediata e incendiata dalle truppe dell’imperatore Massimiliano d’Austria

CONTESTO STORICO EUROPEO 1508-10

Nel 1509 le città di Padova e Monselice vengono coinvolte nella battaglia di Agnadello che vide la sconfitta di Venezia contro la lega di Cambrai. Possediamo una bellissima stampa e la cronaca della battaglia per conquistare il castello di Monselice scritta dallo storico Gucciardini. E l’ultima battaglia della fortezza di Monselice

Il 10 dicembre 1508 la diplomazia europea sancì la nascita di una lega politico-militare contro Venezia. Vi erano accomunate le maggiori potenze continentali: Francia, Spagna, Impero asburgico, Papato, guidato dal pontefice Giulio II, acerrimo nemico della città lagunare. Le quattro potenze avrebbero assalito Venezia e avrebbero accettato di concludere la pace solo quando tutti avessero ottenuto ciò che esigevano dalla repubblica. Il 15 aprile Giulio II con una bolla scomunica i Veneziani e chiunque osasse aiutarli. Con la battaglia di Agnadello (14 maggio) gli eserciti della Lega si impadroniscono dei principali centri della pianura veneta. Dunque anche per Monselice giungono i guai; infatti Alfonso di Ferrara nel maggio del 1509 attacca Monselice su cui vantava diritti assieme ad Este e Montagnana. Alfonso battendo incessantemente le mura con le artiglierie, disponendo di forze molto maggiori di quelle assediate, le soverchiò e le costrinse a ritirarsi entro la Rocca che da anni, pur conservando il castellano, era lasciata in abbandono.

imperatore Massimiliano d’Austria

Gli Estensi alla fine hanno la meglio sui Veneziani, chiusi nella Rocca, tanto che il podestà di Monselice, Gasparo Nadal, il 6 giugno fugge e vengono alzate nella piazza le insegne dell’Impero, ovvero del marchese di Ferrara, che era alleato dell’Imperatore Massimiliano d’Austria. Liberatisi della preoccupazione della Rocca gli eserciti collegati si volgono verso Padova, che occupano pacificamente; tuttavia Venezia non si arrende e il 17 luglio Andrea Gritti Provveditore al campo riesce a recuperare la città di Padova. A questa notizia gli abitanti del territorio di Monselice e Arquà si recano nella città della Rocca e costringono i 50 ferraresi ad arrocarsi nel castello con le artiglierie.

Il 21 luglio sono costretti ad andarsene per mancanza di aiuti e alcuni giorni più tardi arriva il nuovo podestà, Pietro Gradenigo e la difesa della Rocca fu affidata a 50 uomini comandati da Pietro Da la Volta. Il 26 agosto però sono attaccati, lungo il fianco nord del colle, da truppe tedesche guidate dallo stesso Imperatore. Dal 14 ottobre successivo fino alla fine di novembre Monselice fu varie volte occupata e lasciata da Estensi, Tedeschi fino a quando il Doge dà incarico a Marco Marcello di impadronirsi di Monselice.

Il Marcello, nominato provveditore a Monselice, fu costretto da Venezia a mandare a Padova più uomini che potesse e nella città della Rocca rimasero soltanto 25 fanti. Tuttavia qualche lavoro di riatto e rafforzamento viene eseguito in quel tempo e la guarnigione raggiunge i duecento uomini. Si chiedono operai: muratori, manovali, fabbri: occorre ricostruire il tratto di mura presso la torre delle Donne, ricavare una strada coperta che da quella Torre scenda verso la porta Padova. Marco Marcello chiede a Venezia l’invio di contingenti per difendere Monselice ma gli vengono rifiutati. Prima che fossero immagazzinate munizioni e vettovaglie e fossero arrivati altri soldati e armi giungono i nemici e alla fine di luglio il Borgo è attaccato e rapidamente preso dai francesi comandati dal duca di Termini. Monselice viene bruciata, distruggendo pure l’archivio comunale con gli Statuti e portando la peste. Proprio questo episodio del luglio 1510 ci è narrato dal Guicciardini.

Presa di Monselice del 1509 – Collezione Ruzzante

Storia d’Italia,  (Libro IX capitolo IV) di Francesco Guicciardini
Avuto Ciamonte il comandamento dal re di soprasedere, voltò l’animo all’espugnazione di Monselice; e perciò, subito che furono unite con i tedeschi quattrocento lancie spagnole guidate dal duca di Termini, le quali mandate dal re cattolico in aiuto di Massimiliano avevano, secondo le consuete arti loro, camminato tardissimamente, gli eserciti, passato il fiume della Brenta e dipoi alla villa della Purla il fiume Bacchiglione, presso a cinque miglia di Padova e in Monselice; avendo in questo tempo partito molto nelle vettovaglie e ne’ saccomanni, per le correrie de’ cavalli che erano in Padova e in Monselice: da’ quali anche fu preso Sonzino Benzone da Crema condottiere del re di Francia, che con pochi cavalli andava a rivedere le scorte; il quale, perché era stato autore della ribellione di Crema, Andrea Ghitti, avendo più in considerazione l’essere suddito de’ viniziani che l’essere soldato degl’inimici, fece subito impiccare.
Sorge nella terra di Monselice, posta nella pianura, come uno monte di sasso (dal quale è dette Monselice) che si distende molto in alto; nella sommità del quale è una rocca, e per il dosso del monte, che tuttavia si ristrigne, sono tre procinti di muraglia, il più basso de’ quali abbraccia tanto spazio che a difenderlo da esercito giusto sarebbero necessari duemila fanti. Abbandono gli inimici subitamente la terra; nella quale alloggiati i franzesi piantono l’artiglieria contro al primo procinto, con la quale essendosi battuto assai e da più lati, i fanti spagnuoli e guasconi cominciorono senza ordine ad accostarsi alla muraglia, tentando di salire dentro da molte parti.
Eranvi a guardia settecento fanti; i quali, pensando fusse battaglia ordinata né essendo sufficienti per il numero a potere resistere quando fussino assaltati da più luoghi, fatta leggiera difesa cominciorono a ritirarsi, per deliberazione fatta, secondo si credè, prima tra loro: ma lo feciono tanto disordinatamente che gli inimici che erano già cominciati a entrare dentro, scaramucciando con loro e seguitandogli per la costa, entrorno seco mescolati negli altri due procinti e dipoi insino nel castello della fortezza; dove essendo ammazzata la maggiore parte di loro, gli altri, ritiratisi nella torre e volendo arrendersi salve le persone, non erano accettati da’ tedeschi: i quali dettono alla fine fuoco al mastio della torre, in modo che di settecento fanti con cinqueconestabili, e principale di tutti Martino dal Borgo a San Sepolcro di Toscana, se ne salvarono pochissimi; avendo ciascuno minore compassione della loro calamità per la viltà che avevano usata. Né si dimostrò minore la crudeltà tedesca contro agli edifici e alle mura, perché non solo, per non avere gente da guardarla, rovinorono la fortezza di Monselice ma abbruciorono la terra. Dopo il qual dì non feceno più questi eserciti cosa alcuna importante, eccetto che una correria di quattrocento lancie franzesi insino in su le porte di Padova.

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IL DOGE LOREDAN ESORTA ALLA DIFESA DI PADOVA
Nella Storia d’Italia del Guicciardini (libro VIII, cap. IV) si trova uno stupendo discorso, pronunciato dal doge Leonardo Loredan davanti al Senato della Repubblica Veneta nel 1509, a proposito di Padova. Com’e noto la nostra città era gravemente minacciata dall’imperatore Massimiliano d’Austria, durante la guerra della lega di Cambrai, che fece muovere l’Impero, la Francia e il Papa contro Venezia sola.
Questo Loredan che fu doge dal 1501 al 1521 appartiene ad una delle più antiche ed illustri famiglie del patriziato veneto. Dopo di lui ebbero tale carica Pietro (1567.70) e Francesco Loredan (1752-62), sicché questa casata diede alla Repubblica ben tre dogi.
II Guicciardini, seguendo 1’esempio degli storici antichi (basta ricordare i maravigliosi « discorsi » nelle Storie di Tucidide) usa far parlare direttamente i personaggi. Questo metodo serve per lo più ad esprimere in forma vivace i pensieri, soprattutto politici, dello storico, rna egli, quando si tratta d ‘uomini del suo tempo, riferisce pensieri e parole autentiche. Dato che il Guicciardini nel 1509 aveva ventisei anni possiamo credere che 1’orazione del Loredan si avvicini a quella che fu realmente pronunciata. 
Varrebbe la pena di riprodurla tutta, ma lo spazio non lo permette. Ne darò quindi un riassunto e, qui e la, qualche tratto originale, in modo che si possa seguire il pensiero politico del Loredan e nello stesso tempo avere un’idea diretta dell’arte oratoria di quel tempo.
Ecco 1’inizio del discorso: 
« Se, come e manifestassimo a ciascuno, prestantissimi Senatori, nella conservazione della città di Padova consiste non solo ogni speranza di potere mai recuperare il nostro imperio, ma ancora di conservare la nostra liberta; e per contrario, se dalla perdita di Padova ne seguita, come e certissimo, l’ultima desolazione di questa patria; bisogna di necessita confessare che le provvisioni e preparazioni fatte insino ad ora (ancora che grandissime e maravigliose) non siano sufficienti ne per quello che si conviene per la sicurta di quella città, ne per quello che si appartiene alla dignità della nostra repubblica ».
Egli continua facendo delle considerazioni molto sagge. Bisogna esser pronti ad ogni sorpresa della fortuna « potente in tutte le cose del mondo, rna sopra tutte le altre in quelle della guerra». E non si deve appoggiare la difesa di Padova soltanto sui mercenari, rna correre « spontaneamente e popolarmente a difenderla coi petti e con le braccia nostre».
La salvezza della patria non e solo un bene pubblico, «rna nella salute della repubblica si tratta insieme il bene e la salute di tutti i privati, congiunta in modo con essa, che non può stare questa senza quella».
Venezia poi, in particolare, e tale patria che merita veramente d’essere amata e difesa, per saldezza e saggezza di governo, per splendore e singolarità di posizione e di edifici. Accenna anche all’abbondanza eli uomini colti nelle Lettere e nella scienza, alla ricchezza di commerci, alla gloria dell’immenso dominio. Elogia inoltre la liberta di Venezia e dei suoi cittadini, che dura da lunghissimo tempo.
« Però [= perciò] se fosse lecito che tutti popolarmente andassimo a Padova, che, senza pregiudizio di quella difesa e delle altre urgentissime faccende pubbliche, si potesse per qualche giorno abbandonare questa città, io primo, senza aspettare la vostra deliberazione, piglierei il cammino, non sapendo in che meglio potere spendere questi ultimi di della mia vecchiezza, che nel partecipare colla presenza e can gli ocelli di vittoria tanto preclara; o quando pure (I ‘animo abborrisce [sic] di dirlo), morendo insieme con gli altri, non essere superstite alla rovina della patria».
Ma tutti non possono e non e utile che vadano. Propone quindi che 200 giovani nobili, portando seco quanti più uomini consentano le loro ricchezze si rechino a Padova.
« Due miei figliuoli con grandi compagnie saranno i primi a eseguire quel che io, padre loro, principe vostro, sono stato il primo a proporre; le persone dei quali in si grave pericolo offerisco alIa patria volentieri ».
L ‘esempio darà piu forza ai mercenari che già sono a presidio della città. II discorso ora si chiude con una nobilissima esortazione:
« Fate voi, Senatori (le parole e i fatti dei quali sono in esempio e negli occhi di tutta la città), fate, dico, a gara ciascuno di voi che ha facoltà sufficienti, e li far descrivere [iscrivere] in questo numero i vostri figliuoli, acciocché siano partecipi di tanta gloria; perche da questo nascerà non solo la difesa sicura e certa di Padova, ma si acquisterà questa fama appresso a tutte le nazioni, che noi medesimi siamo quegli, che col pericolo della propria vita difendiamo la liberta e la salute della più nobile patria che sia in tutto il mondo».
Da questo elevato discorso si possono trarre alcune interessanti considerazioni. In primo luogo notiamo la grande importanza attribuita alla difesa della nostra città e l’adeguatezza delle misure prese. Come ognuno sa una brillante vittoria concluse la latta per Padova. Si può osservare ancora come il Loredan, sostenendo l’intervento di milizie cittadine accanto ai mercenari, precorra nel campo pratico quel grande principio affermato più tardi (1520) dal Machiavelli nell’arte della guerra, cioè che i soldati devono essere cittadini e non mercenari forestieri. Principio ormai adottato da tutti i paesi moderni (salvo qualche rarissima eccezione come la Legione straniera della Francia).
Inoltre si noti la saggezza, il coraggio, lo spirito di sacrificio della classe dirigente veneziana. Si vede che la repubblica veneta fu aiutata si, com’e indispensabile sempre, dalla sua posizione geografica e dalla fortuna, ma soprattutto dal valore del governo che la resse per mille anni.

( Tratto dal dito Vecchia Padova)

 

Sulla lega di Cambrai vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_della_Lega_di_Cambrai

 

 

imperatore Massimiliano d’Austria

 

 


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