APPENDICE PRIMA
Testimonianze sulla lotta partigiana a Monselice
Le testimonianze che seguono sono i racconti, intensi e dolorosi, di persone che hanno condiviso, partecipato o assistito alle stesse esperienze vissute dai 29 giovani monselicensi, descritte precedentemente.
Franco Busetto e Vittorio Mognon facevano parte dello stesso convoglio – il trasporto “111” – con il quale vennero deportati a Mauthausen anche gli otto giovani monselicensi. Assieme a loro, in quell’occasione, stavano anche altri testimoni che ci hanno lasciato un ricordo in alcuni libri di grande drammaticità. Parliamo di Giuseppe Calore, medico compassionevole, che racconta di come il desiderio di ricordare tutto ciò che gli accadeva, per lasciarne testimonianza, lo spingesse a scrivere su qualsiasi cosa. Scrive infatti: “Nel campo non si poteva avere né carta né strumenti per scrivere come del resto non si poteva assolutamente possedere qualcosa. […] Ho potuto prendere appunti con gran pena su pezzetti delle cosiddette bende di carta, su cartine per confezionare sigarette, gettate da guardiani, su pezzetti di carta, gettati da qualche prominente che riceveva soccorsi, usando una mina di matita di circa due centimetri trovata sul terreno del campo. Questi frammenti di carta […] col passare del tempo si sbriciolavano…[…].” (A. BUFFULINI – B. VASARI, Il Revier di Mauthausen. Conversazioni con Giuseppe Calore, Alessandria 1992, p. 91).
Andrea Gaggero, sacerdote coraggioso, ha nel suo libro-testimonianza parole di misericordia anche per i nemici, certo “di aver tracciato anche per la Germania una strada pacifica” (A. GAGGERO, Vestìo da omo, Firenze 1991, p. 138). Ricordiamo poi Manlio Magini, scrittore appassionato, e Agostino Barbieri, pittore illuminato. Questi, soprattutto, pone in evidenza lo stato d’animo di chi si trovava in un luogo come Mauthausen, di soppressione della propria individualità. Scrive infatti: “Con la prima notte mauthausiana cominciò anche il tragico, rapido declino delle nostre forze fisiche, ma soprattutto del nostro essere uomini pensanti, delle nostre capacità intellettive, della nostra personalità. Incominciò il processo di automazione, di cancellazione del pensiero, la totale distruzione della volontà. Diventammo solamente numeri. […] Il mio era l’ “113883” (A. BARBIERI, Un cielo carico di cenere, Brescia 1990, p. 110).
Le loro testimonianze sono – verosimilmente – simili a quelle che hanno vissuto i nostri otto giovani, dei quali purtroppo ci sono giunte solo notizie frammentarie relativamente ai loro ultimi mesi di vita. Durante la prigionia sia Busetto che Mognon hanno avuto la possibilità di vedere o di parlare con i garibaldini di Monselice, regalandoci brevi, ma significative immagini del loro dramma umano.
Completa il presente capitolo la testimonianza di Giuseppina Manin, che ha condiviso con i “29” l’arresto e le umiliazioni nelle carceri padovane. La sua testimonianza è preziosa in quanto ci ha raccontato la sua esperienza di donna e descritto le paure dei partigiani durante la retata del 18 ottobre 1944.
Il racconto di Stelvio Ziron chiude questa parte del libro. Le sue parole ci descrivono i mille piccoli episodi di un monselicense durante la guerra di Liberazione: protagonista e spettatore di una storia che malgrado tutto ci ha insegnato a credere nel futuro.
Franco Busetto
LA BRIGATA PARTIGIANA “FALCO” E I CADUTI DEL LAGER DI ANNIENTAMENTO DI MAUTHAUSEN PROVENIENTI DA MONSELICE.
La formazione della brigata “Falco”, la quarta di quelle appartenenti alla Divisione partigiana garibaldina “Franco Sabatucci”, avvenne ai primi di giugno del 1944. Gli animatori e i promotori della costituzione della Brigata in Monselice furono: Luigi Giorio, Goffredo Pogliani, Fermo Favaro e altri. La formazione era composta da quattro battaglioni e da una compagnia comando. Il territorio in cui operò questa formazione comprendeva la cittadina di Monselice, centro e periferia, Battaglia Terme, Galzignano, Arquà Petrarca, Cinto Euganeo.
La Brigata “Falco” fu molto attiva non solo nelle azioni di guerra condotte contro i nazi-fascisti, ma anche per la preparazione e la continua diffusione di volantini contro la guerra e di sostegno alle popolazioni, tenendo così i tedeschi e i fascisti in stato di apprensione e di paura. Importante anche la continua interruzione delle linee telefoniche nemiche, nonché il lancio sulle strade di chiodi che laceravano le gomme dei camion usati dai tedeschi, tali da bloccare intere colonne in viaggio.
Voglio ricordare tre episodi in cui la Brigata Falco si distinse per il coraggio dimostrato dai suoi partigiani. Nella giornata del 14 ottobre 1944 un gruppo di combattenti della Brigata disarmarono alcuni soldati tedeschi, recuperando armi e munizioni, allora preziose. Nella stessa giornata, partigiani della “Falco” insieme ad elementi della Brigata “Paride” operante nel territorio di Montagnana, fecero saltare tre ponti, due sul fiume Fratta, e uno sul Frassina, interrompendo importanti linee di comunicazione delle truppe tedesche e fasciste.
Il 30 ottobre, un gruppo della IV Brigata “Falco” operante a Galzignano fu attaccato da un forte raggruppamento nazi-fascista; perdettero due uomini, ci furono due feriti e venti prigionieri, ma riuscirono a sganciarsi dal nemico salvando l’archivio del comando della brigata. Inoltre catturarono dieci feriti dell’esercito nemico.
La compagnia comando della Brigata ebbe un riconoscimento ufficiale, più che meritato. In quel momento era composta da: Luigi Giorio comandante, Alvise Breggiè vicecomandante, Fermo Favaro, capo di Stato maggiore, Fabio Bellini commissario, Riccardo Pistore di Battaglia vicecommissario, Goffredo Pogliani ispettore, Antonio De Zuani capo dei collegamenti, Vittorio Rosa ufficio informazioni, Ines Cocchio responsabile della sanità, Arturo Fusaro responsabile dell’Intendenza e Don Severino assistente religioso della Brigata.
Mi pare giusto ricordare il giudizio complessivo che Aronne Molinari, comandante dei garibaldini della provincia di Padova, ha espresso sulla “Falco”. Dice Molinari: “In complesso, l’attività di questa brigata fu positiva e qualsiasi giudizio dei denigratori della Resistenza è meschino, in quanto l’unità che regnava nell’animo di questi combattenti, pur di diverse ideologie, ha saputo portare a termine la gloriosa battaglia”.
Nella “Falco” hanno coraggiosamente militato i partigiani di Monselice, catturati dai nazi-fascisti nel corso della Resistenza, e successivamente deportati nel lager di sterminio di Mauthausen. La conferma di questo triste evento che si concluse con la morte degli otto partigiani ci viene dallo stesso Molinari che, informandoci sulla composizione della “Falco” e sui caduti scrive, sotto il titolo riepilogo “la IV Brigata Falco”, quanto segue:
“I quadri di comando di questa formazione erano n. 142, tre comandanti di brigata, n. 4 battaglioni, compagnie e squadre; n. 259 partigiani semplici; n. 92 patrioti; n. 33 caduti; nell’elenco dei caduti si trovano: Luciano Girotto, Idelmino Sartori, Angelo Bernardini, Luciano Barzan, Alfredo Bernardini, Tranquillo Gagliardo”. In questo elenco predisposto da Molinari non si trovano i nominativi di Enrico Dalla Vigna e di Settimo Rocca, entrambi deceduti a Mauthausen.
Tra i miei ricordi riguardanti la prigionia trascorsa nella sede del comando SS della Gestapo di Padova e nella clinica medica di via A. Diaz, requisita dai nazisti con l’appoggio delle brigate nere della repubblica di Salò, emerge questo tratto riguardante i compagni partigiani di Monselice, appartenenti alla Brigata “Falco”.
Io ero stato arrestato tra luglio e agosto del 1944. Nelle cellette e nelle camere di tortura della Gestapo cominciai a conoscere di persona il vero volto dei nazisti; allo stesso modo ricordo ancora le facce, le urla dei compagni partigiani che dalla casa di pena di Padova, carcere sito in via XX settembre, venivano portati nella sede delle SS per subire gli interrogatori attraverso mille torture. Non vidi personalmente tra quei compagni quelli di Monselice, ma della loro presenza nelle celle di prigionia della Gestapo tedesca ne ebbi diretta notizia da Giuseppe Calore, medico dirigente del Partito di Azione del Veneto e della Resistenza veneta. Attivo collaboratore di Egidio Meneghetti, fu anche lui trasferito con me prima nel lager di Bolzano, poi in quello di Mauthausen. Fu Gianni, anche lui arrestato e tradotto nelle celle della Gestapo, a farmi sapere che nella sede delle SS erano giunti i partigiani di Monselice appartenenti alla Brigata garibaldina “Falco”. Ebbi conferma di questa informazione attraverso i rumori trasmessi, le voci che udii attraverso le mura delle celle dove venni tenuto per oltre un mese.
Ha un certo significato la testimonianza resa dal patriota di Monselice Ampelio Minelle che si dichiarava collaboratore della “Falco”. Afferma di aver organizzato, con Vittorio Rosa, responsabile dell’ufficio informazioni della Brigata, una squadra d’azione, avvicinando e prelevando compagni renitenti alla leva militare dalle proprie case, convincendoli a far parte delle nostre organizzazioni. Il Minelle ricorda che nel mese di ottobre “al principio dei rastrellamenti operati dai tedeschi e dai fascisti era stata fortemente battuta la zona della Stortola (Monselice), dove si trovavano parecchi patrioti del nostro Battaglione, riusciti a scappare tutti, meno un certo Nicola, lasciato sul terreno”.
Cominciarono i rastrellamenti nella nostra zona, in seguito ad un tradimento di certo Molon Turchia. Dovemmo dividerci ma restammo sempre in collegamento. Il 30 ottobre del 1944, circa 200 tedeschi delle SS e la polizia fascista italiana, guidati dal Turchia, fecero irruzione nelle nostre case (località Canova) alle 11 di notte. Ci aiutò molto il fatto che fummo avvertiti dalle nostre donne in vedetta.
Colgo l’occasione che mi è offerta da questa testimonianza, non solo per inviare un deferente, ammirato saluto agli otto amici di Monselice, caduti a Mauthausen, che considero protagonisti a tutti gli effetti della resistenza monselicense e italiana, ma anche per ricordare tre antifascisti di Monselice che mi hanno onorato della loro affettuosa amicizia anche nel dopoguerra. Essi sono Luigi Giorio, Goffredo Pogliani, e il papà di Stelvio Ziron, che mi è stato molto caro (Ricordiamo dello stesso autore: Tracce di memoria. Dall’Università a Mauthausen, Padova 2003; Studenti universitari negli anni del Duce. Il consenso, le contraddizioni, la rottura, Padova 2002).
Vittorio Mognon*
MEMORIE DI UN EX INTERNATO POLITICO NEL CAMPO DI MAUTHAUSEN
Affinchè rimanga testimonianza delle sevizie che ho subito, lascio queste righe scritte da un ex internato politico nel famigerato campo di Mauthausen. Assieme a trecento compagni feci il mio ingresso in quel campo di concentramento nel gennaio 1944. Prima incombenza degli sgherri nazisti fu quella di farci togliere tutti gli indumenti che indossavamo. Ci fecero fare un bagno di acqua calda e, consegnatoci un paio di mutandine, ci fecero uscire all’aperto in una giornata freddissima per circa un’ora. Poi ci consegnarono un paio di zoccoli, dei pantaloni, una camicia e una giacca. Quella era la nostra divisa, che abbiamo indossato per tutta la prigionia.
Fummo assegnati subito ad un reparto di lavoratori. Alle quattro del mattino ci veniva data, a suon di randellate, la sveglia; ne porto ancora i lividi sulla pelle. Il treno ci portava in una fabbrica di aeroplani Messerschmidt. Il nostro turno di lavoro durava dodici ore, poi si riposava per quattro. Da mangiare ci davano tre etti di pane a testa, una tazza di caffè a mezzogiorno e una zuppa di rape alla sera. Dormivamo per terra, uno di fianco all’altro, tutti coricati di fianco. Non si poteva però chiudere occhio a causa dei lamenti dei torturati e delle grida strazianti dei moribondi.
In fabbrica eravamo stanchi da non poter stare in piedi. Se qualcuno cadeva lo battevano con uno scudiscio di gomma attorcigliata. Guai a chi di noi si fosse messo in mente di prestare aiuto a qualcuno: sarebbe stato preso, torturato o magari ucciso. Quando qualcuno stanco e ammalato cadeva sfinito, lo finivano a bastonate, o così come si trovava lo portavano nelle camere a gas o lo gettavano nel forno crematorio.
Per finire un esempio delle torture a cui eravamo sottoposti. Un mio compagno, di cui non ricordo il nome, ammalato da settimane, dopo una di quelle sfibranti giornate di lavoro, si abbatteva sfinito sulla porta d’entrata di un capannone. Una guardia lo prese a calci per farlo alzare. Il poveretto, privo di forze, con il capo faceva cenno di non poterlo fare. A quel punto la guardia, infuriata, incominciò a colpirlo ripetutamente con lo scudiscio, ogni colpo un gemito; il disgraziato ormai era agonizzante…mori dalle percosse.
Nessuno di noi sperava nella Liberazione, anzi ci si augurava che la fine fosse prossima; meglio morire che continuare quei tormenti. Bisogna pensare che a tutti i costi bisognava lavorare, chi non era più in grado di farlo veniva portato in un’infermeria e di lì non si faceva più ritorno: la fine era il forno crematorio. Noi siamo dei pochi fortunati che si salvarono da quell’inferno.
La Liberazione ci sorprese quando proprio non rimaneva più nulla di noi, quando eravamo ormai l’ombra di noi stessi e le nostre forze erano alla fine. Un mese e più di amorevoli cure degli americani non valsero a ristabilirci. Rimpatriammo in condizioni miserevoli. Basti pensare che mio fratello – che ha condiviso la mia stessa sorte – a quasi un anno di distanza, si trovava ancora ricoverato all’Ospedale di Mezzaselva di Roana, con tre anelli della spina dorsale fuori posto; io invece sono stato ricoverato in una casa di cura presso Varazze (Savona).
Con me, nel tristemente noto campo di Mauthausen c’erano diversi compagni di Padova e provincia, dei quali, sei erano da Monselice; di questi ricordo Luciano Girotto e Alfredo Bernardini. Con loro ho diviso gli stessi tormenti e le stesse speranze.
Le testimonianze di Mognon sono state raccolte nella pubblicazione: V. MOGNON, Mauthausen campo Gusenz n.2 matricola 114036, Sulbiate (MI) 1997.
* Vittorio Mognon era un partigiano nato a Gazzo Padovano nel 1918. Fu arrestato perché nella sua casa, durante una perquisizione, fu rinvenuto un fucile.
Stelvio Ziron
UN FERROVIERE NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Sono nato il 1° gennaio 1927, sono monselicense da sempre. L’8 settembre 1943 mi trovavo a Ferrara, dove frequentavo un corso di preparazione professionale. Il 12 settembre la città fu occupata dai tedeschi. Furono sufficienti pochi carri armati. In quel momento l’esercito italiano era, di fatto, allo sbando: i comandanti non danno ordini, gli ufficiali non ne ricevono. La truppa abbandona le caserme e getta la divisa militare, si stipa sui treni e sulle tradotte, che sono affollatissime. Grappoli umani pendono all’esterno delle carrozze. Ognuno di quei giovani nutre la grandissima speranza di ricongiungersi con la propria famiglia.
Nel vedere quei convogli che vanno e vengono, straripanti di quel carico umano rimango fortemente angosciato. Ripenso a quell’incidente occorso ad Arquà Polesine, quando due treni, incrociatisi alla stazione a forte velocità, lasciarono sul terreno quattro giovani, speranzosi di rientrare incolumi nelle loro famiglie.
I militari tedeschi bloccarono e catturarono molti sbandati nelle stazioni di Bologna, di Padova e di Venezia-Mestre, internando subito coloro che non aderivano alla Repubblica di Salò. Tanti giovani fuggirono e si diedero alla macchia. Fu così che ebbe inizio la Resistenza e che le formazioni dei partigiani aumentarono.
Nella primavera inoltrata del 1944 per la stazione di Monselice transitavano molti trasporti militari, definiti così nella casistica delle precedenze di servizio. I convogli che andavano verso sud erano carichi di materiale bellico, compresi carri armati e camion, sorvegliati da guardie tedesche. Quelli che andavano verso nord erano carichi di persone che si diceva fossero destinate ai campi di prigionia.
All’epoca io ero telegrafista e quando i treni si fermavano in stazione, per fare rifornimento d’acqua, mi recavo dai macchinisti per consegnare loro gli ordini di servizio scritti. Man mano che mi avvicinavo alla locomotiva sentivo delle grida disperate d’aiuto; qualcuno mi chiedeva dell’acqua. Compresi che si trattava di esseri umani, che erano stati rinchiusi nei carri bestiame piombati. Facevano loro mancare ogni cosa. Perciò più volte tentai di porgere da bere a quei poveri disgraziati ed altrettante volte fui respinto in maniera violenta. Il capo convoglio delle SS e le guardie della milizia ferroviaria mi colpirono con il calcio del fucile. Ho avuto allora la conferma al sospetto che tutti noi ferrovieri condividevamo: quelle persone, in gran parte ebrei, sarebbero state deportate nei campi di concentramento tedeschi, ma non avremmo mai immaginato che sarebbero state ospitate per poco tempo nei campi di sterminio. In quei campi di cui, solo a guerra finita, sono state rivelate le nefandezze, proprie di un regime totalitario e razzista.
Lavorando alla ferrovia ebbi modo di assistere a numerosi episodi di violenza e crudeltà. Mi rintronano ancora nelle orecchie le urla di quei presunti sabotatori, catturati a Battaglia Terme e torturati dal comandante della milizia ferroviaria di Monselice. Affinché non intervenissimo, noi ferrovieri in servizio, eravamo trattenuti negli uffici dalle guardie armate della milizia stessa. I tedeschi, e i loro alleati fascisti, coglievano al volo qualsiasi pretesto per attuare i loro soprusi.
Ricordo che una sera del novembre 1944, mi stavo recando a casa, dopo aver lasciato la stazione. Era appena scattato l’allarme da bombardamento. A quel tempo abitavo con i miei genitori e i miei fratelli in via Roma. Fui fermato da un militare tedesco davanti all’edificio che ospitava la Banca Cattolica del Veneto (sede ora della Banca Antoniana). Mi ordinò di consegnargli la bicicletta e, poiché rifiutai, estrasse la pistola e me la puntò al petto. Di fronte a questa minaccia, preferii salvare la vita, ma mi rammaricai tanto per quella bici. Era una “DEI”, mio padre la adorava. Denunciai il fatto al Comandante tedesco di piazza e quello per tutta risposta mi consegnò un buono per acquistarne un’altra. Come se ignorasse che i nazisti requisivano tutte le biciclette che potevano arraffare. Non avrei quindi saputo dove comperarla.
Vivendo quella situazione, nella mia mente si era fatta strada già da tempo l’idea di cercare di cambiare la realtà. Non sopportavo più le angherie dei tedeschi e la loro ferocia. Perciò aderii alla lotta che già aveva coinvolto tanti miei amici e coetanei. Mi “arruolai” tra i partigiani, dedicandomi all’attività di portaordini. Ero una staffetta alle dirette dipendenze di un comandante padovano e di uno vicentino. Mi dedicai con ardore a quest’attività, finché non ebbi notizia dai comandanti partigiani che a Vicenza stavano per scoprirmi. Lì correvo un gran pericolo, perciò rientrai. Era il 18 gennaio 1945.
Nel febbraio di quello stesso anno presi servizio in qualità di dirigente di movimento; diventai pertanto capo stazione. La nuova qualifica mi regalò un ampio raggio d’azione. Venni dotato infatti di uno speciale permesso scritto dal comando tedesco. Mi permetteva di circolare anche durante le ore del coprifuoco per esercitare le mie funzioni di ferroviere. Io approfittavo della situazione per distribuire volantini inneggianti alla Resistenza. Quando mi veniva ordinato dai comandanti partigiani, trasportavo anche armi da consegnare a gruppi di giovani renitenti alla leva.
Durante queste uscite la GNR mi fermò una prima ed una seconda volta. Ricordo che nella seconda occasione mi trattenne un ragazzo in divisa fascista che esibiva dei teschi sulle mostrine del giubbetto. Costui mi riportò in caserma dopo avermi puntato, sotto il naso, la canna della sua pistola a tamburo. Mi rilasciarono appena feci notare che, se mi avessero trattenuto, non avrei potuto prendere servizio il mattino successivo.
Io continuai la mia doppia vita. Ero un lavoratore coscienzioso, che si recava ogni giorno al suo impiego. Rammento una giornata in particolare: il 7 febbraio 1945. Quel mattino tornai a casa alle otto, dopo avere svolto il turno notturno. Dormii fino alle quattro del pomeriggio e al risveglio mi concessi un pasto frugale e una capatina al cinema.
In quel periodo, e durante i giorni feriali, funzionava solo il cinema “Sociale”, sala che ancora oggi esiste dopo un consistente restauro effettuato all’inizio degli anni ’50. Terminata la proiezione raggiunsi la sartoria di “Toni Labbra”, in via Roma, per la mia consueta lezione di musica. Mi ero molto appassionato a quest’arte e mi impegnavo per conoscerla a fondo. Ero convinto di trovare in essa una consolazione, per dimenticare gli orrori della guerra. In realtà la musica ha perso un pessimo esecutore. In compenso le ferrovie hanno acquistato, modestamente, un buon agente.
Appena iniziata la lezione sentimmo dei botti fortissimi e i vetri tremarono a lungo. All’improvviso mancò la corrente elettrica. Uscimmo spaventati dalla sartoria e guardammo con attenzione. Via Roma, nel tratto che, dopo la guerra, è stato intitolato al 28 aprile 1945 per ricordare la giornata della Liberazione, era intasata da carriaggi dei soldati tedeschi in ritirata verso nord. Stavano razziando ogni cosa, per portare in Germania la maggiore quantità possibile di materiale. Passato quel momentaneo spavento tentai di orientarmi nel buio, per dirigermi verso casa. I miei familiari erano incolumi, io volevo capire che cosa fosse successo. Compresi che era scoppiato un gran numero di bombe. Nel centro del paese regnava una tremenda confusione.
Dalla zona della torre civica nell’attuale Piazza Mazzini si sentivano provenire le urla disperate di gente che chiedeva soccorso. In quell’istante pensai al mio amico Domenico (che chiamavamo Nico). La sua abitazione si trovava adiacente alla torre e vidi che era stata colpita in pieno. Nico era ferito in maniera grave. Con altri quattro amici lo trasportammo con una barella improvvisata all’ospedale di Monselice. Morì, tre giorni dopo.
Quel giorno la sua famiglia fu decimata. La madre di Domenico (Scandola Antonietta) morì al momento della deflagrazione; suo fratello Ferruccio, che studiava medicina, fu ferito al femore e ricoverato all’ospedale militare tedesco a Battaglia Terme. La sorella Maria Luisa, ferita leggermente alla testa, guarì in poche settimane.
Anche i coniugi Bodon, che occupavano una casetta a ridosso del cinema, perirono tra le macerie. Fu colpito l’albergo “Stella d’Italia”, situato di fronte all’ingresso del cinema. Perirono altri tre cittadini monselicensi, che mi pare appartenessero alla famiglia Varotto. Morirono anche 77 militari tedeschi che stavano entrando nella sala cinematografica. Le esequie furono celebrate da Monsignor Gnatta nella chiesa di San Luigi, che era sita dove ora è il cinema Corallo. I militari tedeschi furono sepolti fuori dalle mura dell’ingresso del cimitero centrale.
Per molto tempo circolò la voce, a mio parere verosimile, secondo cui alcuni cittadini, nell’impresa di bonificare la zona, hanno raccolto resti umani anche dopo vari giorni e persino sui tetti delle abitazioni.
Nella primavera del 1945 rimanemmo a lungo in pieno allarme da bombardamento. Gli aerei incursori alleati miravano agli impianti sguarniti e mitragliavano tutto ciò che a loro sembrava utile per la ritirata tedesca. Presero di mira una cabina della stazione, situata a nord, in direzione Padova. Un cacciabombardiere sganciò un ordigno sugli scambi e l’esplosione colpì il capo-squadra deviatori Brunello Giuseppe, che morì all’istante. Sarà ricordato, come ferroviere deceduto in servizio, con un cippo situato sul primo marciapiede. Non esiste la data del decesso ed io non la ricordo esattamente.
La situazione stava rapidamente degenerando, per gli occupanti. Il 26 aprile, assieme ad un accenditore riuscii a sottrarre ai ferrovieri tedeschi 32 cariche di tritolo, allogate negli scavi predisposti per far saltare il ponte sulla Canaletta e il sottovia Petrarca, con i binari di tutta la stazione.
I ferrovieri tedeschi mi avvisarono che si sarebbero avviati verso nord abbandonando la stazione. Colsi l’occasione per chiedere, a due di loro, le armi, ma ottenni un garbato rifiuto. Temevano, mi dissero, le rappresaglie dei comandanti militari.
Giuseppina Manin
UNA DONNA NELLA LOTTA PARTIGIANA
Riportiamo la testimonianza della signora Giuseppina Manin, classe 1916, per due motivi. Il primo perché è la moglie di Fermo Favaro, il capo dei partigiani di Monselice; il secondo perché ha vissuto quei momenti da protagonista tra le file dei partigiani monselicensi condividendo con i 29 garibaldini l’arresto e le umiliazioni nelle carceri padovane.
La signora Giuseppina ci racconta. “Verso la fine del mese di ottobre 1944 abitavamo in via Moraro. Ricordo ancora che nel cortile, fra le cataste di legna, era steso un filo di ferro che funzionava da antenna per una radio confezionata artigianalmente da Tiberio Bernardini e Angelo Barison. Con quella radio eravamo in contatto con gli alleati e riuscivamo a trasmettere le informazioni al movimento partigiano.
Quel fatidico 18 ottobre, alle tre del mattino, una squadra di fascisti, guidati da un graduato, irruppe nella nostra abitazione con grande fracasso, spaventando a morte i miei figli Delfino e Roberto. Nonostante la sorpresa e la confusione del momento, mio marito Fermo riuscì a nascondersi in un vano della porta, poi scappò in cortile. Dopo un attimo di attesa sgattaiolò verso il ponte delle Grole. Afferrò una bicicletta e scappò verso la campagna. Raggiunse sano e salvo qualche ora dopo la casa paterna. Evidentemente una soffiata aveva indotto le brigate nere a cercare mio marito che da alcuni mesi era il comandante di una brigata partigiana: un “pericoloso avversario” da eliminare.
Quella sera anch’io fui arrestata e incarcerata prima a Monselice e, dopo poche ore, portata alla caserma di Padova, in Prato della Valle. I fascisti speravano che il mio arresto costringesse mio marito ad arrendersi. Ma si sbagliarono di molto, per nessun motivo Fermo avrebbe tradito i suoi compagni.
A Padova ero custodita con tante altre persone in una cella priva di finestre, senza cibo nè acqua. Faceva freddo, la temperatura era forse vicina allo zero. Vi rimasi per quattro giorni. Non so se tremavamo a causa del gelo o alla vista dei prigionieri, uomini e donne, che rientravano in cella dopo essere stati torturati. Avevano i vestiti bagnati e stracciati, la faccia tumefatta e sporca di sangue. Le voci che circolavano erano terrorizzanti: apprendemmo che i fascisti dovevano consegnare cento civili da trasferire nei campi di lavoro e di annientamento tedeschi. Ricordo anche una professoressa, credo fosse inglese, che ci metteva in guardia su un fatto inquietante: i tedeschi si servivano di falsi preti, per carpire, nelle confessioni, notizie su altri antifascisti da smascherare.
Il pensiero più accorato era rivolto ai miei figli, dei quali non avevo più notizie dal momento che mi avevano arrestata. Appresi, poi, che una cara signora se ne era presa cura. Venni interrogata e schiaffeggiata. Arrivarono alla conclusione che ero una persona innocua e dopo tante raccomandazioni e derisioni, in quanto madre, fui rilasciata. Mio marito continuò la lotta partigiana con rinnovata energia e fermezza”.