Cap. VII
ANNO 1943. I TEDESCHI OCCUPANO MONSELICE, GLI ALLEATI SBARCANO IN SICILIA
fa parte del libro
Monselice nella seconda guerra mondiale. Storie di soldati di donne e di partigiani dalla monarchia alla repubblica, disponibile in formato PDF [clicca qui…]

La guerra oramai si faceva sentire pesantemente anche a Monselice con il passaggio di centinaia di aerei e di mezzi militari diretti al fronte. D’altro canto migliaia erano i soldati della città della Rocca che sui diversi campi di battaglia, sparsi in tre continenti, non davano più notizie ai propri familiari. Significativa la lettera del 20 febbraio 1943 scritta da Giovanni Liviero nella quale chiedeva al podestà notizie del proprio figlio Lino, da tempo prigioniero di guerra in Africa.
La vita cittadina si svolgeva ormai in una penosa e crescente trepidazione. Il personale del comune veniva autorizzato a protrarre il normale orario per erogare i “soccorsi giornalieri alle famiglie bisognose dei militari richiamati alle armi”. Intanto si aggravava di giorno in giorno il problema alimentare. Inutilmente il commissario prefettizio inviava una lettera alla Sezione Provinciale dell’Alimentazione in cui precisava:
“Sono pervenute richieste da parte di esercenti e consumatori di baccalà o stoccafisso, genere che si assicura sia stato distribuito recentemente anche in altre provincie. Tale richiesta verrebbe a sopperire, almeno in parte, alla scarsezza di altri alimenti”.
Ma il 7 gennaio la Sezione Provinciale comunicò molto laconicamente:
“Nessuna assegnazione di baccalà o stoccafisso sarà fatta, perché il superiore ministero ha comunicato che non vi è alcuna disponibilità di tali generi”.
Le ditte Pippa Luigi e Sassaro, entrambe da Monselice, avevano già da tempo cessato la fabbricazione di burro. Continuava invece serrato il controllo sui prezzi; a farne le spese il 22 marzo fu anche il fruttivendolo Bruno Seccati al quale venne sospesa l’attività per 5 giorni “per vendita di frutta a prezzo superiore a quello stabilito”. Lo stesso provvedimento colpiva anche Vittorio Numitore, colpevole di aver venduto ciliegie a prezzo maggiorato.

Appello per gli orfani milanesi
Anche presso il nostro municipio giunse il disperato appello del podestà di Milano – inviato a tutti i Comuni dell’alta Italia – con il quale chiedeva di accogliere temporaneamente bambini milanesi dai 4 ai 12 anni, ma nessuna famiglia monselicense rispose positivamente. Il podestà cercò di risolvere il problema sollecitando alcune persone potenzialmente idonee, ma delle 36 famiglie contattate, nessuna era disposta ad ospitare i fanciulli milanesi.
L’assedio di Stalingrado e la fine dell’illusione tedesca
Nel febbraio 1943 i russi annientarono definitivamente l’armata tedesca che assediava Stalingrado e riconquistavano in poco tempo l’Ucraina. Il 5 marzo da Torino partiva una forte ondata di scioperi, che si sarebbe estesa a macchia d’olio nei giorni successivi, per rivendicare migliori trattamenti economici, ma anche per protestare contro la guerra e il fascismo. Furono le prime agitazioni di dissenso dall’instaurazione del regime fascista.
A Monselice l’attività politica continuava con il solito programma. Il 28 gennaio Augusto Sigolo venne nominato membro supplente del consiglio di amministrazione dell’ospedale civile “Vittorio Emanuele III”, in sostituzione di Giovanni Sanguin, al quale era stata ritirata la tessera del partito.

Fine del podestariato del Mazzarolli
Nel febbraio 1943 Annibale Mazzarolli rassegnò le dimissioni. Aveva ricoperto la carica di podestà ininterrottamente per ben 16 anni. “Negli ultimi anni diceva di sentirsi stanco” – riporta Celso Carturan nelle sue memorie
<< per la lunga durata del suo incarico, ma in verità avrebbe continuato la sua attività ancora per qualche anno, anche per portare a termine i suoi ambiziosi progetti che riguardavano, soprattutto, la sistemazione urbanistica della città. Ma intervennero alcuni incidenti che lo convinsero a dimettersi >>.
Nel 1942 si creò un dissidio tra lui e il segretario federale. Pare che le cause della diatriba fossero estranee al mandato podestarile ma, come spesso accade, esse non poterono non ripercuotersi negativamente sul suo mandato amministrativo. La prefettura, per la tensione sopravvenuta nei rapporti tra il Mazzarolli e l’autorità politica del partito, non poté più ignorare le lagnanze relative al fatto che egli viveva lontano da Monselice. Oramai era presente in municipio sempre più raramente, con la conseguenza di potersi rendere conto solo in parte delle esigenze cittadine. Alla richiesta del prefetto di assicurare la sua presenza in Monselice almeno per qualche giorno la settimana, rispose col rifiuto di prendere tale impegno, preferendo dimettersi dal suo mandato.
L’attività del Mazzarolli fu talmente lunga e complessa che meriterebbe uno studio specifico; in questa sede accenniamo solamente agli ultimi provvedimenti con i quali si accingeva, forse per la prima volta nella storia di Monselice, a sistemare il centro storico. Strano a dirsi, ma molti suoi progetti furono realizzati nel dopoguerra, altri rimasero latenti fino ai nostri giorni. E’ certo però che ebbe il merito di intuire la necessità di ‘progettare’ una città moderna con un epicentro funzionale dotato dei principali servizi.
Prima di rassegnare le dimissioni, e precisamente il 31 dicembre 1942, approvò il piano di sistemazione del centro cittadino redatto dal capo dell’ufficio tecnico municipale ing. Diego Carturan. Due le novità di rilievo: il progetto relativo alla costruzione del nuovo municipio in piazza San Marco e l’ampliamento di piazza Vittorio Emanuele II (ora Mazzini). Quest’ultimo progetto, avviato nel 1879, prevedeva di ingrandire, o meglio, creare la piazza abbattendo tutti i fabbricati compresi tra le attuali via Roma, via Tre Torri e le mura di via Zanellato.
Al posto del Mazzarolli, il 24 febbraio 1943 il prefetto nominò il commissario Solinas Nico, ma bisognerà aspettare quasi un anno per avere un nuovo podestà con pieni poteri. Tra i primi provvedimenti del nuovo responsabile comunale, troviamo il rinnovo delle patronesse dell’asilo infantile “Tortorini”, che risultò composto dalle signore Lea Ravaglia Tassoni, Giulia Dal Din Sorgato, Lina Barbieri, Maria Schiesari Caramore, Lidia Morra, Gina Turra Malipiero, Vincenzina Turolla e Maria Geremia Deganello.
L’arresto del conte Vittorio Cini
Mentre Mazzarolli abbandonava Monselice, il conte Cini veniva nominato ministro delle comunicazioni, nel rimpasto governativo del 5 febbraio 1943; ben presto però intrecciò contatti con vari elementi orientati alla ‘dissidenza’ all’interno del fascismo. Nella seduta del Consiglio dei Ministri del 19 giugno 1943, il Cini manifestò apertamente il suo dissenso sull’operato di Mussolini e il 24 giugno rassegnò le dimissioni. Mussolini non perdonò la sua uscita, tanto da provocarne probabilmente l’arresto il 23 settembre a Roma. Il Conte venne trasferito nel campo di concentramento di Dachau. Successivamente fu ricoverato presso una clinica in Svizzera e poi liberato. Tra luglio e l’agosto 1944 soggiornò in una casa di cura presso Padova, dove allacciò contatti con Meneghetti, presidente del Comitato di Liberazione per il veneto, mettendo a disposizione del movimento di resistenza un cospicuo finanziamento.
Anche il conte Alberico Balbi Valier protesta
Tra le curiosità rinvenute nell’archivio segnaliamo la nota del 24 marzo 1943 con la quale il conte Alberico Balbi Valier scrisse al comune di interessarsi presso la fabbriceria del Santuario affinché la chiesetta di San Giorgio fosse aperta al pubblico.
<< È un cattivo sistema – precisa il Conte – ed un abuso sconveniente, privare il pubblico dei fedeli di frequentare la chiesa. Che il Rettore sia ammalato, è cosa risaputa da tutti, ma che il custode pagato dalla fabbriceria, non faccia il suo dovere e non mantenga aperta la chiesa, nelle ore di consuetudine, è un sistema che deve cessare. Io ho i miei cari sepolti nella tomba di famiglia, ed è già la terza volta che mi porto a Monselice e non ho potuto entrare per pregare nella chiesetta >>.
Una processione per la pace
La situazione militare volgeva al peggio. Nel registro parrocchiale del Duomo mons. Gnata annotò nel mese di aprile 1943.
<< I dolorosi avvenimenti della guerra che, con tanta strage e rovina, va accumulando ogni giorno più le conseguenze terribili di tanti odi e vendette, fecero sentire in tutti il bisogno di implorare con funzioni straordinarie la misericordia divina e la cessazione di tanto flagello >>.
Una solenne processione fu organizzata nel pomeriggio della domenica dell’11 aprile 1943, con partenza dalla chiesa di San Giacomo per arrivare al Santuario. Parteciparono alla funzione religiosa tutte le parrocchie del monselicense con i propri sacerdoti in semplice veste nera e una croce sul petto. Durante la processione furono cantati inni e salmi penitenziali accompagnati da profondo raccoglimento e spirito di penitenza. La processione durò quasi due ore e vi parteciparono oltre 10 mila persone in abito nero: gli uomini senza cappello e le donne con il velo al capo.
Un prigioniero di guerra a Lispida
Una missiva del 24 aprile, inviata dal comune alla questura, accenna alla presenza di un prigioniero di guerra occupato nell’azienda agricola Sementi Sgaravatti attiva a Lispida. Nella nota si faceva notare che una lettera inviata al prigioniero era “priva del visto di censura ed era scritta in una lingua sconosciuta”; imbarazzato, il funzionario monselicense la trasmise alla questura per le opportune verifiche. La notizia è importante in quanto testimonia la presenza di prigionieri (inglesi o americani) anche nel nostro comune, molti dei quali dopo l’8 settembre andranno a rinforzare le fila dei partigiani.
Istituzione dei centri di raccolta
Per razionalizzare la raccolta dei piselli e di altri ortaggi, vennero istituti nei comuni degli appositi centri di raccolta dove i prodotti venivano accumulati e portati a Padova per la distribuzione tramite tessera alla popolazione. La nuova raccolta forzata dei prodotti agricoli causò molti problemi. L’11 maggio il podestà scrisse che a seguito all’istituzione dei centri di raccolta di piselli e di ciliegie nei comuni di Arquà Petrarca e Galzignano aveva cessato di fatto di esistere il già fiorentissimo mercato ortofrutticolo di Monselice che in tempo di pace riforniva tutta la regione. Paradossalmente – commentava il podestà:
<< ora è la città di Monselice che ha bisogno di essere fornita da altri centri di raccolta, dato che tutta la propria produzione deve essere portata a Padova. L’8 maggio furono portati a questo mercato 65 kg di piselli ed il giorno 10 neppure 1 kg. Conseguentemente questo Comune non solo non può approvvigionare Padova, ma deve essere approvvigionato di piselli e di ciliegie da codesta Sezione a mezzo del vicino centro di raccolta di Arquà Petrarca, al quale pregasi dare disposizioni per l’assegnazione giornaliera di non meno di quintali 5. Al mercato di Monselice sono giunte 1,70 quintali circa di ciliegie delle quali kg 60 circa consegnate al raccoglitore Baratella per il mercato di Padova >>.
Il 23 giugno 1943 gli agricoltori vennero informati che l’intera produzione di pesche, pere estive, prugne e meloni sarebbe stata destinata al centro di raccolta allestito presso la ditta Galeazzo Adolfo. Si sancì il divieto assoluto di commerciare pesche, pere estive, prugne d’ogni genere e meloni nelle aziende di produzione. La merce venduta fuori dai centri di raccolta, o sorpresa a viaggiare senza bolletta di accompagnamento, veniva subito confiscata “salvo più gravi sanzioni previste dalle leggi di guerra”.
Anche le patate americane vengono razionate
Singolare la nota datata 5 luglio con la quale il direttore dell’Unione fascista commercianti di Padova informò il podestà che “ Il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste ha disposto che tutte le patate e ‘batate’ (patate americane) prodotte nel regno non possono essere vendute, ma consegnate allo stato per il razionamento”. Tuttavia nonostante il divieto i monselicensi commerciavano il prezioso tubero ‘in dispregio’ alle severe norme in vigore. Le autorità padovane, a conoscenza dell’abuso, ordinarono al podestà di far cessare immediatamente il commercio delle patate americane.
Ancora morti al fronte
Il 25 maggio 1943 un telegramma annunciava notizie dolorose al personale del municipio. Il soldato Natale Ferrato era deceduto. Il direttore dell’ospedale militare “Duca Aosta” di Trieste invitava il podestà a “dare riguardosa comunicazione famiglia”, abitante in via San Filippo, 22.
Raccolta del rame
Il 3 luglio 1943 le autorità lamentarono che gli alberghi, ristoranti, ospedali, case di cura, convitti e comunità non avevano ancora consegnato – in tutto o in parte – i manufatti di rame. Solo l’ospedale civile, come testimoniò una nota del cav. Celso Carturan, aveva provveduto a consegnare al ministero della produzione bellica tutti i manufatti di rame utilizzati in cucina.
L’affidamento della gestione della biblioteca all’Opera Nazionale Dopolavoro
L’8 luglio 1943 il commissario prefettizio deliberò di affidare la gestione della biblioteca all’associazione fascista OND (Opera Nazionale Dopolavoro ). Il regime di fatto controllava tutte le istituzioni culturali monselicensi. A poco servì la riserva del comune di “nominare in seno al consiglio direttivo un proprio rappresentante per la buona conservazione del patrimonio librario ed artistico, nonché dei mobili, dei quali dovrà essere fatto l’inventario”.
Lettere dal fronte
Mentre il 10 luglio le forze alleate sbarcavano in Sicilia, arrivò in Municipio una toccante lettera del soldato Giuseppe Rizzo indirizzata alla moglie. La missiva purtroppo non fu consegnata, non sappiamo per quale motivo. Forse la moglie aveva cambiato comune di residenza.
Eccome carissima moglie e cari figli Carla e Carolina, ti porto le mie notizie. Sto bene così io spero di tutti voi di famiglia. Cara moglie spero bene l’anno di vederci sempre … passerà il tempo e tutto avrà fine io ti raccomando di stare e di darti coraggio come tutti stiamo facendo. Ti raccomando i figli, salutami mia cognata, la moglie di mio fratello Attilio e Pina e tutti i suoi fratelli e nipoti e Maria e Gaetano. Baci a te e figli …. […]. Passerà, io ti lascio e ti bacio te e tutti. Tuo marito Giuseppe Rizzo.
Attenti alle spie alleate
Le alterne situazioni belliche stavano alimentando il sospetto che alcune spie fossero state paracadutate nell’Italia settentrionale per preparare l’invasione alleata. Il 20 luglio 1943 il commissario prefettizio invitò all’arciprete di Santa Giustina ad
<< informare i fedeli dall’altare di non dare alloggio o comunque alcuna assistenza a persone sconosciute che potrebbero presentarsi sotto mentite spoglie nelle loro case, allo scopo di evitare che elementi nemici o sabotatori in abito borghese od in divisa abbiano ad aggirarsi nelle campagne. Sia fatto presente l’obbligo che incombe ad ogni italiano di denunciare la comparsa di tali individui al più vicino comando militare o ai carabinieri per le misure precauzionale del caso. Chiunque non avesse a presentare la prescritta denuncia sarà passibile delle gravi pene comminate dalle leggi di guerra >>.
La caduta del fascismo e i 45 giorni del governo Badoglio
Il 10 luglio 1943 i primi contingenti anglo-americani sbarcarono in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola. Ma non tutti erano contenti. Mons. Gnata commentava: “Il nemico avanzava trionfante sul suolo italiano, occupando la Sicilia ed un lembo della Calabria”. Nelle parole dell’alto prelato monselicense si ritrova l’incredulità di molti italiani che avevano condiviso fino alla fine la fiducia nella vittoria proclamata da Mussolini.
A determinare la caduta del Duce fu una sorta di congiura (appoggiata dal re) che vide tutte le componenti moderate del regime (industriali, militari, gerarchi dell’ala monarchico-conservatrice) unite nel tentativo di portare il paese fuori da una guerra ormai perduta. Nella notte fra i1 24 e il 25 luglio 1943 il gran consiglio del fascismo, durante una drammatica riunione, sfiduciò, a maggioranza, il Duce. Poche ore dopo Mussolini fu convocato da Vittorio Emanuele III e invitato a rassegnare le dimissioni. Al suo posto il ee nominò il maresciallo Pietro Badoglio, mentre il Duce veniva arrestato dai carabinieri.
L’annuncio della caduta di Mussolini fu accolto dalla popolazione con incontenibili manifestazioni di esultanza. Il partito fascista, che per vent’anni aveva riempito la scena politica italiana, scomparve d’improvviso nel nulla.
<< Come un baleno – scrive il maestro Gattazzo – e con la rapidità del fulmine, si verificava in Roma il cambiamento del governo; e si diffondeva ovunque in Italia e nel mondo, la più sorprendente delle novità… che portava subito all’abolizione di tutto ciò che si riferiva al Partito Nazionale Fascista. Il Duce diventa semplicemente il cav. Benito Mussolini ! >>.
Con la caduta del fascismo gli italiani speravano nella fine della guerra. L’uscita dal conflitto si sarebbe però rivelata per l’Italia più tragica di quanto non fosse stata la guerra stessa. I tedeschi, che già avevano inviato in Italia forti contingenti di truppe per contrastare l’avanzata alleata, si affrettarono a rafforzare la loro presenza militare per prevenire, o punire, la ormai prevedibile defezione. Il governo Badoglio, dal canto suo, proclamò che nulla sarebbe cambiato nell’impegno bellico italiano, ma intanto allacciava trattative segretissime con gli alleati per giungere ad una pace separata. Gli alleati nel frattempo operavano massicci bombardamenti, per costringere gli italiani alla resa.

L’Ammiraglio ( monselicense) Giuseppe Fioravanzo: un eroe mancato
Nel mese di agosto ’43 i libri di storia parlano anche dell’Ammiraglio monselicense Giuseppe Fioravanzo protagonista, suo malgrado, di un episodio che – a torto – viene commentato negativamente nei manuali di storia della marina italiana. Ecco i fatti. Dopo la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 i tedeschi accusarono la marina italiana di non contrastare efficacemente gli alleati (allora nostri nemici) che avevano già occupato la Sicilia. Per dimostrare il contrario, lo stato maggiore della marina “Supermarina” decideva di attaccare le navi alleate (inglesi e americane) a Palermo. Il 4 agosto 1943 gli incrociatori italiani “Eugenio di Savoia” e “Raimondo Montecuccoli”, al comando dell’ammiraglio Romeo Oliva, partirono da La Spezia con l’ordine di affondare le navi alleate nelle acque siciliane. Al tramonto del giorno successivo, nei pressi dell’isola di Ustica, già occupata dagli alleati, le navi italiane avvistarono alcuni mezzi da sbarco britannici e una cisterna per il trasporto d’acqua. Gli incrociatori italiani aprirono il fuoco contro il piccolo convoglio, ma inspiegabilmente dopo poco l’ammiraglio Oliva invertì la rotta annullando così la missione. Giustificò la sua decisione sostenendo che a causa del piccolo scontro a fuoco “aveva perduto il vantaggio della sorpresa, correndo il rischio di essere intercettato da superiori forze aeronavali avversarie prima ancora di raggiungere le acque palermitane”. I tedeschi, informati dell’annullamento della missione protestarono violentemente e accusarono di codardia la marina italiana.
Il giorno dopo Supermarina decideva di ripetere immediatamente l’operazione per stroncare sul nascere ogni malumore dei tedeschi. L’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo era in quei giorni a Genova al comando degli incrociatori “Garibaldi” e “Duca d’Aosta”. Verso le ore 18 ricevette dall’ammiraglio Bergamini, comandante in capo delle forze navali italiane, l’ordine di partire. Alle ore 2 dell’ 8 agosto la marina tedesca (allora nostra alleata) segnalò la presenza di tre grosse navi inglesi da affondare tra Ustica e Palermo. Fioravanzo si preparò allo scontro, ma nel frattempo calò una fitta foschia che ridusse la visibilità intorno ad appena un miglio. L’Ammiraglio si trovò in una situazione delicata perché non poteva sapere se erano navi mercantili o da guerra. La situazione era complicata dal fatto che né il “Garibaldi” né il “Duca d’Aosta” disponevano di apparati di radiolocalizzazione. Il dubbio di Fioravanzo fu che invece di essere lui a fare la sorpresa al nemico potesse essere questi a farla a lui. Alle 3 del mattino trasmise a Supermarina il seguente telegramma: « Salvo contrordini inverto rotta». Conscio che la foschia danneggiava la sua situazione, ma non quella dell’avversario largamente fornito di radar, Fioravanzo valutò che stava esponendo le sue navi a un grave rischio, quale quello di essere attaccato e colpito senza nemmeno rendersi conto dove fosse il nemico. Ai suoi marinai sulla plancia confessò: «So di sacrificare me stesso; ma preferisco sacrificare me stesso, anziché proseguire per un’operazione che in queste condizioni non ritengo eseguibile». Anche la seconda missione andò quindi a vuoto, dando nuovi argomenti ai tedeschi che da tempo dubitavano dell’efficacia e della fedeltà della marina italiana. Furioso l’ammiraglio Bergamini accusò l’ammiraglio monselicense di “aver disatteso agli ordini e interrotta immotivatamente la missione”. Fioravanzo fu immediatamente fatto sbarcare con la conseguente perdita del comando navale.
Nel dopoguerra ci furono però importanti sviluppi. L’ammiraglio americano Hewitt rivelò che effettivamente, in quella notte dell’8 agosto 1943, un convoglio americano era in navigazione al largo di Palermo per effettuare un’azione di sbarco. Poco lontano si trovava la Task Force 88 che stava dirigendo per intercettare le navi italiane. Se Fioravanzo avesse continuato sarebbe stato facilmente affondato. La valutazione fatta dal nostro ammiraglio era stata dunque esatta, probabilmente fu evitata una tragedia. Fioravanzo, ritornando sull’argomento, confessava sconsolato agli amici: “Se avessi proseguito, sarei oggi forse medaglia d’oro, o d’argento, alla memoria; molte amarezze mi sarebbero state risparmiate. Nonostante tutto sono soddisfatto di avere preso quella decisione coraggiosa”.
Queste poche righe tratte dai manuali di storia della marina ci confortano sull’alto ruolo svolto dal nostro concittadino che a causa della sua decisione subì negli anni successivi molte “amarezze”, ma risparmiò la vita ad alcune centinaia di marinai italiani.
Sfollati a Monselice
Il 7 settembre 1943 un’apposita commissione provinciale effettuò un sopralluogo per verificare quanti sfollati potevano essere ospitati a Monselice. La commissione accertò la presenza a Monselice di ben 543 sfollati provenienti da Genova, Torino, Milano, Bengasi, Tripoli, Roma e da Padova. Due locali inoltre erano occupati “da un figlio rientrato dall’Africa” e da una famiglia rientrata dalla Francia. La commissione riteneva però che il numero complessivo degli sfollati potesse aumentare a 970.
La ricerca di nuovi alloggi era frenetica. Numerosissimi i controlli per trovarne di nuovi: ogni casa veniva ispezionata e i locali trovati liberi venivano subito sequestrati. Il 17 settembre, ad esempio, il prefetto scrisse al podestà e al presidente dell’ECA:
<< Da nuovi accertamenti eseguiti sul posto da un funzionario della Prefettura si sono accertati disponibili a Monselice altri locali arredati per altre 10 persone >>.
Poco dopo infatti arrivarono i nuovi sfollati bisognosi di indumenti, di stoviglie e di qualche pentola. Le note ritrovate in archivio restituiscono i nominativi di alcuni di loro: Roncaglio Isolina, sfollata da Milano; Monica Calogero, sfollata da Sciacca; Schiazzana Concetta, sfollata da Tripoli; Benetollo Severina, sfollata da Milano; Bulgarini Adele, sfollata da Milano e Santerano Grazia, sfollata da Bari.
Il 20 settembre 1944, con un telegramma, il podestà informò la prefettura che gli sfollati maschi presenti a Monselice erano 427, mentre le femmine erano 592. Un mese dopo la situazione peggiorò. Il podestà comunicava alla prefettura:
<< Non c’è a Monselice altra disponibilità di locali. Gli edifici scolastici, sia del capoluogo che delle frazioni, sono tutti occupati da truppe tedesche, così pure parecchi edifici privati. Non si ravvisa quindi l’opportunità di far eseguire un censimento che non potrebbe che dare risultati negativi ed anche perché non si dispone di personale essendo precettato per i noti lavori di fortificazione >>.
Numerosi gli alloggi requisiti anche alle “donne il cui marito era al fronte”. Le mogli trovavano ricovero presso persone amiche, come la famiglia di Bruno Belcaro, che trovò ospitalità in una stanza affittata da Antonio Bison in via Grola 7.
Frequenti furono le domande di svincolo dei locali sequestrati presentate dai monselicensi. Spesso ottennero parere favorevole se “le stanze erano destinate (o destinate ad esserlo nell’immediato futuro) a parenti sfollati da altre città o “da figli ritornati dalle armi”.
Tra le domande di svincolo, che ottennero parere favorevole, curiosa quella del parroco di San Bortolo don Silvio Rasente il quale faceva presente che il locale sequestrato “era il suo studio parrocchiale”.
La catastrofe dell’8 settembre 1943
Il generale Badoglio firmò, in segreto, l’armistizio con gli alleati il 3 settembre 1943. L’annuncio fu dato al paese con un messaggio radiofonico, creando il caos più completo. Commentava il maestro Gattazzo:
<< Nel tardo pomeriggio dell’8 settembre una folla di gente si radunava anche presso la canonica di San Bortolo, per sentire dalla viva voce del Parroco, o ascoltare direttamente dalla radio, la conferma della grande novità. Corre sulla bocca di tutti, una parola tanto sospirata, che sembra recare, finalmente, la fine di tutti i mali: La pace! La pace! E’ fatta la pace! Si tratta, non della pace, ma del suo principio, dell’armistizio con l’Inghilterra e l’America, che ora almeno non verranno più a bombardare le nostre città e i nostri paesi! >>.
Mentre il re e il governo abbandonavano la capitale per riparare a Brindisi sotto la protezione degli alleati, i tedeschi procedettero all’occupazione dell’Italia centro-settentrionale. Lasciate a se stesse, con ordini vaghi e contraddittori, le truppe sbandarono senza poter opporre ai tedeschi una resistenza organizzata. Ben 600.000 furono i militari fatti prigionieri dai tedeschi e deportati in Germania. Molti soldati fuggirono cercando di tornare alle loro case. Gli episodi di aperta resistenza, che pure non mancarono, furono puniti dai tedeschi con veri e propri massacri. Le conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre si ripercossero anche sull’andamento della guerra. I tedeschi si concentrarono su una linea difensiva (la linea Gustav) che andava da Gaeta a Pescara e riuscirono a bloccare l’offensiva alleata fino alla primavera dell’anno successivo.
La rapida occupazione delle principali città italiane si concretizzò con un’ordinanza emessa il 29 settembre 1943 dal comandante tedesco in Italia Erwin Rommel con la quale ammoniva che chiunque avesse commesso un’aggressione alla vita di un appartenente alle forze armate germaniche, sarebbe stato punito con la pena di morte. I rappresentanti dei partiti antifascisti, ricostituitisi dopo i1 25 luglio, davano intanto vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi.

I tedeschi occupano Monselice
Nel pomeriggio del 10 settembre 1943 carri armati tedeschi provenienti da Bologna, procedevano all’occupazione militare di Monselice; altri mezzi militari si dirigevano verso Padova allo stesso scopo. L’Istituto “Vincenza Poloni”, villa Duodo, villa Buzzaccarini (a San Giacomo) e villa “Cini” sul Montericco furono occupate dai comandi tedeschi.
L’occupazione avvenne “senza colpo ferire e senza incidenti, fra la curiosità e l’ingenua indifferenza dei monselicensi che quasi sicuramente non si rendevano conto di quanto stava accadendo. Anzi, ci fu chi accolse i soldati tedeschi con plaudente espansione tanto da offrire loro, al bar Dal Din, bibite e vino”, ricorda con ironia Celso Carturan. Nelle ore successive fu chiaro a tutti che la situazione volgeva al peggio. Anche i medici condotti erano preoccupati e chiesero di poter tenere la pistola nel loro domicilio per difesa personale.
<< I nuovi padroni – confessa mons. Gnata – si stanziarono con un piccolo comando nel palazzo dei conti Balbi Valier e con un altro nella casa dei Cini sul Montericco, dove praticarono con delle mine una galleria ed un rifugio contro le incursioni >>.
Il 12 settembre Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, venne liberato da un commando tedesco e il 15 annunciò la costituzione del Partito Fascista Repubblicano (PFR) e la continuazione della lotta armata a fianco dei tedeschi. Il 23 settembre fu annunciata la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò.

Il nuovo Stato Repubblichino
Il 30 settembre 1943 il prefetto Vivarelli informò i comuni che “avendo il Duce assunto funzioni di capo del nuovo stato fascista repubblicano, in tutti gli uffici pubblici deve essere rimessa la sua effige, eliminando quelle che ritraggono personalità del cessato regime, non compatibili con attuale situazione politica”.
Il Gazzettino del 1° ottobre 1943 titolava energicamente: “Tutti i servizi pubblici dovranno riprendere a funzionare” e a Monselice il 2 ottobre riaprì la casa del fascio. Il 14 ottobre una circolare ministeriale ordinava di far funzionare dall’8 novembre le scuole di ogni ordine e grado.
<< È urgente e necessario – precisò il nuovo Ministro della Repubblica di Salo – che tutti gli edifici scolastici siano pronti ad accogliere le scolaresche. Mi consta però che sono in corso, qua e là, delle occupazioni per usi militari di edifici scolastici utilizzati per alloggio dei soldati. A scongiurare quindi il pericolo è indispensabile che i podestà si adoperino personalmente in modo da facilitare la riapertura delle scuole >>.
Con il nuovo regime arrivò anche un nuovo podestà. Il 28 settembre 1943 fu nominato a reggere l’Amministrazione comunale il commissario Ervino Dubsky, in sostituzione di Aldo Bassani. Pochi giorni dopo egli scrisse ai carabinieri e ai vigili di intensificare i controlli affinché:
<< la disciplina dei prezzi sia fatta osservare con tutto rigore anche per evitare i gravi provvedimenti del comando tedesco. Per nessuna ragione potranno consentirsi aumenti ai prezzi in vigore all’8 settembre u.s. I contravventori dovranno essere tratti in arresto, salvo i provvedimenti amministrativi. Dovendo riferire alla Prefettura, vi prego di inviarmi, ogni lunedì, una succinta relazione sui risultati di tale vigilanza >>.
Il 16 ottobre 1943 veniva nominato a Padova un triumvirato di reggenza del partito fascista, composto da Bruno Barbieri, Benetollo Diego e Sogli Dumas. Primo Fumei assunse la carica di capo della Provincia. I giornali commentando la notizia precisavano che Fumei “poteva vantare un passato di squadrista, ufficiale combattente, volontario di guerra pluridecorato” in verità in tutta la provincia vennero scelti uomini che facevano parte dell’ala più intransigente del partito e così avvenne pure a Monselice. I loro compiti erano, oltre alla particolare cura del settore giovanile, quelli indicati personalmente dal Duce: “Dare continuità e cameratesca collaborazione alle forze militari germaniche che si battono sul suolo italiano contro il comune nemico; dare pratica ed immediata assistenza materiale e morale al popolo; esaminare la situazione degli iscritti al partito, in relazione alla loro condotta di fronte al colpo di stato della capitolazione e del disonore e punire esemplarmente i traditori e i vili.”. Era l’inizio della guerra civile.
Il Gazzettino del 28 ottobre commentò il nuovo corso della politica con un titolo ad effetto: “La marcia rivoluzionaria continua per cancellare la vergogna del tradimento”. Già nel mese di novembre la situazione si era normalizzata in tutta la provincia e gli iscritti al Fascio repubblichino di Monselice, con a capo il centurione Silvio Simoni, si recarono a Padova alla commemorazione dei caduti fascisti. Il 4 novembre fu comunicato ai comuni che il nuovo stato di Mussolini assumeva la denominazione di “Repubblica Sociale Italiana”; la nuova bandiera nazionale e la formula di giuramento erano già pronti.
La lotta partigiana a Monselice.
Prima e dopo la pubblicazione del nostro Da Monselice a Mauthusen, sono apparsi alcuni studi (soprattutto di Tiziano Merlin e Roberto Valandro) grazie ai quali è possibile fare un po’ più di luce su alcuni aspetti della resistenza monselicense, anche se, è sempre bene ripeterlo, sono mancate ricerche e raccolte di notizie nell’immediato dopoguerra. I testimoni sentiti in questi ultimi anni spesso confondono date e persone, rendendo più difficile la ricostruzione di quel delicato periodo storico.
Oggi possiamo disporre, oltre al materiale rinvenuto in archivio storico, di due relazioni assai importanti redatte negli anni ’70 del secolo scorso da don Aldo Pesavento, coordinatore delle attività giovanili nel patronato del Duomo e da Bizjak Zvonko, uno dei ’29 partigiani’ arrestati nella retata del 17-18 ottobre 1944 perché sospettati dell’attentato al sottopasso della ferrovia in via Valli.
Determinante per comprendere come si agiva nei comandi repubblichini è pure la pubblicazione Riservato al Duce. Notiziari della guardia nazionale Repubblicana nella quale sono stati raccolti i rapporti della GNR inviati – tramite il comando generale di Brescia – direttamente al Duce. Essi contengono informazioni riservate su ribelli (= partigiani), banditi e disertori, senza tralasciare le testimonianze dirette della vita quotidiana dei padovani durante i 600 giorni della dominazione di Salò.
Dedichiamo ampio spazio alle vicende della Resistenza perché riteniamo che sia arrivato il momento di far luce su molti episodi, analizzandoli possibilmente senza le lenti deformanti dell’ideologia politica che ha trasformato “numerosi banditi in partigiani” (C. BASSO, Il contributo dei monselicensi alla lotta partigiana e per la caduta del fascismo, Monselice 1975).
La prime formazioni partigiane
Secondo lo storico Merlin, già nei primi mesi del 1943 la locale sezione comunista si stava riorganizzando. Una riunione preparatoria, tra le tante, ebbe luogo nella casa di Tiberio Bernardini alla quale parteciparono Luigi Giorio, Goffreddo Pogliani, Fermo Favaro e Alfio Rossi. Il gruppo era in stretto contatto con i dirigenti padovani del partito comunista.
Anche nel monselicense, dopo l’8 settembre 1943, si formarono diversi gruppi di sbandati (ex-soldati, renitenti alla leva, delinquenti comuni, etc.) che non erano partigiani veri e propri, ma condividevano la lotta contro il nuovo governo repubblichino del Duce. I primi contatti per organizzare la resistenza, precisò Giuseppe Sturaro, avvennero già nel mese di dicembre 1943. Riunioni segrete si tenevano frequentemente in diversi luoghi, durante le quali si tentava di dare una prima organizzazione al movimento di lotta clandestina in stretto collegamento con i comandi provinciali.
Gli ordini padovani ai “compagni” erano assai precisi e consistevano nell’organizzare piccole bande di partigiani con il compito di raccogliere e offrire protezione ai soldati sbandati e ai renitenti alla leva. Nella prima fase i partigiani dovevano raccogliere armi e soldi con requisizioni più o meno spontanee ed effettuare piccole azioni di sabotaggio alle linee telefoniche utilizzate dai tedeschi. Bisognerà però attendere la primavera 1944 per vedere i primi gruppi partigiani agire concretamente.
Fiera dei Santi del 1943
Il 18 ottobre 1943 il Commissario prefettizio comunicò a mons. Gnata e a don Francesco Ronchi, rettore delle Sette Chiesette, che “poiché permane tuttora il divieto di riunioni, ed in vista dell’attuale situazione politica, si ritiene opportuno sospendere il consueto pellegrinaggio dei fedeli al Santuario dei Santi”. Nonostante ciò si svolse regolarmente la tradizionale fiera del bestiame. Una dettagliata relazione inviata alla prefettura precisa che
<< Si erano presentati 800 equini e 400 bovini. I bovini erano soltanto da allevamento di razza “redena”, tutti sotto gli otto mesi. Gli equini erano di uguale percentuale fra cavalli e asini di buona qualità, pochissimi i muli (erano stati requisiti dall’esercito). Molti contratti furono conclusi nonostante i prezzi praticati. La fiera si protrasse fino a tarda ora>>.
Nel mese di novembre furono intensificate le misure di sicurezza contro i sabotatori delle linee telefoniche tedesche. I sorveglianti furono scelti tra i “civili di ogni condizione sociale” e venivano posti a 100 metri di distanza l’uno dall’altro. Coloro che accettarono furono compensati con un premio in danaro. Tra l’altro dobbiamo precisare che alcuni “contadini” rubavano i fili del telefono per ricavare il rame con il quale veniva prodotto, con un procedimento chimico assai semplice, il solfato di rame utilizzato per irrorare le viti.
Rimanevano i problemi di sempre. L’inverno era alle porte e mancava la legna. Il “Gazzettino” riporta la notizia di un furto avvenuto in pieno giorno nell’abitazione delle sorelle Gemo, in via Argine Destro; i ladri asportarono alcuni capi di vestiario, per un valore di 3.500 £.
Le dimissioni del Rettore dell’Università di Padova
A Padova, nel frattempo, il mondo accademico prendeva le distanze dal fascismo. Il 12 novembre, in occasione del 722° anniversario della fondazione dell’Università di Padova, un gruppo di fascisti fece irruzione nell’aula magna interrompendo il discorso ufficiale del rettore Concetto Marchesi. Immediate le dimissioni del rettore e del senato accademico. Il 28 novembre, Marchesi lanciò un drammatico appello agli universitari padovani:
<< Sono rimasto a capo della vostra Università finché speravo di mantenerla immune dall’offesa fascista e dalla minaccia germanica, fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari, e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio, al segreto. Ma oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l’ordine di un governo che, per la defezione di un vecchio complice, ardisce chiamarsi repubblicano vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori >>.
Iniziò così la resistenza del mondo universitario che fece da traino ai primi nuclei di opposizione ai nazi-fascisti.
Chiamata alle armi
Il 25 novembre 1943 il colonnello Antonio Lemme, comandante militare di Padova, invitò i giovani delle classi 1923, 1924, 1925 a presentarsi presso il distretto militare per essere arruolati nella RSI.
<< L’obbligo di presentarsi – precisò il colonnello – è, come per il passato, preciso dovere di tutti e gli inadempienti saranno duramente colpiti. La condizione dei soldati e delle loro famiglie nel nuovo esercito è oggi molto migliore sia dal punto di vista economico che da quello morale. I giovani delle tre classi si presentino, quindi, in tutta confidenza al Distretto più vicino al luogo in cui risiedono nei giorni e nelle ore stabilite dal manifesto di chiamata alle armi >>.
Ma dai notiziari della GNR apprendiamo che su circa 400 giovani che dovevano presentarsi al Distretto militare solamente 5 ubbidirono, gli altri si nascosero. Secondo i capi repubblichini ciò era dovuto
<< al fatto che i podestà dei Comuni della provincia si disinteressano delle operazione di chiamata alle armi o non si preoccupano delle cartoline precetto che vengono restituite con le solite scritte respinta, rifiutata>>.
Lavoro coatto in Germania
Porta la data del 29 novembre 1943, un manifesto diretto ai lavoratori di tutte le categorie dell’industria, del commercio, dell’agricoltura, con il quale si invitava la popolazione ad “arruolarsi volontari per andare a lavorare in Germania”. Presso gli uffici delle Unioni Provinciali dell’Industria, una speciale commissione germanica dava tutte le necessarie informazioni, mentre i giornali precisavano che i “nostri lavoratori in Germania guadagneranno molto: 1 marco e 20 all’ora. Lavorando 48 ore, con 12 ore di straordinarie, guadagnano fino a 900 £. alla settimana”.
L’ingaggio aveva la durata di un anno e i “nostri operai – precisavano i manifesti – avranno gli stessi diritti di quelli germanici e ogni 6 mesi potranno usufruire di 2 settimane di licenza”. Il Gazzettino riportava spesso a caratteri cubitali che
<< l’interessamento germanico per i lavoratori italiani non è determinato dalla convenienza, come succede nei paesi plutocratici, che preferiscono la nostra manodopera perché è la meno costosa, ma è un criterio di valutazione espresso da anni di esperienza sulle capacità produttive, sull’ingegno, sul coraggio, sul senso del dovere che l’operaio italiano ha sempre quando è ben guidato e giustamente compensato >>.
Nomina del nuovo podestà Bruno Barbieri
Con decreto del 1° dicembre 1943 venne nominato podestà di Monselice il ragioniere Bruno Barbieri il quale poteva vantare un passato da vero ‘squadrista’, lavorava come impiegato presso il negozio di tessuti della ditta Soldà, in via Roma. Fu appoggiato da Antonio Verza e da Cristoforo Romaro, “tenente della Muti” e proprietario di alcuni terreni alla Costa. Il 23 novembre il camerata Romeo Giacomo Forlin fu nominato presidente del Dopolavoro Comunale di Monselice. La società Saiace, per incoraggiare il nuovo presidente, erogò al Dopolavoro la somma pari all’importo annuale di tutte le tessere per il proprio personale dipendente. “L’iniziativa serva da esempio a tutte le ditte cittadine”, commentarono dalla Casa Littoria.
La lotta al mercato nero
Il 15 dicembre 1943 i legionari della ferroviaria fermarono due viaggiatori sospettati di svolgere traffico di generi razionati e contingentati. Nei loro bagagli furono rinvenuti infatti 22 kg di farina bianca e 16 di farina gialla. Altre ispezioni rilevarono che ai lati della ferrovia c’erano dei bagagli abbandonati che contenevano 25 kg di farina, 53 di farina gialla, 60 kg di fagioli. Il materiale rivenuto fu consegnato all’ospedale militare. Nei giorni successivi si registrarono altri sequestri.
Il 29 dicembre il commissario prefettizio, con una nota a tutti i commercianti, comunicava che nonostante le norme in uso rilevava “una certa rilassatezza nell’osservanza delle varie norme che disciplinava gli esercizi di vendita al pubblico”. Concludeva il pubblico rimprovero “richiamando la loro attenzione sull’osservanza degli orari di apertura e chiusura dei negozi e soprattutto ribadiva l’obbligo di tenere esposti su ogni articolo il cartellino indicante il prezzo di vendita” dei prodotti. Frattanto nuove norme obbligarono i comuni a razionare anche il sale che “sino a nuovo ordine non potrà essere distribuito in quantità maggiori ad un etto per persona e 8 kg, al massimo, per ogni suino macellato”.
Il latte per i bambini
Nell’imminenza delle festività natalizie il commissario prefettizio scrisse a Stefano Nin, amministratore dell’azienda Trieste, invitandolo a rinnovare l’offerta di un po’ di latte per i bambini poveri prelevandolo da
<< qualche vostro mezzadro possessore di vacche lattifere disposto a donarlo per sopperire alla grave scarsezza di latte specie per i piccoli bambini che non possono alimentarsi con altri generi. Quest’anno la situazione dell’approvvigionamento del latte è forse più grave di quella dello scorso inverno. Vi prego quindi di vedere se non sia possibile ripetere il provvedimento nella forma più ampia possibile. Vi ringrazio fin d’ora per il Vostro interessamento sul quale faccio sicuro conto, grato se vorrete darmi notizia di quanto avrete disposto >>.
Nin, consultore comunale da sempre vicino agli interessi del regime, aderirà alla rinnovata richiesta del podestà. Tale gesto gli fruttò del resto un importante riconoscimento pubblico.

Truppe del 6° Btn. 13° Frontier Force Fucilieri, parte della 19a Brigata di Fanteria Indiana, 8a Divisione Indiana nel villaggio di Frisa, provincia di Chieti, Italia.
Il primo bombardamento su Padova
Il 16 dicembre 1943, poco dopo mezzogiorno, la città di Padova fu bombardata per la prima volta da un centinaio di aerei anglo-americani colpendo duramente la stazione ferroviaria e la zona circostante. Le vittime superarono il centinaio mentre i feriti furono oltre duecento. Grande fu la paura in tutta la provincia. I bombardamenti su Padova provocarono a Monselice viva preoccupazione, dal momento che la nostra cittadina era considerata un centro stradale e ferroviario di prim’ordine.
Giunse il santo Natale, ma i monselicensi furono testimoni di una cruenta battaglia aerea, combattuta nei cieli del paese, tra alcuni caccia tedeschi e diverse squadre di velivoli anglo-americani. Tre apparecchi precipitarono in fiamme verso Pozzonovo mentre a San Bortolo vennero recuperate sette bombe inesplose.
Natale 1943 nei campi di concentramento
Carlo Frizzarin, uno dei tanti prigionieri italiani nel campo di concentramento “Lazzaret Feithain”, ci racconta il suo natale 1943, ricordando i 34 compagni morti attorno a lui: Gino Sadocco (Monselice), Egidio Giacomin (Galzignano), Boetto Pietro (Pernumia), Bruno Gambarin (Pozzonovo), Giovanni Bergo (Anguillara), Primo Marchetto (Piacenza d’Adige), Pasquale Sgotti (Terassa Padovana), Guido Saccheto (Granze), Sante Favato (Vescovana), Gastone Faccioli (Casale di Scodosia), Aldo Spigolon (S. Urbano), Guido Bellini (Montagnana), Gino Marchetti (Ospedaletto Euganeo), Giulio Cibin (Boara Pisani), Vittorio Marchiare (Solesino) ecc. Alle ore 11 del 25 dicembre arrivò dalla Jugoslavia un treno carico di prigionieri a digiuno da 5 giorni. Le guardie gli sfamano con la pasta destinata agli internati già presenti nel campo, per gli altri brodo di rape.
Il 30 dicembre 1943 si ebbe sulla città di Padova la seconda incursione aerea, ancora una volta sulla stazione ferroviaria. Lo stesso giorno a Marendole furono rinvenuti i corpi di due aviatori ventiduenni americani: Parson James e Porteons G., entrambi residenti a New York. Forse avevano partecipato ai bombardamenti padovani. Il recupero delle salme fu eseguito dai militari della GNR in gran segreto e i loro corpi sepolti presso il cimitero centrale da dove, il 27 giugno 1945, vennero prelevati dalle autorità alleate. Con una nota del 21 giugno 1945 il sindaco Pogliani precisò che i decessi furono causati dalla mancata apertura del paracadute. Sembra che anche un altro pilota americano sia caduto nel comune di Pozzonovo, ma non abbiamo trovato riscontro nei documenti.
Dopo i bombardamenti su Padova seguirono attacchi aerei anche a Monselice e sui comuni limitrofi che, con ritmo crescente, provocheranno vittime e danni fino al 28 aprile 1945.
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INDICE GENERALE DEI CAPITOLI CON LINK Roberto Valandro, Introduzione [ Clicca qui…] I. Premessa. Monselice dal 1922 al 1937. [ Clicca qui…] II. Anno 1938. Dalla guerra di Spagna alle leggi razziali. [ Clicca qui…] III. Anno 1939. I grandi lavori promossi da Vittorio Cini. [ Clicca qui…] IV. Anno 1940. La visita del Duce a Monselice. [ Clicca qui…] V. Anno 1941. La protesta del Mazzarolli: tra pane e polenta. [ Clicca qui…] VI. Anno 1942. La rivolta delle donne. [ Clicca qui…] VII. Anno 1943. I tedeschi occupano Monselice e gli Alleati sbarcano in Sicilia [ Clicca qui…] VIII. Anno 1944. Formazione della resistenza armata [ Clicca qui…] IX. Anno 1945. La Liberazione di Monselice [ Clicca qui…] X. I processi del dopoguerra a Monselice : alla ricerca della verità [ Clicca qui…] XI. Ricordando la Shoah. Ida Brunelli, una monselicense tra i ‘Giusti’ d’Israele [ Clicca qui…] XII. I caduti monselicensi durante la seconda guerra mondiale. Ricordo e appartenenza per non dimenticare [ Clicca qui…] Vedi anche: Soldati monselicensi morti nei campi di concentramenti (IMI) [ Clicca qui…] Soldati di Monselice decorati al valor militare durante la 2° guerra mondiale [ Clicca qui…]
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© 2025 a cura di Flaviano Rossetto
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