I carri ‘armati’ dell’imperatore Federico Barbarossa

Durante la giostra della rocca Federico ha un sogno: la realizzazione dell’impero universale. E, insieme, un dubbio che lo tormenta: è davvero lui che Dio ha eletto per quella missione? Barbarossa, spinto dal suo fedele consigliere Rainaldo di Dassel, cerca una risposta consultando la veggente Ildegard von Bingen. La sentenza è incoraggiante ma termina con un sinistro e misterioso avvertimento: guardati dall’acqua e dalla falce. La falce porta la sconfitta. L’acqua porta la morte. La seconda parte della profezia, inerente l’acqua, che tutti conoscono, trova compimento durante la terza crociata, il 10 giugno 1190 Federico morì annegato, cadendo da cavallo mentre attraversava il fiume Saleph, in Cilicia , a sud della Turchia.
La prima parte della profezia, quella inerente la falce , meno nota, si riferisce ad un particolare carro falcato, che nulla aveva a che vedere con i carri dei persiani o prima ancora utilizzati da egiziani, assiri e babilonesi. Infatti questo tipo di carro non aveva falci sui mozzi delle ruote, ma come ci descrive Galvano Fiamma, cronista trecentesco: “…E vengono fatte trecento navi a forma di triangolo e sotto ad ognuna c’erano sei cavalli coperti, così da non essere visti, che trascinavano le navi. In ogni nave vi erano dieci uomini che muovevano falci per tagliare l’erba
dei prati come i marinai muovono i remi: era una costruzione terribile contro i nemici […]»

Trecento carri, anche oggi corrispondono ad una forza notevole, all’incirca due brigate, se consideriamo che attualmente una  compagnia squadrone ha in forza tra 10 e 20 carri e l’unità superiore, battaglione/gruppo tra i 30 e 50 carri. Era il 1160, Barbarossa che aveva impiegato sette mesi a conquistare la non certo formidabile città di Crema, nel giugno veniva sconcertato dai milanesi , che mentre egli devastava le campagne tra Legnano e Rho, gli mandavano contro un corpo di spedizione all’avanguardia, nel quale figuravano un centinaio di carri corazzati e falcati, cioè muniti tutt’intorno di falci; pare che l’invenzione di questi protopanzer, si debba attribuire al solito mitico mastro Guitelmo. Non è da escludere, visto che la Chronica Galvanica è successiva ai fatti, che su questi carri trovassero posto anche balestrieri, che al riparo delle sponde del carro potevano estendere l’efficacia delle falci. Il coordinamento di queste unità corazzate, tra loro e con le altre forze in campo ( cavalieri e fanti) , doveva richiedere un carro comando, che mediante segnali sonori e visivi, coordinasse le truppe.
Il carro comando null’altro è che il carroccio, un carro pesante tirato da buoi, munito di una campana: due strumenti che erano serviti prima di allora ai monaci ed agli abati per raccogliere le rendite, quando giravano
per i loro numerosi poderi. Se prima veniva utilizzato per richiamare i sottoposti al dovere delle tasse, delle varie gabelle o alla cessione dei beni in natura (le decime), da Ariberto da Intimiano , vescovo di Milano, fu riadattato in un arnese da guerra, per richiamare gli uomini alle armi. Il vescovo fece erigere su di esso un altare, corredato da un’altissima antenna tinta di vermiglio, culminante in un globo dorato, tra due vessilli; a metà dell’asta era collocato un crocefisso benedicente le due piattaforme giustapposte al carro, una anteriore destinata ad accogliere un manipolo di soldati scelti, l’altra posteriore, dove trovavano posto otto trombettieri.
Fu usato con successo fin dal 1037 (contro le milizie imperiali di Corrado II) ed assunse presto la valenza di simbolo della libertà comunale mutuato , perciò, da città a città, ognuna delle quali volle apporre un proprio elemento identificativo, fosse esso un gonfalone comunale o l’immagine del santo patrono. Era particolarmente diffuso tra le municipalità lombarde, toscane e, più in generale, dell’Italia settentrionale. In seguito il suo uso si propagò anche fuori dell’Italia. Era il simbolo delle autonomie comunali. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città a cui apparteneva. Documenti del 1158 e del 1201 confermano la presenza del Carroccio di Milano, in tempo di pace, nella chiesa di San Giorgio al Palazzo. Nel primo documento citato sono contenute informazioni sulla necessità di realizzare uno scudo di ferro da collocare nel coro della chiesa, che si trovava nei pressi del Carroccio, con l’accensione di un fuoco votivo alimentato da una
libbra d’olio. Nel documento del 1201 è riportata un’informazione analoga: l’Arcivescovo e i religiosi della chiesa
milanese di San Giorgio al Palazzo avrebbero dovuto accendere delle lampade votive intorno al Carroccio. (Tratta dal sito web ‘Medioevo)