Cinque ordini di mura

LA CINTA MURARIA BIZANTINA (VI sec.)
La fortificazione più antica risale all’età bizantina (VI secolo): si tratta di una cinta che ingloba circa tre ettari sul cucuzzolo della Rocca. Tratti di mura sono ancora visibili in più punti e furono utilizzate come strutture difensive per i monselicensi per molto tempo. Forse in questo periodo furono costruite la chiesa di San Paolo alla base del colle e quella di Santa Giustina in cima alla Rocca. Gli scavi archeologici eseguiti da GP. Brogiolo sulla Rocca di Monselice hanno consentito di appurare che la località fu fortificata dai Bizantini nel VI secolo per resistere contro i Longobardi entrati allora in Italia. Con azioni fulminee i Longobardi occuparono Padova e Monselice: la prima fu declassata al rango di città a vantaggio della seconda che divenne così capoluogo di circoscrizione e punto forte rivolto dai Longobardi contro i vicini territori rimasti in mano bizantina. Le fortificazioni di Monselice subirono ben presto rimaneggiamenti e modificazioni tanto che una torre lungo le pendici del colle, è stata infatti scoperta una piccola necropoli familiare con ricchi corredi in oggetti d’oro che rimandano agli usi funerari diffusi fra i Longobardi nei primi decenni del secolo VII. Lo spazio rinchiuso entro la cerchia muraria situata sulla sommità della Rocca, esteso per almeno quattro ettari, nonostante la ripidità del sito doveva in origine essere intensamente popolato come indicherebbe la presenza di almeno tre edifici religiosi tutti verisimilmente assai antichi. Risale all’anno 914 la prima fortuita notizia riguardante l’esistenza di un elemento fortificatorio del “castellum”: in quell’anno, infatti, un documento cita la chiesa di S. Tommaso, che era costruita “retro muris de ipso castello”. Certamente la menzione del muro è significativa, in rapporto alla documentazione coeva dell’Italia padana, perché fa supporre l’esistenza di altre fortificazioni più consuete per l’epoca: palizzate, terrapieni, un fossato di sgrondo e di difesa alla base del colle. L’estensione dell’abitato altomedievale sui terrazzamenti attorno al rilievo è comunque difficilmente ipotizzabile, date le grandi trasformazioni che il colle subì nel corso dei secoli e la inconsulta distruzione del profilo occidentale provocata dalla vorace attività estrattiva di epoche non troppo remote (Gallo).
L’esistenza del fossato, prima struttura di difesa approntata attorno alle villae esterne ai castra, è attestata proprio a Vallesella nel 1155. Ma a scopi solamente protettivi serviva pure la vasta area incolta, alberata e solcata da un fitto reticolo di fossati, della “frata communis”, che un documento del 1162 e molte posteriori attestazioni collocano “in capo della villa” (“in capite ville”): all’interno della fratta in quell’anno i consoli di Monselice, “con il consenso di tutto il popolo maggiore e minore”, distinsero un appezzamento incolto assegnandolo al fondatore dell’ospedale di S. Giacomo. E un’epoca di grande interesse, nella quale si mette in luce una compiuta e radicata organizzazione comunale con propri organi di autoamministrazione, che fanno di Monselice ben più di un comune rurale : un vero “centro urbano minore”, con una società articolata di proprietari liberi e di piccola nobiltà di tradizione militare, di notai e giudici, di commercianti, di artigiani.

PRIME OPERE DI DIFESA ATTORNO AL CENTRO CITTADINO (XII secolo)
Dal 1155 (S. Bortolami) almeno si ha notizia di “fossati” o “fosse”, al piano, che cingevano la contrada suburbana di Vallesella. Ma nel tempo queste elementari difese d’acqua, rinforzate forse da palizzate e terrapieni, videro spuntare opere più robuste. Già nel 1162 si menziona una porta di muro e nel 1181 un ponte in pietra (Grola ?), probabilmente quello che dalla piazza passa il fiume in Montericco. Nel 1265 si ricorda invece una porta di Mezzo, orientata in direzione di Tribano. Intorno alla metà del Duecento si parla ormai correntemente di ciò che è “dentro” e ciò che è “fuori” della villa, alla quale si accedeva dalla campagna circostante Monselice da una pluralità di ponti e di porte: quella di Vanzo, ad esempio, quella del Quadrivio della Costa, quella della Cal di Mezzo, quella, da poco costruita, di San Giacomo. Le fonti inoltre parlano anche, oltre che di “mura del castello”, di “muro” intorno alla villa o, come sempre più frequentemente si usa dire nei documenti, alla terra di Monselice. Per tutto il Duecento e per buona parte del Trecento, tuttavia, è difficile dire se davvero si trattava di un’integrale cortina muraria o di un tracciato difensivo fatto di terrapieni con palizzate e torricelle in muratura o lignee, simile allo “spalto” che contemporaneamente cingeva gran parte del borgo.

LE STRUTTURE DIFENSIVE PRIMA DI FEDERICO II
Gli scavi del 1995-1996 hanno messo in luce, tra l’altro, due imponenti edifici: una torre di 8 x 8 m e un grande edificio di 19 x 7,5 m, suddiviso in due ambienti di ineguali dimensioni. Entrambi si segnalano per l’utilizzo di conci squadrati, messi in opera con molta regolarità. Le opere di difesa erano posteriori alla chiesa, ma con questa convissero fino all’edificazione del mastio ezzeliniano.

COSTRUZIONE DELLE MURA FEDERICIANE (XIII secolo)
Nella primavera del 1239 Federico II venne a Monselice, «il cui monte ordinò di murare per sicurezza» e, stando sul posto, si rese conto di quanto potenti fossero le fortezze del marchese d’Este. Il cronista Pietro Gerardo narra che Ezzelino dall’alto della rocca di Monselice mostrò all’imperatore «tutti li castelli del marchese Azzo» dicendogli che fino a quando «quel stato sarà in mano di detto marchese, sempre la Marca trevigiana sarà in confusione». L’imperatore ordinò il rafforzamento delle mura. L’ordine dell’imperatore fu subito eseguito.
La fortezza monselicense costituisce una delle opere più interessanti di architettura militare del medioevo. La fortificazione era concentrata attorno alla parte sud della Rocca, dove il declivio si presenta dolce. La parte nord invece era assai ripida e non presenta nessuna difesa. In cima alla Rocca c’era il punto di comando di tutta la difesa: il mastio eretto nel mezzo di un vasto piazzale a 172 metri d’altezza. È un torrione quadro, piantato su larga base piramidale, fatto con somma esattezza di parallelepipedi di macigno (trachite), più piccoli nel tronco, e con malte apparenti. Lo storico dell’arte Giulio Bresciani Alvarez non esclude che in un prossimo futuro ricerche archeologiche e archivistiche, svelino il nome del geniale autore delle fortificazioni monselicensi. Allo stato attuale non è fantascienza pensare che a progettarla congiuntamente al piano militare sia stato il proto-magistri Zilio Milanese che almeno sino al 1242 lavorò per l’imperatore Federico II. L’esecuzione del progetto fu affidata ad Ezzelino da Romano. L’architetto Zilio aveva preparato per l’imperatore svevo i piani per tratti delle mura di Padova e per quella mirabile sintesi di architettura militare e residenza che è Castel del Monte, iniziato nel 1240, un anno dopo la sua presenza a Monselice.
Il progetto federiciano riguardava l’area della Rocca e discendeva sino a raggiungere e circuire l’abitato. Ci conforta questa affermazione l’uniformità costruttiva riscontrata per l’intero sistema fortificato, quasi a farci supporre che, tra il 1239 e il 1330 almeno, siano rimaste invariate le tecniche difensive e costruttive allora, a più riprese, utilizzate. Una conferma di questa ipotesi deriva osservando i tratti murari superstiti che vanno, con varia soluzione di continuità, da via Argine Destro sino alla Torre Civica — solida costruzione dugentesca da riferire al cantiere ezzeliniano — e da questa alla torre all’angolo di piazza Ossicella per poi riprendere soltanto oltre S. Martino, dove inizia ad arrampicarsi, passando dietro villa Duodo, sino a raggiungere la zona della Rocca. Le mura di epoca federiciana si riconoscono all’uso di blocchi squadrati di trachite di forma regolare sicuramente proveniente direttamente dalla Rocca. Da un rapido sopralluogo a quelle strutture, aventi uno spessore di poco superiore al metro, con il camminamento di guardia di circa sessanta-settanta centimetri e il rimanente riservato allo spessore della merlatura, è giocoforza concludere che almeno dalla parte interna, in epoca imprecisata, si ebbero modifiche rendendo obsolete le mensole in trachite, senz’altro predisposte per sostenere le strutture provvisorie in legno delle caditoie, da innalzarsi soltanto in caso di assedio o di estrema difesa. La sezione muraria non differisce affatto da quelle utilizzate nei cantieri del castello e delle chiese innalzate tra il Duecento e il Trecento: cortine in conci di trachite, di dimensioni medie,con ricorsi distanziati, qualche volta, dalle corsature in mattoni; con il nucleo interno realizzato con la tecnica dell’opus caementicium.
Trattandosi della perimetrazione più esterna, la si potrebbe supporre di epoca carrarese, indicazione cronologica che comunque dovrebbe essere suffragata confrontandola con quanto rimane delle strutture altomedioevali, attorno alla corte di Petriolo e S. Tommaso, nel recinto del Castello e nelle adiacenze della Rocca.
Non ci pare ipotesi avventata quella che, sulla base della legge della “persistenza del piano”, vedrebbe le mura carraresi insistere su lunghi tratti di precedenti strutture ezzeliniane, allora ripristinate con aggiunte e modifiche, sull’esempio di quanto accadrà poi a Padova quando porzioni di mura di età comunali e carrarese vennero conglobate nel sistema bastionato veneziano.

POTENZIAMENTO CARRARESE DELLE MURA (XIV secolo)
Nel XIV i Carraresi, signori di Padova, venuti in possesso di Monselice, provvidero a ricostruire l’apparato fortificatorio secondo i criteri difensivi  correnti inglobando le murature più antiche e il mastio federiciano; a quell’epoca risalgono infatti buona parte delle strutture ancora oggi esistenti benché, il più delle volte, allo stato di rudere che circondano il centro abitato. Il 19 agosto 1338 a Monselice, ultimo baluardo scaligero nel territorio euganeo, dopo anni di assedi da parte dell’esercito dei collegati veneziani-padovani-fiorentini, venne ceduta con accordi segreti alla Signoria di Padova “con grande allegrezza della città e dei suoi cittadini”. Gli accordi furono pattuiti tra Pietro Del Verme, personaggio centrale nell’espansione scaligera e “funzionario” abilissimo per i signori di Verona nei territori sottoposti e Ubertino da Carrara, signore di Padova, dopo vari dissidi che misero a ferro e fuoco la città della Rocca tra gli anni 1336-1337.

DESCRIZIONE DEL SANUDO 1483
Il Sanudo nel 1483 ci informa che nella parte più alta del colle si trovava la chiesa battesimale di Santa Giustina, e più in basso le cappelle dedicate a san Pietro e a san Giorgio. Verso la fine del XV secolo, secondo la descrizione di Marin Sanudo del 1483, esse, inglobate in altrettanti nuclei fortificati, segnavano allora il limite esterno della cerchia muraria. Dalla parte di Padova, cioè verso nordest, vi era infatti «il castello dicto S. Piero» cui corri­spondeva, dall’altro lato, il castello «appellato Santo Zorzi»; «il castello tondo e alto», cioè il nucleo fortificato principale posto sulla vetta del monte, appariva ormai «ben dirupato e mal condizionato», ma circa 80 anni prima esso «era inespugnabile» tanto che i Veneziani avevano potuto impadro­nirsene solo per tradimento.

ASSALTO E FINE MILITARE DELLA FORTEZZA (1509)
Ai primi del Cinquecento, circa vent’anni dopo che erano state descritte da Marin Sanudo, le fortificazioni di Monselice vissero la loro ultima, infelice vicenda bellica. Dopo la precipitosa ritirata dei Veneziani, sconfitti ad Agnadello dalle truppe della lega di Cambrai (maggio 1509), il presidio di Monselice fu attaccato dai collegati. L’imponente complesso costituito, come scrive Francesco Guicciardini, da «tre procinti di muraglia» ritenuti inespugnabili, diede pessima prova di sé.
Viste le artiglierie intaccare con facilità la cerchia esterna, gli uomini del presidio non riuscirono a ritirarsi in modo ordinato così che gli attaccanti penetrarono, dietro di loro, entro le due cerchie più interne. Coloro che cercarono di resistere nel mastio furono stanati con il fuoco. Sterminati in gran parte tali deboli difensori, i vincitori resero inefficienti le mura superstiti e bruciarono le case del borgo.
Era la fine anche della fortezza militare che non era più in grado di resistere alla nuove armi da fuoco.

VENDITA DELLA ROCCA AI PATRIZI VENEZIANI
Dopo la conquista veneziana (1405) i Marcello acquisirono, a partire dal 1406 i beni pubblici e le residenze già carraresi.  Poco dopo una ducale del 25 maggio 1568 ordina di tenere chiuse le porte del castello giorno e notte nel solo caso di peste o guerre stabilendo che le chiavi debbano essere custodire dal podestà. I Marcello rimasero proprietari del castello fino al 1840. I Duodo, alla fine del XVI – inizi XVII secolo costruirono una villa (Duodo) a mezzacosta, sui resti di una fortificazione nota dalle fonti come “castello di S. Giorgio”. Lentamente le ricche famiglie veneziane (Duodo, Marcello, Nani) ridussero a parco la rocca monseliciana e vi costruirono le loro dimore di campagna preservando così la parte sud per i secoli futuri le rovine di quello che era stato un millenario, formidabile complesso militare.

 

CINQUE ORDINI DI MURA

Numeriamo le cinta murarie partendo dal basso e quindi abbiamo:

 

PRIMA CERCHIA DI MURA
La prima cerchia era quella al piano e comprendeva l’abitato. Il Sanudo nel 1483 contava quattro porte (Padova, Pescheria, San Marco, San Martino) diventate sette per l’aggiunta di porta Vallesella, Carpanedo e Camin. La fossa che circondava le mura era alimentata con le acque del canale Bisatto. Dopo aver toccato le mura a sud le acque sfociavano nel Vigenzone che correva verso Pernumia. L’estensione della prima cerchia rendeva difficile difenderla. Alla prima vera guerra nel 1508-10 i soldati abbandonarono subito questa prima cerchia e si ritirarono sul colle.
Nella cortina di questa prima cerchia si alzavano ad intervalli regolari torricelle, aperte completamente verso l’interno, con una finestra ad arco tondo sui fianchi e col tetto a un piovente.

SECONDA CERCHIA DI MURA
La seconda cinta partiva da palazzo Duodo, scendeva per le sette chiesette, villa Nani, il castello e arrivava fino all’ex convento di San Francesco nei pressi di Via San Biagio. Molti dubitano di questa cinta. Ma le indagini condotte da Brogiolo sulla Rocca sembrano confermare l’esistenza di questa cinta muraria, scomparsa quando è stata fatta la prima cerchia, quella al piano.

TERZA CERCHIA DI MURA
Dalla Torre della Regina si scendeva per una comoda stradina fino alla terza cinta che cingeva il colle a quota media e portava tramite una porta a saracinesca a un recinto dove sorgeva la chiesa di S. Maria di Medio Monte, per la quale abbiamo fatto una scheda specifica Poco più sotto del Torrione sorgeva una piccola chiesa dedicata a S. Maria di medio monte poi chiamata “Duomo vecchio”. Fino all’inizio dell’Ottocento era raggiungibile attraverso un sentiero tra le pietre. Più basso verso ponente c’era un secondo piazzale racchiuso da mura con doppia cortina. Su questo piazzale si erigeva alta e maestosa la torre della Regina, abbattuta nel 1894 dal genio militare. Su quel sito si racconta che un tempo c’era un monastero di donne. Parte dell’abside e dell’altare maggiore recavano tracce di antiche pitture: da un lato una deposizione e dall’altro una bella testa di donna. Poco lontano dalla chiesa di S. Maria c’era un altro edificio religioso dedicato a S. Pietro Apostolo che, demolito per ragioni strategiche, fu riedificato ai piedi del monte, vicino alla porta Padova. Il popolo chiamò quella chiesa di “S. Pieretto” . Successivamente anche questa chiesa fu soppressa e i locali utilizzati come magazzini.

QUARTA CERCHIA DI MURA
Secondo il Carturan partiva dalla porta sud della 5^ cerchia per arrivare fino alla torre della Regina. Su un fianco erano dipinte di colore rosso due croci con nel mezzo lo stemma dei Carraresi.

QUINTA CERCHIA DI MURA
Era quella che racchiudeva il torrione ed è stata costruita su precisa indicazione dell’imperatore Federico II. La cinta aveva due porte: una a sud, l’altra a ovest.

Per almeno due secoli la preminente importanza militare di Monselice non venne meno: la fortezza fu sottoposta a continui attacchi che diedero luogo a corrispondenti tentativi di difesa; per gli aggressori risultava generalmente facile aver ragione delle fortificazioni dei centri abitati, ma i loro ca­stelli di solito resistevano così che talora si evitò addi­rittura di attaccarli o se ne venne a capo solo dopo assedi più o meno prolungati con rese a patti che, specialmente per Este, comportarono il succedersi di distruzioni e di ripristini. Federico II apportò alle fortificazioni modificazioni radicali: la pieve di Santa Giustina «sul vertice del monte» fu allora demolita e ricostruita più in basso per lasciare posto al superbo mastio tuttora in piedi. Esso è costituito da una poderosa base a tronco di piramide, con paramento in blocchi di trachite, alto circa otto metri, sulla quale si eleva una torre quadrangolare descritta dal Sanudo come «altissima», ma ora dimezzata.