28 Aprile 1945. La Liberazione di Monselice

CAPITOLO QUARTO

28 APRILE 1945. LA LIBERAZIONE DI MONSELICE

 

Sabato 28 aprile 1945

Il 28 aprile arriva la Liberazione anche per Monselice. La cronaca di quei giorni la “rubiamo” al maestro Gattazzo che con enfasi e partecipazione ci racconta le vicende di quei felici momenti.

Le notizie sul fronte si fanno sempre più interessanti e precise; gli americani sono arrivati a Stanghella e si dispongono per un altro scatto verso i nostri paesi. Tutti i cuori sono in trepida attesa, desiderosi di vedere quanto prima i liberatori, ma contemporaneamente si teme la rappresaglia dei tedeschi. La strada Rovigana è paurosamente deserta; tutti hanno paura di muoversi per il pericolo di qualche brutto incontro. Sulla strada passa ancora qualche tedesco che si ritira in fretta con la speranza di salvarsi la pelle. Nei campi nessuno più lavora, perché ormai si sente nell’aria un sapore di novità che refrigera l’anima. Si diffonde la sbalorditiva notizia che “gli americani sono al Cason di Solesino. L’annuncio è molto verosimile, perché è confermato dal rumore metallico dei carri armati pesanti, che s’avanzano da Stanghella. Dio lo voglia! Abbiamo sofferto tanto finora; ora vogliamo attirare coi nostri ardenti sospiri i carri armati americani, i carri della libertà e della vita nuova, fino a noi, e oltre a noi fino alle frontiere della patria, per la rinascita di questa Italia tanto martoriata e tradita”. Tutti gli occhi si volgono a sud, in tutte le case si approntano le bandiere bianche, da spiegare al vento appena compaiono gli americani. Ma tutto si fa in segreto e con trepidazione di cuore perché per la strada Rovigana passano ancora tedeschi a piccoli gruppi o isolati e loro hanno le armi e possono abusarne a piacimento.

È una attesa che dura ore lunghissime. Ma finalmente alle ore 2.30, di un pomeriggio ventoso e inondato di sole, il primo carro armato inglese avanza trionfalmente attraverso la nostra strada Rovigana salutato da ovazioni da parte di tutta la nostra popolazione e da esclamazioni di giubilo incontenibili. Circa venti minuti più tardi altri carri armati inglesi passano come in trionfo sulla grande arteria stradale, salutati come liberatori dopo tanto martirio e tanta passione sofferta. Su tutte le mani sventolano fazzoletti o drappi rossi in segno di giubilo, su tutte le case appare il tricolore o una bandiera bianca. “E da tutte le torri, da Pozzonovo a Solesino da Monselice ad Este e da Ca’ Oddo a S. Bortolo apparve subito come per incanto il candido drappo della rinata libertà.”

Nel frattempo i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale per Monselice, da tempo costituitosi nelle persone di Pogliani Goffredo (Comunista), Masiero Antonio (Demo-cristiano) Simone Leonardo (Partito d’Azione) Mattei Arturo (Socialista), alle 10 del mattino prendono possesso della residenza municipale dove si trovano solo il segretario Dal Bosco Francesco e il vice segretario Valerio Antonio.

Le autorità fasciste si sono infatti date rapidamente alla fuga. Il podestà Bruno Barbieri è fuggito, come pure Cristoforo Romano e Primo Cattani, personaggi tra i più autorevoli. Soltanto qualche giorno dopo, come riferisce Gattazzo, il Barbieri viene catturato ad Abano Terme. Sta seduto sul ciglio della strada; gli puntano una pistola alla tempia, ma non reagisce e così viene ricondotto a Monselice, alle carceri. Qui è interrogato, con altri suoi uguali, da una donna combattiva e vigorosa, che si dice sia l’ispiratrice dei “garibaldini”. Accanto a lei, i patrioti assistono e, di sovente, lo malmenano.

Viene subito organizzata la resistenza contro i resti dei gruppi armati tedeschi che transitano per il territorio del Comune. A mezzogiorno, il primo gruppo di patrioti si trova già nei punti strategici e inizia il disarmo dei militari tedeschi in ritirata che passano per il centro cittadino per guadagnare la via più breve e raggiungere la Germania.

Mentre già il primo cingolato avanza, i patrioti, unendo le forze, si riuniscono in gruppi e tendono agguati ai nazisti in fuga. Li attendono, acquattati, ai crocicchi delle strade e presso le porte della cittadina. Confiscano loro le armi e le portano nella sede del Municipio; poi, con le stesse, si dedicano a nuove azioni di rappresaglia.

Da ogni parte del paese giungono al Municipio giovani di ogni età e fede politica per reclamare quelle armi. Chiedono di contribuire alla cacciata del nemico. Fanno anche alcuni prigionieri, ma la maggior parte degli scontri a fuoco lascia sul terreno morti e feriti.

In breve tempo, le carceri mandamentali sono colme. Come racconta la Basso, nella giornata sono condotti in prigione 173 prigionieri. Tra questi, stanno anche alcuni esponenti del partito del Fascio, che vengono incarcerati per loro sicurezza.

Nelle file dei patrioti spiccano anche alcuni personaggi che durante l’occupazione hanno servito gli invasori, o che hanno fatto parte dei fascisti repubblichini. Ricorda il Gattazzo, nelle sue cronache, i nomi di Bruno Allegri e di Giovanni Moro. Ora appaiono rapidamente convertiti e, armi alla mano, si dimostrano molto agguerriti nel contrastare i tedeschi.

Nei vari combattimenti che hanno luogo quel giorno muoiono Guglielmo Cesare, Bassan Gaetano, Cerchiaro Armando e tre tedeschi. Rimangono feriti: Bozza Bruno, Belluco Ferruccio, Telandro Giuseppe e otto tedeschi. La delibera comunale, conservata presso l’Archivio Storico Comunale cita pure i nomi di alcuni passanti periti accidentalmente per colpi d’arma da fuoco: Varotto Ottaviano, Masiero Mario, Sguotti Angelo, Bernardini Carlo e Bernardini Angelo.

Gattazzo ricorda in particolare due episodi sanguinosi. I partigiani fermano a colpi di mitraglia una vettura tedesca, carica di viveri, che proviene da S. Urbano. Feriscono l’autista, un maresciallo tedesco, e lo catturano, assieme agli altri occupanti della macchina. Poi si impossessano dei viveri che sono a bordo. Più tardi, in un altro agguato, viene fermata un’altra auto che viene da Stanghella. Il guidatore è colpito a morte; si tratta di un inglese. I partigiani vogliono seppellirlo sotto un noce, nel territorio accanto al piazzale della Tribù. Sulla tomba, in memoria, pongono una lapide commemorativa, che reca la scritta: “T.P.R. SLATER J. – XII Royals Lancers – K.I.A. – 28.04.1945”. Poi ricorda la fine di Enrico Bregolin, ferito a morte sotto gli occhi dello zio, Giuseppe Fortin, da alcuni tedeschi riparati in una casa. Lo zio, carico d’odio e rabbia, vendica il ragazzo uccidendo gli assassini.

Verso le ore 15 un carro armato inglese avanza dalla strada di Rovigo fino al bivio dell’Ospedale accolto dalla popolazione plaudente. Saputo che Monselice è occupata dai patrioti si allontana ritornando verso il grosso delle forze. Intanto continua l’azione contro i gruppi di militari tedeschi che cominciano ad organizzarsi alla periferia del centro abitato. Verso le ore 18, dalla strada di Este arriva una potente colonna corazzata, che per la circonvallazione procede verso Padova.

Nel frattempo i contingenti delle armate anglo-americane continuano a transitare per Monselice. La VIII Armata (gli americani) proviene da Rovigo, la V (gli inglesi) da Este, e sono dirette a Padova. Passano col fragore dei loro pattini d’acciaio sull’asfalto della strada. La folla li accoglie con grida di gioia, finalmente sollevata da ogni timore. I partigiani, con le armi in pugno, i fucili a tracolla, salutano i militari alleati, sventolando il loro fazzoletto rosso. L’entusiasmo, finora contenuto a causa dei pochi, isolati tedeschi che ancora circolano in zona, si diffonde nelle campagne circostanti. I lavoranti cessano le proprie occupazioni per partecipare al tripudio generale. Si avvicinano al ciglio della strada e osservano, commossi, il passaggio dell’esercito. Ognuno sbandiera, senza più timore, il fazzoletto rosso della lotta partigiana o il tricolore che ha nascosto ai nemici. Nelle frazioni e nei territori limitrofi, quasi sia stato dato un segnale convenuto, si espongono drappi bianchi e bandiere sui campanili e alle finestre. Dai magazzini, dove stanno sepolte dalla polvere o impregnate d’umidità, come scrive Gattazzo, rivedono il sole anche le biciclette. Durante l’occupazione i tedeschi ne hanno requisite in numero così alto, da farle diventare merce preziosa, per chi ne possieda ancora una.

Il passaggio dell’esercito prosegue per tutto il pomeriggio del 28 aprile, un giorno ventoso e assolato. Nella parrocchia di Monticelli un comando di tedeschi spara contro la colonna armata alleata che proviene da Monselice e va a Padova. Di rimando, gli inglesi sparano sei colpi di cannone sulla torre campanaria, che rimane lesionata.

Verso sera dal poggiolo del Municipio, il vecchio esattore della Cassa di Risparmio, Goffredo Pogliani ed il sacerdote don Aldo Pesavento rivolgono parole di compiacimento ai patrioti ed alla folla ammassata sulla piazza, con l’invito alla concordia ed alla calma. Subito con l’aiuto di Luigi Giorio e Cesare Dilani, componenti del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, inizia ad operare il Comitato Comunale di Liberazione per i primi provvedimenti di ordine pubblico.

 

Domenica 29 Aprile 1945

Il mattino del 29 è domenica. “Fu la prima, dopo molto tempo, in cui si poterono celebrare le SS. Messe con regolarità e serenità. Ancora i fedeli che vi convenivano non erano numerosi. Rimanevano nelle case, perché ancora si verificavano degli incidenti, soprattutto nelle campagne”, commentano i parroci. Ma già dalle prime ore riprende “la caccia al tedesco”, come la definisce il Gattazzo. Ormai sono pochi i soldati nazisti che ancora si attardano per le strade di Monselice, ma si odono ancora raffiche di mitraglia. Spesso sono una burla, perché vengono sparate dai partigiani sul tronco dei platani lungo le strade.

In quel mattino si ha la prima, tangibile conferma di un ritorno alla normalità, attraverso la celere riorganizzazione del Municipio. Nella mattinata, i cittadini e i combattenti ancora armati, affollano – scrive la Basso – la piazza del Municipio. Attendono il discorso del nuovo capo della città. D’improvviso, ecco uscire su un balcone il Pogliani. Accanto a lui, il volto sorridente e fiero, Arturo Mattei. Per i monselicensi, Pogliani ha parole di conforto, di speranza. Come racconta ancora la Basso, egli invita alla pace, assicurando che la legge renderà presto giustizia di tutti i reati commessi dai fascisti.

Nel frattempo vengono disarmati e condotti in Municipio i componenti del cessato partito fascista. In alcuni casi, per evitare vendette private, sono condotti nel carcere mandamentale. Il pomeriggio trascorre tranquillo tra l’esultanza della popolazione per la raggiunta libertà.

Le stesse autorità partecipano alla cerimonia di ringraziamento al Signore, il Te Deum, che si tiene alle 18 nella chiesa del Duomo. In questo stesso giorno, un coraggioso sacerdote, don Palmiro Stefani, inizia i suoi viaggi del dolore alla volta di Bolzano. Vi si reca due volte, nel corso dei mesi successivi. Qui, attende la liberazione dei prigionieri internati nel lager, per favorire il loro rientro a casa. Reca viveri, vestiti, generi di prima necessità. Altre volte ha con sé anche messaggi di familiari, carichi d’amore e speranza.

Nella serata del 29, il Comitato, al fine di tutelare l’ordine pubblico, stabilisce la vestizione dei carabinieri residenti a Monselice. Questi, come narra la Basso, hanno abbandonato la divisa perché timorosi di doversi arruolare nella Guardia Nazionale Repubblicana o di dover partire per la Germania. Inoltre, dispone la pubblicazione del bando per la consegna delle armi. A Monselice la vita riprende a scorrere, nella sua quotidianità. I cittadini intraprendono con coraggio e perseveranza la ricostruzione paziente delle loro esistenze. Sono costantemente alla ricerca della normalità che hanno perduto da tempo. Sotto la guida di uomini politici battaglieri, ricomincia anche a riprendere regolarità la consueta vita amministrativa. “E frattanto le macchine inglesi e americane continuano a salire sempre più numerose, da Rovigo e da Este verso Tribano e verso Padova. E le nostre biciclette, impregnate di umidità e sporche di terra tornano a bearsi nel sole della libertà”.

 

Lunedì 30 aprile 1945

Il 30 aprile, a sancire questa ripresa, giunge in paese il governatore inglese J. Kitson Harris, dell’Ottava Armata. Egli incontra il Comitato di Liberazione. La sua figura, austera e vigorosa, desta simpatia e ammirazione tra i cittadini, commenta il maestro Gattazzo con la solita precisione. Sembra loro che quell’uomo incarni ogni loro aspirazione di libertà e rinascita. E’ l’autore e l’ispiratore, ai loro occhi, di alcune azioni che sanciscono, definitivamente, l’avvenuta liberazione dal nemico. Fa esporre le bandiere inglese ed americana, accanto a quella italiana, tra l’entusiasmo della cittadinanza, che lo acclama. Riceve i preposti ai vari settori dell’amministrazione comunale (la sanità e igiene pubblica, la finanza, l’industria, i pubblici servizi), perché lo ragguaglino sulla situazione attuale del Comune. Fa pubblicare i bandi per disciplinare la vita civile. Si rallegra con i nuovi politici per le azioni compiute, che hanno conseguito come risultato la cessazione di quell’odiosa e devastante occupazione. Augura loro, per il futuro imminente, che sarà difficile e non privo di sofferenza, un operato di onestà e giustizia.

 

Martedì 1° Maggio 1945

L’investitura ufficiale del Sindaco e della Giunta, da parte del Governatore inglese, avviene nel giorno della Festa dei lavoratori, il 1° maggio. La Basso descrive una Monselice vestita a festa, con le bandiere esposte ovunque e la piazza gremita di gente allegra e vociante. Major J. Kitson Harris, il governatore, emana un decreto di nomina a sindaco di Goffredo Pogliani, con vice sindaco il democristiano Antonio Masiero. Quindi stabilisce, per la Giunta, la seguente composizione: Giorio Luigi (Comunista), Scarparo Spartaco (Comunista), Sturaro Giuseppe (Comunista), Vernacchia Mario (Democristiano), Simone Leonardo (Partito d’Azione) e Mattei Arturo (Socialista).

In questo giorno, ancora la sete di giustizia dei cittadini non s’è placata. Reclamano a gran voce la condanna di quei delatori che, collaborando con i tedeschi, hanno contribuito alla deportazione di tanti prodi giovani. Uno dei nomi che circola con insistenza è quello di un certo Emilio Scarparo, colpevole di avere agito come spia a favore dei tedeschi, causando la cattura e la deportazione di molti giovani monselicensi.

Inoltre, il Gattazzo ricorda un episodio in particolare. Dal balcone dove sono attese le autorità, si affaccia una giovane donna dall’aspetto fiero, gli occhi neri e vivaci, vestita di un abito rosso sgargiante. Tutti riconoscono in lei un’eroina della lotta per la libertà. Non si conosce il suo nome, ma si sapeva che è stata la compagna coraggiosa del “Garibaldino”, un partigiano deportato in Germania (Flora Scarparo). Ad un tratto, gridando, leva un dito ad indicare tra la gente un’altra donna, un’altra “mezzana”, scrive Gattazzo, della malaugurata dominazione germanica.

L’ufficiale inglese invita con calore alla calma. Giunge quindi il momento della presentazione delle autorità. E’ un istante emozionante quello in cui, additando Pogliani, l’inglese esclama, rivolto alla moltitudine nella piazza: “Ecco il vostro Sindaco!”. Tutti applaudono, mentre Pogliani, un omino curvo per gli anni, quasi si schernisce. Segue il discorso del pretore, Luigi Secco. Questi, scrive il Gattazzo, deplora come la giustizia sia stata asservita ai nefasti desideri del regime fascista; condanna a gran voce il clima di violenza che si è venuto a creare. D’ora innanzi, asserisce con convinzione, la Legge asseconderà la sua naturale inclinazione, quella di garantire l’uguaglianza.

I cittadini, ormai al culmine dell’emozione, acclamano a quelle parole confortanti. Poi accolgono il Governatore, sceso nella piazza a rendere omaggio ai patrioti e a salutare la folla. Ogni cittadino vorrebbe stringergli la mano, qualcuno si accontenta di sfiorargli la divisa, come in un atto di devozione.

Quindi, ha inizio il corteo della Libertà. I cittadini e i combattenti, uniti nella celebrazione della Liberazione, sfilano per le vie, festanti. Rendono omaggio, con un minuto di silenzio, ai caduti del primo conflitto mondiale, di fronte al monumento a loro dedicato, poi si riavviano verso la piazza del Municipio. E’ un giorno indimenticabile. Finalmente, dopo mesi di angoscia e sofferenza, il nostro paese rinasce nel nome della libertà.