Anno 1945. La liberazione di Monselice

Cap. IX

ANNO 1945. LA LIBERAZIONE  DI  MONSELICE

 

fa parte del libro

Monselice nella seconda guerra mondiale. Storie di soldati di donne e di partigiani dalla monarchia alla repubblica, disponibile in formato PDF  [clicca qui…]

 


Nei primi mesi del 1945 i soldati tedeschi erano dislocati ovunque: nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle scuole. Ma l’attenzione dei monselicensi era concentrata sulle fortificazioni costruite a Marendole, a San Bortolo e sul Montericco. Tutti pensavano che attorno alla città si sarebbe combattuta una guerra dall’esito incerto: il fronte era ormai arrivato sull’Appennino e i caccia alleati bombardavano chiunque.

Il centro cittadino era movimentato dai lavori di scavo del rifugio nella Rocca. Giorno e notte il rumore dei compressori situati attorno alla piazza di San Paolo rassicurava i monselicensi che attendevano con trepidazione il giorno in cui avrebbero potuto rifugiarsi nel ventre del colle. Spesso accadeva che la ditta incaricata dei lavori faceva delle cariche eccessive di esplosivo per le mine che oltre a frantumare la dura trachite provocavano la rottura dei pochi vetri rimasti dopo le incursioni aeree. Molto spesso il podestà raccomandava ai tecnici di “fare uso moderato di esplosivo.”

Come da tradizione, in quei giorni, il regime festeggiò la Befana del Duce nei locali dell’ECA, consegnando un pacco dono ai giovani balilla. Durante la cerimonia il camerata Giovanni Penon rivolse ai giovani

 << patriottiche parole di circostanza esaltando le virtù della maggior parte del popolo italiano che non ha mai ammainato la bandiera e continuerà la guerra contro il secolare nemico fino all’immancabile vittoria finale >>.

Pochi giorni dopo, nella sua veste di maestro, Penon suggerì al podestà di Monselice di riunire gli alunni  “maschi e bambine” in una sola aula, per risparmiare legna e torba. Ma i documenti archivistici riportano alla luce una terza testimonianza del ‘buon maestro’. Il 18 gennaio 1945, togliendosi un sassolino dalla scarpa, scriveva indignato al podestà che a suo dire gli aveva fatto un grave torto.

<< Appartengo al Battaglione “Ettore  Muti” – precisava Penon – e in questa qualità partecipai a due rastrellamenti e a guardie notturne durante le quali misi fuori d’uso un paio di scarpe invernali. Un giorno, un po’ lontano, mentre si stava distribuendo delle scarpe al fascio, tu, amico e camerata Bruno, mi promettesti che anch’io ne avrei avute un paio.  Facendo tesoro di quella promessa, ora ti prego di farmene avere un paio, essendo quasi senza e ricordandoti che quel po’ di bene che riesco fare ai miei simili e alla Patria scaturisce dalla fede e non dalla zecca. Tu sai che puoi contare su me non come mercenario, ma come volontario, camerata, amico e affezionato fratello >>.

 

La lettera si chiudeva con un frase assai eloquente: “Non chiesi e non ricevetti mai nulla”.  Ma la protesta non portò i frutti sperati. Il podestà rispose che le scarpe venivano date soltanto a quelli che “prestavano servizio effettivo nelle brigata nera, non essendovi disponibilità da consentire la distribuzione anche ad altri”.  Non conosciamo la risposta del camerata Penon, ma possiamo intuire la sua delusione.

L’intervento podestarile “allo scopo di andare incontro alla locale classe lavoratrice” si attivò anche presso i monopoli di stato per prelevare il sale da cucina direttamente dalle saline delle valli del Po. “Bisogna arrangiarsi in qualche modo”, precisava il gerarca monselicense.

I bombardamenti avvenivano con frequenza giornaliera, tanto che il comune invitò tutti i parroci a sospendere il suono delle campane durante l’allarme aereo, per non ingenerare confusione nella popolazione. Domenica 21 gennaio 1945 le bombe colpirono la ferrovia, nel pomeriggio ne vennero sganciate alcune tra il convento dei frati e il comando tedesco. Il padre guardiano e i fedeli riuniti in chiesa, si diedero alla fuga, terrorizzati.

Altri attacchi si verificano nei giorni successivi. Il 30 fu presa di mira la strada in direzione di San Pietro Viminario e una bomba cadde a 200 metri dal cimitero di Monselice colpendo una macchina proveniente da Mestre. Altre bombe ferirono Giovanni Bellico, uscito dal rifugio per tornare dalla famiglia.

Gli stessi comandanti tedeschi apparivano sfiduciati e prostrati. Erano molto scossi nel morale per le notizie disastrose che giungevano dai fronti occidentale e orien­tale, oramai  l’esercito tedesco minacciava di cedere agli attacchi anglo-americani e russi.

 

Le trincee paraschegge lungo le strade di Monselice

La guerra faceva sentire la sua inquietante presenza ovunque. Un comunicato del 1° gennaio 1945 proveniente dal comando militare germanico di Padova invitava il podestà a segnalare in modo più vistoso le trincee (buche) paraschegge, costruite lungo le strade per proteggere coloro che transitavano dai continui attacchi aerei. Il segnale convenuto era costituito da ciuffi di paglia attaccato ad un’asta che, data la scarsità del legname, non doveva essere di legno. Il 16 gennaio 1945 il comando germanico di Padova ritornò sull’argomento lamentando che le trincee paraschegge presentavano molti difetti e dovevano essere ricostruite. Ecco il testo.

<< Spesso [le trincee] sono scavate in terreno acquitrinoso e perciò, riempiendosi d’acqua diventano inutilizzabili. Per evitare tale inconveniente dovranno essere scavate negli argini, dove esistono. Negli altri luoghi sarà bene non scavare per tutta la profondità fissata (minimo cm 80), ma per ottenere tale profondità, accumulare del terreno attorno agli argini delle buche. Le trincee stesse devono essere scavate a forma triangolare o provviste si un camminamento, assicurando così una maggiore protezione. Non occorre collocare le trincee esattamente alla stessa distanza l’una dall’altra. Occorrerà invece regolarsi secondo la configurazione del terreno  >>.

Il 26 gennaio 1945 il podestà scrisse ai parroci “di informare dall’altare tutti i proprietari dei terreni confinanti con le strade statali che dovevano garantire la perfetta manutenzione delle buche di riparo”. Appositi incaricati facevano periodiche ispezioni denunciando all’autorità competente i trasgressori, che rischiavano di essere giudicati  secondo le severe disposizioni della legge di guerra tedesca.

Il 12 marzo il podestà chiese al capo delle guardie di obbligare tutte le famiglie che abitavano lungo la strada per Ca’ Oddo di tenere aperti, durante le ore del giorno, gli accessi ai cortili, per consentire ai veicoli germanici in transito di ricoverarsi in caso di incursioni aeree nemiche.

Precise anche le disposizioni che il comitato provinciale di protezione antiaerea emanò precise istruzioni per avvisare i cittadini dell’imminente pericolo: l’avviso d’allarme veniva dato con 10 suoni della durata di tre secondi; il segnale di limitato pericolo era contraddistinto da tre suoni della durata di 10 secondi, mentre quello del cessato allarme consisteva in un suono continuo della durata di 60 secondi.

 

La resistenza cattolica a Monselice

Il centro della resistenza ‘cattolica’ si era formato attorno al patronato San Sabino, grazie alla sensibilità del coordinatore delle iniziative giovanili del Duomo don Aldo Pesavento. Nuove testimonianze e il ritrovamento di alcuni interessanti documenti fanno emergere il dinamismo e il coraggio di un gruppo di persone che operarono attivamente contro i tedeschi. Una nota inviata al sindaco di Monselice Mario Balbo nel 1975 da Aldo Pesavento rivela l’attività informativa svolta del gruppo a favore dei ricercati dalle brigate nere. Don Aldo, come sacerdote, poteva uscire nonostante il coprifuoco per prestare assistenza ai moribondi, ne approfittava invece per avvisare i giovani ricercati degli imminenti rastrellamenti, vanificando gli ordini di cattura emessi dalla guardia repubblichina.

<< Nonostante le frequenti incursioni – precisa Don Aldo –  il patronato di Monselice palpitava di grandi attività. I giovani sempre più disponibili attingevano dal sacerdote quella preparazione spirituale che li rendeva capaci di quotidiani eroismi. Non coltivavano sentimenti di odio ma comprendendo l’imminente catastrofe si preparavano al domani con progetti talora audaci e insieme infantili. Incombeva su tutti la paura dei rastrellamenti. Quando appariva il pericolo, l’ing. Borotto Agostino di Este mi avvertiva immediatamente e la notizia giungeva a quanti versavano in maggior pericolo. Agostino morì poi schiacciato sotto le ruote di una camionetta.

Collaboravano con don Pesavento anche Loris Zangrossi figura attiva e intelligente e le bravissime ragazze del gruppo studentesco che andavano all’ospedale e prestavano generosamente la loro opera di soccorso a tutti i feriti indistintamente >>.

L’attività del patronato fu subito scoperta dai fascisti. Il presidente dell’azione cattolica Remigio venne catturato in piazza dalle brigate nere il 28 aprile 1944. “Son persuaso che, non potendo prendere il prete, abbiano preso il presidente dell’associazione giovanile” commentò amaramente don Aldo. Una lettera del 5 giugno 1944 rinvenuta nell’archivio cittadino chiarisce il motivo dell’arresto. Il podestà di Monselice denunciava al commissario federale di Padova il maestro Remigio con queste parole:

<< Nulla da dire sulla sua moralità. Sul suo contegno politico sono in grado di fornirvi le seguenti informazioni: prima del 25 luglio 1943 egli, in seno alla GIL, aveva un incarico che disimpegnava con entusiasmo; dopo quella data si è dichiarato nemico acerrimo del Fascismo e dopo l’8 settembre ha continuato a fomentare i giovani (specie quelli del Patronato San Sabino) contro la Repubblica Sociale a favore della monarchia e di Badoglio. Dalle autorità politiche locali è stato invitato a smetterla. Ciò nonostante il Temporin ha sempre ostinatamente e alquanto apertamente fatto propaganda a favore del Savoia e del Badoglio sembra anche presso i suoi alunni. Queste ragioni hanno […] determinato la sua deportazione in Germania >>.

Alle accuse seguirono i fatti e il maestro fu effettivamente mandato ai lavori forzati in Germania. Remigio, però, si ammalò quasi subito e ritornò a Monselice consunto dalle fatiche e dagli stenti, morì il 23 gennaio 1945.

L’attività del patronato, nonostante l’arresto del suo presidente, non si interruppe, cosicché le attenzioni delle camicie nere si concentrarono su don Pesavento.

<< Ero ricercato – continua don Aldo – due volte vennero in Patronato di notte con la rivoltella in mano; la terza ai primi di febbraio 1945 vennero a prelevarmi nella chiesa di San Paolo. In quella circostanza mons. Gnata, timido per temperamento, si oppose coraggiosamente.  Non permetterò mai – disse – che un mio sacerdote sia portato via. Mi trasferirono ugualmente all’ufficio politico di Padova dove a salvarmi fu padre Biondi. Egli, vedendomi, mi investì con le parole: “Si vergogni. Faccia il prete…” Poi, rimasti soli mi disse: “Vede questa morte (lo stemma che portava al petto). Per questo simbolo molti forse mi odiano, ma io faccio solo del bene >>.

 

Le vicende del sacerdote monselicense erano le stesse di molti preti che con coraggio si opponevano al regime fascista. Il vescovo monsignor Agostini seguiva trafelato le vicende giudiziarie dei suoi sacerdoti arrestati o minacciati, alcuni dei quali proprio in quei giorni stavano per essere trasferiti in Germania.

Don Pesavento fu sottoposto ad un lungo interrogatorio. Alla fine, grazie all’interessamento del vescovo e all’intervento di un vice federale di Monselice (Primo Cattani avvicinato da alcune persone benemerite di Monselice) fu liberato con la raccomandazione:

 << di attendere esclusivamente al ministero sacerdotale e di non interessarsi dei giovani che si erano dati alla macchia >>.

Pochi giorni dopo il vescovo lo invitò a presentarsi in vescovado e gli raccomandò vivamente di lasciar perdere i partigiani, se non voleva essere deportato in Germania. Don Pesavento gli fece presente “che sono i giovani iscritti alle associazioni cattoliche a chiedermi di agire in quel modo e ora non posso abbandonarli”. Il vescovo allora pretese che firmasse una dichiarazione con la quale si assumeva ogni responsabilità  per quanto gli potesse capitare. Firmato il documento il sacerdote ritornò a Monselice continuando “ d’accordo con i confratelli a lavorare per l’organizzazione delle forze cristiane della resistenza clandestina in collaborazione con il Comitato di Liberazione Nazionale di Monselice”. (da P. GIOS, Un vescovo tra nazifascisti e partigiani, 1986). Ritroveremo don Aldo nei giorni della liberazione sul poggiolo del Municipio assieme agli uomini del CLN di Monselice.

 

7 febbraio 1945: strage al cinema Roma  

Dopo alcuni giorni di quiete, ripresero le incursioni del famigerato ‘Pippo’, il caccia da ricognizione americano che gettava bombe ovunque ci fosse del movimento.  Il 7 febbraio il caccia alleato colpì il cinema Roma, dove si stavano recando, verso l’imbrunire, numerosi giovani e molti militari tedeschi per assistere al film Non ti pago di Edoardo De Filippo, o secondo Giacomo Mainardi Il barone di Münchhausen. L’aereo con tutta probabilità vide i militari che aspettavano il loro turno e sganciò numerose bombe che colpirono il cinema, la piazza antistante e l’albergo Stella d’Italia. Il risultato fu tremendo: oltre cento cadaveri giacevano tra il cinema e la piazza e perfino i muri erano sporchi di sangue. Oltre ai soldati tedeschi trovarono la morte diciassette civili. Tra i primi a giungere sul posto, tra una densa nube di polvere, furono  i sacerdoti  per dare assistenza ai feriti e conforto ai morenti. Anche Nico Bordin fu colpito dalle bombe, don Pesavento ci svela delle sue ultime ore di vita:

<< Nico volle vedermi e con un filo di voce disse: – Non ho bisogno di assoluzione, don Aldo, mi basta una benedizione – La sua morte fu uno degli episodi più commoventi della mia vita sacerdotale. Allargando le braccia e sollevandosi sul letto, lo sguardo fisso sul crocifisso posto alla parete di fronte, esclamò:  – Fa presto, Signore, perché sono impaziente! – >>

 

Rimasero lesionati anche altri edifici: la banca popolare, le cantine Di Simone, la casa di Dal Din, la pescheria comunale, l’albergo Stella d’Italia, i locali della mensa collettiva di guerra e la chiesa di San Paolo. Macerie e detriti coprivano via Dante, via Zanellato, via  Argine Destro,  Riviera Belzoni e via Petrarca. Da una nota della ditta Finesso apprendiamo che furono necessarie, oltre a quelle reperite a Monselice, ben 57 casse da morto per accogliere i corpi dei militari germanici appartenenti al battaglione SS.FF. N. 44848/A, rimasti vittime dell’incursione aerea.

 

Le nuove bombe: gli spezzoni incendiari e la tragedia della famiglia Gialain

Nel mese di febbraio i caccia alleati utilizzarono nuove bombe chiamate ‘spezzoni incendiari’. Quando cadevano sprigionavano liquidi incandescenti che scatenavano vasti incendi, sui quali era quasi impossibile avere la meglio. Il podestà, informato del pericolo avvertì la popolazione

<< che il nemico sgancia una piccola bomba del peso da 2-3 kg, pericolosissima perché appena toccata scoppia con un raggio d’azione che può arrivare anche a 100 e più metri. Non penetra nel terreno, ma si adagia sulla superficie. E’ di colore verde oliva con dicitura in giallo. Si fa viva raccomandazione affinché le singole famiglie istruiscano i ragazzi sul pericolo che deriva dal toccarle >>.

 

Il 13 febbraio le prime bombe a ‘spezzoni’ colpirono le abitazioni vicine alla chiesa di San Martino causando un grande incendio dove trovarono la morte Giuseppina Garofolo  e la figlia Alberta Gialain di appena 13 mesi. Le cronache riferirono che la madre morì nel tentativo di salvare la piccina avvolta dalle fiamme. La tragedia commosse tutto il paese. Le bombe danneggiarono complessivamente 53 abitazioni e i senza tetto furono subito aiutati dalla popolazione.

Il 21 febbraio, alle 16.15, caddero sul territorio di Monselice una quarantina di bombe, sparse tra il macello, gli argini del canale Bisatto e la strada di fronte alla casa del fascio. Molti ordigni rimasero inesplosi, ma la loro furia devastatrice era solo rimandata di qualche ora. Le bombe erano dotate di meccanismi ad orologeria che le facevano esplodere poco dopo provocando altri  morti. Tra questi il falegname Domenico Zaggia e il sig. Corsale, arrivati sul posto per misurare le bombe inesplose. Molti furono i feriti, tra i quali Luciano Milani, titolare dell’industria Cementi e Marmi. I bombardamenti proseguirono nei giorni successivi concentrandosi sulla piazza della fiera e sulla stazione ferroviaria.

Gli animi erano molto agitati per le continue incursioni aeree tanto che il 26 febbraio 1945 il podestà nominava Ferruccio Toschetti responsabile di una squadra di pronto impiego incaricata di vigilare soprattutto la stazione ferroviaria durante i ripetuti attacchi aerei nemici. Ecco il testo dell’ordine:

<< Dopo avvenuta incursione sarete avvertito e dovete quindi provvedere immediatamente al raduno della vostra squadra assicurandovi che ognuno sia munito di attrezzi (piccone o badile). Alla testa della vostra squadra – composta, tra gli altri,  da Sturaro Antonio e Smico Domenico – vi porterete immediatamente sulla piazzetta del Municipio dove troverete l’incaricato che vi condurrà sul posto del lavoro. Vi avverto inoltre che, qualora dei componenti della squadra si sottraessero dal servizio demandato, verranno segnalati all’Ufficio Prov.  Commissariato del Lavoro  per i provvedimenti del caso >>.

 I rimproveri del podestà non risparmiarono neppure i commerciati di Monselice:

<< Ho constatato che molti negozianti sogliono chiudere il proprio esercizio durante gli allarmi aerei, con grave disagio per la popolazione che spesso arrischia la vita lungo le strade per venire nel centro a fare le proprie provviste. In esecuzione alle superiori disposizioni si avverte che tutti i negozi di qualsiasi genere non debbono chiudere durante l’allarme di limitato pericolo (chiamato allarme di mitragliamento). Si potrà solo chiudere durante l’allarme di bombardamento, ma in questo caso il tempo di chiusura dovrà essere recuperato alla sera fino al limite delle ore 19 >>.

 

La paura per i bombardamenti era tanta e ogni possibile obiettivo occultato. Proprio in quei giorni l’ufficio delle imposte, in piazza Ossicella, segnalò al podestà che da alcuni giorni “stazionavano li vicino e precisamente nel cortile scoperto di proprietà di Ottavio Baveo, dai due ai tre autocarri con relativi rimorchi, né camuffati, né in modo qualsiasi coperti per evitare di essere avvistati al passaggio degli aerei”.  In poche ore i camion furono spostati.

Ma il vero problema era un’ altro. Il traffico militare, per evitare gli attacchi aerei, attraversava il centro di Monselice. Le abitazioni disturbavano i piloti degli aerei e offrivano qualche riparo ai soldati in caso d’attacco. Ma il tragitto interno attirava l’attenzione dei caccia i quali pur di colpire i mezzi militari tedeschi sganciavano bombe all’interno del centro abitato. Per evitare i consueti disastri il podestà propose di deviare il traffico miliare lungo le vie Fratelli Fontana, Carrubio e Araldo e Monte presentando pure un progetto per allargarle, per una spesa di 225.000 £. ma la proposta non fu finanziata.

 

I difficili rapporti con i militari tedeschi

La convivenza dei tedeschi con la popolazione monselicense fu sempre critica. Requisizioni, intimazioni e soprusi erano quotidiani. D’altronde gli ordini impartiti dal podestà a tutti gli uffici comunali erano precisi:

 << Le richieste del locale comando germanico debbono essere sempre espletate con la massima sollecitudine, larghezza e precisione. Qualora dette richieste fossero incompatibili con le possibilità del comune, prima di dare risposta negativa, dovrà essermene dato avviso personalmente >>. (Le parole “precisione” e “personalmente” erano sottolineate nel testo originale).

A volte però le prepotenze dei tedeschi erano talmente gravi da spingere il podestà a lamentarsi.

<< Il 27 febbraio nella casa di Greggio Guido in Marendole due militari appartenenti all’Uberwachungsstab Abschnitt 3 di Vanzo, in seguito ad obiezioni verbali mosse da un vecchio di 70 anni circa la requisizione di ramaglie sul fondo già gravemente danneggiato dai precedenti lavori di fortificazione, sarebbero trascesi a vie di fatto, atterrando due volte il vecchio. Dopo ciò il più elevato in grado avrebbe ordinato all’inferiore di procedere alla fucilazione, impedita dalla figlia accorsa a coprire il padre. Si segnala quanto sopra perché, a parere del sottoscritto, fatti di tal genere possono produrre una pericolosa tensione fra popolazione e forze germaniche >>.

Il 22 marzo la situazione si ripeté e coraggiosamente il podestà Barbieri prese ancora una volta carta e penna denunciando alla prefettura che l’Ortskommandantur di Monselice non avendo ricevuto dal comune 25 biciclette da utilizzare per i servizi di vigilanza, stava procedendo alla requisizione dei velocipedi che passavano per il centro cittadino, provocando le proteste della popolazione.

 

La tragica fine degli 8 partigiani dell’Aquila nei lager tedeschi

Uno dopo l’altro gli otto ragazzi di Monselice morirono consumati dalla fame e dalle fatiche. Barzan Luciano si spense a Gusen il 29 marzo 1945; Bernardini Alfredo morì a Mauthausen il 13 marzo 1945; Dalla Vigna Enrico fu ucciso a Gusen il 3 febbraio 1945; Gagliardo Tranquillo morì a Mauthausen l’11 aprile 1945; Girotto Luciano morì a Melck il 21 febbraio 1945; Greggio Dino scomparve il 18 aprile 1945 a Ebensee; Rocca Settimio morì a Gusen il 3 febbraio 1945; Sartori Idelmino morì a Mauthausen il 20 aprile 1945.

 

Il bombardamento di palazzo Steiner

Nella notte del 5 marzo un ordigno colpì lo storico palazzo Steiner (in piazza Mazzini), nel quale erano conservati numerosi incartamenti dell’anagrafe, del catasto e l’ufficio distrettuale delle imposte dirette. Il Gazzettino riporta la notizia titolando “Dove passano i liberatori”:

<< Il cuore di Monselice colpito dagli aerei nemici. Ecco [si riferisce ad una foto inserita nell’articolo ] quello che rimane del bellissimo edificio Steiner che accoglieva importanti edifici della città. Monselice ‘la bella’ mutilata e ferita in più parti, nonostante tutto continua a vivere come prima, resiste e resisterà imperterrita a tutte le bufere della guerra, perché i suoi abitanti sanno che solo con la resistenza e con la lotta, avranno ancora la possibilità di vita >>.

 

Le bombe danneggiarono anche la chiesa e la canonica di San Paolo, ma non fece nessuna vittima. Altri bombardamenti si segnalarono nei giorni successivi nel quartiere San Martino.

Per fuggire agli aerei alleati, i mezzi militari tedeschi passavano sull’argine del canale Bisatto. La deviazione fu notata dagli alleati che nel tentativo di colpire i camion tedeschi centrarono il 9 marzo 1945 la casa di Giovanni Mingardo in via Ca’ Rossa uccidendolo assieme alla figlia Silvia e alle due nipoti Mariuccia e Carlina.

Il 18 marzo venne bersagliata nuovamente la zona della ferrovia con 27 bombe sganciate alle 9.15, alcune delle quali centrarono anche la sede del Dopolavoro, il caffè Volpe, la barberia attigua e il ristorante.

Nei giorni seguenti si ripeterono le incursioni sulla stazione. Il 23 una bomba a spezzoni dirompenti centrava il panificio Scarparo e la casa di Fioretto alle Candie, verso Ca’ Oddo. Il giorno 24 venne distrutto il ponte delle Grole, fortunatamente senza che nessuno ci rimettesse la vita. Nella notte del 25 vennero colpite alcune abitazioni nei pressi della SAIACE, in via Squero. Tra gli ordigni lanciati c’erano delle bombe a scoppio ritardato e molte bombe a farfalla, che provocarono la morte di due persone.

bombardamento di palazzo Steiner a Monselice

Nuove fortificazioni a Monselice

Il 26 marzo il comando germanico ordinò l’escavazione di una fossa anticarro che avrebbe dovuto cingere tutto il paese. Il progetto prevedeva pure la costruzione, in alcuni punti strategici, di spessi muri difensivi rinforzati da longarine ferroviarie. Ormai era chiaro a tutti, però, che queste erano azioni disperate. La situazione per le forze belliche tedesche andava peggiorando giorno dopo giorno. Anche se durante l’inverno ebbe successo la lotta alla resistenza, i nazi-fascisti più attenti alle vicende internazionali del conflitto prendevano sempre più coscienza che il tempo lavora contro di loro e a favore dei patrioti.

In primavera, infatti, giunse l’epilogo del tragico conflitto. La Germania stretta da oriente e da occidente, stava per capitolare. Nel frattempo a Monselice anche il 1° aprile, giorno di Pasqua, si verificò l’ennesimo bombardamento che costò la vita a Pietro Bevilaqua e Luigi Zunestri. Gli ordigni scavarono enormi voragini sui campi e piegavano i ponti ferroviari fino a sfiorare l’acqua del Bisatto.

 

La vita dentro il rifugio della Rocca

I continui bombardamenti sulla ferrovia spinsero il podestà a chiedere al presidente dell’opera nazionale balilla

<< di provvedere allo sfollamento da Monselice dell’educatorio Cini, i cui ricoverati, in seguito ai continui bombardamenti notturni, sono costretti a pernottare nel rifugio pubblico costruito sotto la Rocca. Tale provvisoria sistemazione, se da una parte offre una buona sicurezza della vita dei bambini, nuoce alla loro salute e li costringe a vivere a contatto con gente di tutte le risme >>.

Gli rispose, a nome del presidente, Giovanni Penon assicurando di avere disposto l’evacuazione dei bambini del solario Cini nelle scuole della frazione della Stortola, “togliendoli dai pericoli dei bombardamenti e dal rifugio comunale dove pernottavano sulle sedie a sdraio in … quell’ambiente immorale e malsano”. Sicuramente il camerata Penon sapeva che di notte, al buio, dentro al rifugio della Rocca accadeva di tutto. Il 23 febbraio il podestà rimproverò aspramente il comandante della 3^ compagnia delle brigate nere:

 << richiamandovi all’invito rivoltovi di inviare dei militi di codesta compagnia per il servizio d’ordine nel ricovero antiaereo durante gli allarmi, vi debbo far presente come tale servizio non venga affatto disimpegnato come dovrebbe. Durante l’allarme di ieri sera alcuni militi, anzichè compiere il loro dovere e far rispettare le disposizioni regolamentari, davano essi cattivo esempio fumando in rifugio e, ad un richiamo fatto dalle guardie civili di servizio, il milite Canola rispondeva in modo altezzoso >>.

Qualche giorno dopo Barbieri rimproverò anche il medico comunale Domenico Morabito avendo saputo

 << che nel locale del rifugio adibito a posto di pronto soccorso prendono alloggio, durante la notte, persone estranee al servizio sanitario. Vi prego di provvedere affinché tale irregolarità abbia a cessare subito, onde evitare spiacevoli commenti ed eventuali intralci allo svolgimento del vostro delicato servizio >>.

Nonostante i richiami le cose non cambiarono. Puntuale arrivò il secondo ammonimento alle brigate nere.

<< Richiamo –  precisa Barbieri – l’attenzione di codesto Comando sul contegno poco corretto tenuto durante le ore di permanenza nel rifugio antiaereo da alcuni Legionari. Molti di questi, che dovrebbero essere di esempio alla popolazione li ricoverata, dimostrano invece una indisciplina veramente deplorevole e, alle giuste osservazioni mosse loro dai custodi del rifugio rispondono con altezzosità e talvolta con minacce; altri, avvalendosi della divisa che vestono, vorrebbero dare ordini arbitrari che molto spesso sono in contrasto con quelli da me impartiti. Ciò provoca un giusto risentimento da parte del personale di guardia da me nominato. Prego codesto Comando di fare presente ai Legionari frequentanti il rifugio, che è necessario dare esempio di correttezza di disciplina e di moralità comportandosi come fossero dei civili senza abusare della divisa che portano poiché l’ordine interno è stato da me affidato ad apposito personale del Comune. Voglio sperare che l’intervento di codesto Comando vorrà far cessare uno stato di cose che se dovesse continuare dovrei segnalare al Capo della Provincia >>.

 

Rifugio dei monselicensi durante la seconda guerra mondiale sotto la Rocca

 

Da una nota del 7 aprile 1945 apprendiamo che il rifugio non era stato ancora ultimato, ma con il passare dei giorni il numero dei monselicensi che lo utilizzavano aumentò fino a far degenerare  la situazione logistica. Alcune persone non uscivano neppure di giorno tanto che il comune fu costretto ad emanare precise disposizioni affinché “ogni mattina si provveda con mezzi chimici alla disinfezione del rifugio, perciò si invitano i frequentatori al lasciarlo libero nelle prime ore del mattino. Coperte, sedie, indumenti, ecc. che si usano durante le ore notturne, al mattino devono essere esposte lungamente al sole. Si raccomanda vivamente la massima pulizia del rifugio e soprattutto non fumare e sputare”.  

Il 25 aprile il podestà Barbieri emanò un’altra ordinanza con la quale ordinò “di utilizzare maggiormente tutta la superficie disponibile vietando di portare entro al rifugio lettericci, materassi, pagliericci, cuscini, brande, tavole, sedie, poltrone o comunque occupare uno spazio superiore ai cm 40 per ogni persona, dovendo tutta l’area rimanere a libera disposizione della popolazione che voglia ricoverarsi”.

Non tutti però avevano paura dei bombardamenti. Il 10 aprile 1945 il capo della Provincia Menna scriveva che nonostante le misure di polizia adottate continuavano ad essere compiuti, da parte di cosiddetti ‘sciacalli’, furti nelle case rimaste incustodite in zone colpite da bombardamenti aerei nemici “al fine di porre fine a tali azioni delittuose autorizzo le autorità di polizia a passare per le armi sul posto coloro che vengono trovati a saccheggiare o depredare nelle zone colpite da bombardamenti aerei”.

 

La situazione precipita: si avvicina l’insurrezione generale

In aprile l’attività bellica degli anglo-americani si intensificò ovunque. Oltre alle bombe, venivano lanciati dagli alleati cartine geografiche e volantini di propaganda in tedesco con i quali si invitavano i nazisti a “riconoscere, nell’avanzata degli alleati, il loro rovinoso destino”. La guerra si combatteva anche sul piano psicologico.

Il 20 aprile la situazione logistica stava precipitando. Il podestà fece presente alla prefettura “che, ove non dovesse essere fatta un’ulteriore assegnazione di legname per la costruzione di casse mortuarie, il comune sarà costretto a dar sepoltura ai cadaveri senza cassa, non sapendo più come fare ed avendo già utilizzato quanto aveva a disposizione”. La linea la linea ferroviaria fra Monselice e Sant’Elena era interrotta a causa dei bombardamenti aerei sui ponti del Gorzon e dell’Adige. Puntuali arrivarono una decina di caccia che effettuavano, per la prima volta, un bombardamento su Pernumia.

Il 21 aprile la strada Rovigana era deserta. Ogni tanto si udivano violente esplosioni causate dalle bombe sganciate dagli aerei alleati sui ponti dell’Adige. Bologna era stata abbandonata dai tedeschi ed occupata dalle truppe anglo-americane. Le porte della Valle Padana erano aperte. Il 23 e il 24 aprile furono giornate terribili interminabili mentre era ripresa con violenza l’attività dell’aviazione alleata che bombardò varie località causando morti e feriti.

Bombardamento di Berlino

La ritirata dei tedeschi nella Bassa Padovana

Il 24 aprile i comandati tedeschi a Monselice fuggirono verso Padova. Ma già da alcuni giorni le principali strade erano invase da interminabili colonne germaniche, che con carretti, muli, cavalli, biciclette tentavano di sganciarsi dal nemico e sottrarsi alle continue incursioni degli aerei alleati.

Il 25 aprile tutta l’Italia settentrionale era in armi contro i tedeschi. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) emanava l’ordine di insurrezione generale, mentre anche il Duce lasciava Milano. Dopo la conquista di Ferrara e il superamento del Po da parte della quinta e dell’ottava armata alleate, per le forze dell’Asse non rimase che la fuga. La ferocia dei tedeschi si concentrò nella disperata ricerca delle biciclette per fuggire più velocemente: chi non la consegnava immediatamente veniva passato per le armi.

A Boara Pisani dopo un’intensissima attività aerea, i tedeschi, affamati ed avviliti, avevano cominciato a fuggire per sottrarsi alle granate di piccolo calibro lanciate dalle autoblinde anglo-americane che erano alle loro calcagna e che già stavano sottoponendo Merlara ad un martel­lante cannoneggiamento.

Nella notte del 26 aprile i tedeschi abbandonavano l’ospedale militare allestito presso il collegio Poloni, seguiti dalle autorità locali, dal podestà e dalla guardia nazionale repubblichina.

L’ordine di insurrezione generale impartito dai partigiani veneti il 27 aprile  coincise con i momenti più drammatici della ritirata tedesca: chiunque tentasse di ostacolare la loro fuga veniva passato per le armi. Nei numerosi scontri a fuoco tra i partigiani e i tedeschi morì il giovane Ottorino Borile, di appena 19 anni. Intanto, con un rapido passaparola, giunse la notizia che gli anglo-americani avevano già occupato Rovigo e piazzato i loro cannoni sugli argini dell’Adige a Boara Pisani. Tutto era silenzio, la città della Rocca appariva deserta, il CLN stava per uscire allo scoperto. Le notizie confortanti in merito alla possibilità di poter sopraffare le milizie territoriali nazi-fasciste stimolavano i partigiani ad insorgere.

Nel pomeriggio del 27 aprile in tutta la Bassa, ripresero i voli radenti dei caccia. Il rombo dei cannoni, tra Masi e Badia Polesine, indicava approssimativamente il campo di battaglia dei due eserciti. Verso le 17 gli alleati bombardarono con delle granate l’altra sponda dell’Adige accelerando la fuga dei tedeschi. In poche ore gli inglesi giunsero sulla riva destra dell’Adige.

 

L’Adige da attraversare 1945

Sulle rive dell’Adige i tedeschi fuggivano come potevano, il ponte era già stato distrutto dagli alleati. Gli abitanti raccontano che i soldati tedeschi andavano casa per casa alla ricerca di mastelli e tini da utilizzare come barche per attraversare il fiume. Molti finirono annegati

30 aprile 1945 gli alleati a Boara Pisani superano l’Adige su un ponte Bailey

 

La notte tra il 27 e il 28 aprile, nella fase più terrificante dello spostamento del fronte, gli abitanti di Montagnana e di Este si rifugiarono nelle cantine o in aperta campagna. Molta gente viveva lunghe ore d’angoscia, mentre i proiettili dell’artiglieria inglese, sorvolando le città, bersa­gliavano la linea dei colli ed esasperavano le lunghe file di soldati tedeschi in ritirata. I partigiani contendevano le vie e le piazze alle forze germaniche che, minacciose e guardinghe, presidiavano ormai solo i punti strategici.

 

Il maresciallo della gnr si pente e aiuta la Resistenza

In questa caotica situazione il maresciallo della gnr Raffaele Cursio, come del resto anche altri, cambiò divisa per cercare di salvare la pelle. Il maresciallo era in ogni luogo, diceva a tutti che era amico dei partigiani e combatteva con loro i tedeschi in ritirata. Presentiamo, con le dovute cautele, uno stralcio delle sue memorie sulla ‘liberazione’ di Monselice.

Venne l’aprile del ‘45 e lo scrivente, nonostante gli ordini ricevuti, seguì l’impulso della coscienza. L’ultima resistenza tedesca stava per essere infranta e per la situazione contingente non bisognava abbandonare il proprio posto e cercare con ogni mezzo d’impedire che la posizione della popolazione civile venisse a trovarsi in condizioni disperate. Alla metà dello stesso mese fui avvicinato da certo Stella Alessandro, e facemmo l’accordo sul da farsi.

Il giorno dell’insurrezione di Monselice […] non trovò la zona impreparata. Già un comitato di salute pubblica era stato eletto e lo scrivente aveva fornito: 2 mitragliatrici Breda; 6 fucili mitragliatori; 200 fucili e moschetti (una sessantina recuperati di notte al comando della locale Brigata Nera che era fuggito);  4 mitra;  12 stern inglesi; 2 casse di bombe a mano;  3 casse di munizioni ; più di 20 pistole di vario calibro ed altro materiale bellico.

Non sta a me di farmi l’apologia di quello che io feci in quelle giornate; tutti quelli che combatterono mi hanno visto in ogni luogo. Il citato Stella può essere interpellato in merito. Solo tengo a far presente che fui il solo fra quelli che più o meno potevano avere delle responsabilità, che rimasi al mio posto, conscio che la mia coscienza nulla aveva a rimproverarmi.

Tutto ciò che esisteva [nella villa del conte Cini occupata dai tedeschi] sul Montericco, fu caricato su 14 carri trainati da pariglie di buoi e su sei carri trainati da cavalli. [Oltre alle masserizie fu recuperato nella villa] un autocarro con rimorchio, una 1100 a furgoncino, un’altra autovettura che poi fu colpita nei pressi dell’Ospedale civile. Questo [materiale] lo inviai alla sede del CLN che si era allora costituito. Non parlo poi del materiale esistente nella compagnia e nella caserma della GNR. Il solo magazzino conteneva più di 200 coperte nuove, vario equipaggiamento e una moto inglese. Tutto il materiale rinvenuto nella caserma della GNR fu messo a disposizione, come era avvenuto per le armi, del CLN.

 Ignoro quale fine abbia fatto tutto il suddetto materiale. La mattina del 29 aprile fui invitato al locale municipio dove venni trattenuto ed inviato alle carceri per eventuale giudizio come del resto era nei precedenti accordi.

 

 

Alleati a Padova 1945

Sabato 28 aprile 1945

Il 28 aprile arrivò la liberazione anche per Monselice, gli americani si avvicinavano. La strada Rovigana era paurosamente deserta, passava solo qualche tedesco che si ritirava in fretta con la speranza di salvare la pelle. Nei campi nessuno più lavorava: voci incontrollate diffondevano la notizia che “gli americani erano a Stanghella, poi al Cason di Solesino….”. L’annuncio era molto verosimile, perché già si sentiva il  rumore metallico dei carri armati pesanti, che avanzano da Stanghella. Tutti gli occhi erano rivolti a sud, in tutte le case si appendevano bandiere bianche, da spiegare al vento appena fossero comparsi gli alleati. Ma tutto si faceva in segreto e con trepidazione di cuore.

Nel frattempo i componenti del comitato di liberazione nazionale di Monselice composto da Pogliani Goffredo (Comunista), Masiero Antonio (Demo-cristiano) Simone Leonardo (Partito d’Azione) e Mattei Arturo (Socialista), alle 10 del mattino, prendevano possesso della residenza municipale; all’interno si trovavano solamente il segretario Dal Bosco Francesco e il vice segretario Valerio Antonio: tutti erano fuggiti.

Verso le ore 15 un carro armato inglese avanzò dalla strada di Rovigo fino al bivio dell’ospedale, accolto dalla popolazione plaudente. Saputo che Monselice era occupata dai patrioti si allontanò ritornando verso il grosso delle forze. Circa venti minuti più tardi altri carri armati inglesi passarono come in trionfo sulla grande arteria stradale, “salutati come liberatori dopo tanto martirio e tanta passione sofferta”.  Verso le 18, dalla strada di Este, arrivò una potente colonna corazzata, che per la circonvallazione procedette verso Padova.

 

Si organizza la resistenza armata

I cittadini di Monselice organizzarono subito la resistenza contro i soldati tedeschi che, terrorizzati, transitavano sul territorio comunale nel tentativo di raggiungere la Germania. A mezzogiorno, il primo gruppo di patrioti formò delle barricate in via San Filippo e in piazzale della Vittoria per fermare e disarmare i tedeschi. Alcuni si arresero, altri si aprivano la strada con le armi:  ovunque morti e feriti.

Nei vari combattimenti morirono Guglielmo Cesare, Bassan Gaetano, Cerchiaro Armando e tre tedeschi. Rimasero feriti Bozza Bruno, Belluco Ferruccio, Telandro Giuseppe e otto tedeschi. La delibera comunale che ricorda quei momenti cita pure i nomi di alcuni passanti periti accidentalmente per colpi d’arma da fuoco Varotto Ottaviano, Masiero Mario, Sguotti Angelo, Bernardini Carlo e Bernardini Angelo.

Le armi sottratte ai tedeschi vennero portate sul piazzale del municipio e subito distribuite a quanti volevano combattere. I partigiani iniziarono ad arrestare coloro che durante la dittatura avevano compiuto soprusi e violenze. In breve tempo le carceri mandamentali contarono ben 173 prigionieri, alcuni dei quali erano stati influenti esponenti del partito fascista, molti chiedevano addirittura di essere incarcerati per salvarsi dal linciaggio. Nelle file dei patrioti militavano anche alcuni personaggi che durante l’occupazione avevano “servito gli invasori, ora invece apparivano rapidamente convertiti e, armi alla mano, si dimostravano molto agguerriti nel contrastare i tedeschi”. L’ex podestà Barbieri venne catturato ad Abano Terme, era seduto sul ciglio della strada, gli puntano una pistola alla tempia, ma non reagì. Venne portato alle carceri di Monselice per essere interrogato.

Nel frattempo i contingenti delle armate anglo-americane continuavano a transitare per Monselice dirette a Padova. “La folla li accolse con grida di gioia. I partigiani, con le armi in pugno, i fucili a tracolla, salutavano i militari alleati, sventolando il loro fazzoletto rosso. L’entusiasmo, finora contenuto a causa dei pochi, isolati tedeschi che ancora circolavano in zona, si diffuse rapidamente nelle campagne circostanti. Nelle frazioni e nei territori limitrofi si esponevano drappi bianchi e bandiere sui campanili e alle finestre, per segnalare agli aerei di non bombardare quei luoghi. Il passaggio dell’esercito proseguì per tutto il pomeriggio del 28 aprile, un giorno ventoso e assolato”.

Verso sera, dal poggiolo del municipio, il vecchio esattore della Cassa di Risparmio, Goffredo Pogliani e il sacerdote don Aldo Pesavento “rivolgevano parole di compiacimento ai patrioti ed alla folla ammassata sulla piazza, invitando alla concordia ed alla calma”. Luigi Giorio e Cesare Dilani, componenti del comitati di liberazione provinciale  e nazionale iniziarono congiuntamente ad adottare i primi provvedimenti di ordine pubblico.

 

Il parroco della Stortola

Anche il parroco della Stortola commentò, con un po’ di sarcasmo, l’arrivo degli alleati:

<< Il 28 aprile 1945 verso le ore tredici cominciano a passare gli inglesi vincitori per Monselice. Tedeschi e fascisti sono scomparsi, la popolazione accoglie festosamente i vincitori. Dappertutto saltano fuori quelli che si dicono i patrioti e vanno a caccia di fascisti – o giudicati fascisti – portandoli  a Monselice. Vanno per le case volendo armi o roba tedesca, (però non lasciano che nessuno vada a controllare nelle loro case !). A Monselice intanto salta fuori il Comitato di Liberazione Nazionale, col consenso degli inglesi viene nominato un Sindaco, altri la giunta: ecco l’autorità. I patrioti diventano i militi della liberazione, armi e fazzoletto rosso al collo, passeggiano i difensori della nuova libertà >>.

 

Domenica 29 aprile 1945

Il mattino del 29 continuò “la caccia al tedesco”, ma ormai erano pochi i soldati nazisti che ancora si attardavano per le strade di Monselice. Dalla periferia si udivano raffiche di mitra, ma erano gesti di gioia dei partigiani per la libertà ritrovata. Nel frattempo i monselicensi si radunarono nella piazza del municipio in attesa del discorso del nuovo sindaco. Tanta attesa fu premiata: dal balcone del municipio Goffredo Pogliani e Arturo Mattei invitarono alla pace, assicurando i presenti “che la legge renderà presto giustizia di tutti i reati commessi dai fascisti”, alle 18 tutti parteciparono alla cerimonia di ringraziamento che si tenne nel Duomo.

La serata il Comitato di Liberazione decretò l’insediamento dei carabinieri residenti a Monselice. Molti di loro, narra Claudia  Basso, “avevano abbandonato la divisa per evitare di ingrossare le fila della gnr”. La vita cittadina riprese così a scorrere dopo anni di guerra e sofferenze mentre le autocolonne inglesi e americane continuavano a salire sempre più numerose da Rovigo e da Este verso Padova.

 

Arriva il governatore inglese

Il 30 aprile giunse il governatore inglese J. Kitson Harris, comandante dell’VIII armata per incontrare il comitato di liberazione monselicense, mentre le bandiere inglese e americana vennero esposte accanto a quella italiana tra l’entusiasmo della cittadinanza.

 

La liberazione alla Stortola

Nelle campagne della Stortola si nascondevano molti sbandati, ladri e partigiani. In località Busa era stato costruito, tra i fossati di un fondo di proprietà della famiglia Sette, un capiente rifugio sotterraneo dove trovarono ricovero i Breggiè, gli Schivo e altri personaggi notoriamente comunisti della zona. La gnr ipotizzava l’esistenza del nascondiglio e fece numerose retate per trovarlo, ma la moglie di Ettore Schivo riuscì quasi sempre a dare l’allarme con sufficiente anticipo. Il giorno della liberazione i partigiani locali arrestarono i fascisti e li rinchiusero nel campanile della chiesa, minacciando ad alta voce che presto sarebbero stati passati per le armi. I Bertazzo, i Rizzato e altri, che non vale la pena di nominare, dentro il campanile già si preparavano al peggio, ma il giorno successivo furono tutti liberati.

 

Nomina del nuovo sindaco: Monselice in festa

Il  1° maggio festa dei lavoratori, il governatore inglese Major J. Kitson Harris, insediò ufficialmente la nuova compagine amministrativa. Il neo sindaco fu il comunista Goffredo Pogliani; vice sindaco il democristiano Antonio Masiero; componenti della giunta: Giorio Luigi (comunista), Scarparo Spartaco (comunista), Sturaro Giuseppe (comunista), Vernacchia Mario (democristiano), Simone Leonardo (Partito d’Azione) e Mattei Arturo (socialista). Subito dopo l’ufficiale inglese dal poggiolo del municipio presentò alla popolazione la nuova giunta: additando Pogliani esclamò “Ecco il vostro Sindaco!”, tra l’esultanza dei presenti.  Verso sera si formò un lungo corteo per le vie cittadine al quale parteciparono cittadini e combattenti, uniti nella celebrazione della liberazione.

 

Le ultime fasi della guerra mondiale

In quei giorni crollò completamente il fronte italiano. Mussolini, che tentava di fuggire in Svizzera travestito da soldato tedesco, fu catturato e fucilato dai parti­giani il 28 aprile assieme ad altri gerarchi. Il suo cadavere, impiccato per i piedi, fu esposto per alcune ore in piazzale Loreto a Milano. Il 30 aprile, mentre i russi stavano entrando a Berlino, Hitler si suicidò. La seconda guerra mondiale era finita.

 

Carbone e  marmellata a tutti(o quasi)

Monselice era priva di tutto. I forni non potevano fare il pane perché erano sprovvisti di carbone. Il CLN invitò il capo stazione a consegnare alla ditta Rebeschini Vittorio tutto il carbone giacente presso la stazione affinchè il commerciante potesse venderlo ai fornai. La SAIACE offrì gratuitamente 30 chilogrammi di marmellata per sopperire ai più urgenti bisogni alimentari dei patrioti e delle persone in transito.

Qualche giorno dopo, precisamente il 21 maggio, il sindaco invitò la direzione della Società Euganea di elettricità a ripristinare “al più presto l’illuminazione della città anche nel centro cittadino”.

 

Bovini requisiti dalle truppe tedesche

Il 26 maggio 1945 l’ufficio nazionale per i servizi dell’Agricoltura di Padova invitò tutti gli agricoltori a denunciare presso il proprio comune il numero dei bovini requisiti o prelevati durante il passaggio delle truppe tedesche. Il 7 giugno 1945 il comune trasmise l’elenco degli allevatori di bestiame che avevano denunciato prelevamenti forzati di bovini da parte delle forze armate tedesche.

 

Montecchio Valentino            Via Fragose, 183                     1 mucca

Conforto Elio                            Moralediemo, 28                    1 vitella

Molari Alessandro                    Sav. Molini, 152                    2 buoi

Greggio Angelo fu Carlo          Ca’ Oddo, 16                         4 vacche

Greggio Angelo fu Gio.batta     Moralediemo, 4                     2 manze

Cremon Giovanni                     Isola v. Monte, 86                  2 buoi

Frizzarin  Valentino                  Savellon Retratto 57              1 mucche

Sturaro Sebastiano                    Savellon Molini 181              1 bue

Dirignani Umberto                    Arzerdimezzo 336                  1 bue

Belluco Ferrucio                       Savellon Molini                      1 manza

Bertazzo Giuseppe                    Savellon Molini                      1 vacca

Businaro Rodolfo                     Piazzia Mazzini, 4                  1 vacca

Sigolo Matteo                           Moralediemo                          1 bue

Fornasiero Luigi                       Fragose, 217                           1 bue

Greggio Silvio                          Campestrin 73                         1 mucca

Sturaro Antonio                       Savellon Molini 161               1 vitellone

Sguotti Danilo                           Fragose 172                            1 vitello

Greggio Antonio                       Campestrin 174                      1 mucca

Amministrazione Trieste           Via Orti 43                             mucche e vitelli

Masola Giuseppe                      Arzerdimezzo 315                  1 bue

Cavestro Elio                            Moralediemo 28                     1 mucca

 

 

I debiti della Repubblica di Salò

Non tutti i debiti furono onorati. Avaldo Erminio Ruzzante, in quei giorni, presentò in municipio il conto della carne fornita ai repubblichini e ai tedeschi. Gli uomini del CLN gli risposero che il comune non aveva “alcun incarico di soddisfare i debiti lasciati dalle dette forze armate”.

 

Anche un disertore tedesco tra i patrioti monselicensi

Interessante la nota del 13 giugno 1945 con la quale il sindaco dichiarò che il soldato tedesco Carlo, da 4 mesi, collaborava con la resistenza “consegnando le armi in dotazioni e fornendo informazioni indispensabili per la lotta contro il nemico. Nonostante le ricerche da parte dei suoi comandanti, si è sempre mantenuto calmo e sereno, lieto di contribuire nella sofferenza alla liberazione della [nostra] patria”. Assai interessante la nota conclusiva nella quale Pogliani precisa che Hüllweck “si è distinto nel combattimento assieme ai patrioti di Monselice nei giorni del passaggio del nemico in ritirata, riuscendo di prezioso aiuto ai patrioti di questo comune”.

 

Fine dell’emergenza e ritorno alla normalità

Il 4 luglio il sindaco Goffredo Pogliani scrisse al comandante dei carabinieri e al comando del 4° battaglione Garibaldini di Monselice che l’emergenza era finita.

 << I Reali Carabinieri, data la loro efficienza, si assumono il completo servizio di sicurezza e vigilanza del paese compreso il servizio di guardia alle carceri mandamentali di Monselice, a completamento del normale personale di custodia ad esse addetto. Di conseguenza i garibaldini che sino ad ora hanno collaborato al servizio di polizia e vigilanza si intendono da oggi liberi da ogni impegno e dovranno, ove desiderino far parte della Polizia, espletare per loro conto tutte le pratiche all’uopo necessarie. L’arma dei RR. CC. provvederà al ritiro delle armi eventualmente ancora in possesso dei garibaldini preposti agli suaccennati servizi, oggi terminati. I garibaldini che hanno prestato la loro opera in Monselice saranno, agli effetti economici, liquidati dal C.L.N. di Monselice, mentre quelli che tale opera hanno svolto in altri comuni saranno soddisfatti dai C.L.N. dei comuni stessi. Viene demandata al Comando RR. CC. di Monselice ed al capo del’Uff. del 4° BTG garibaldino di Monselice l’esecuzione dei suesposti accordi >>.

Ultima marcia: i soldati tedeschi si muovono in cattività in colonne infinite, maggio 1945 — Una fine silenziosa di un sogno distruttivo.

Tragedia alla scuola elementare della Stortola

Il 29 aprile 1945 i partigiani sequestrarono alcuni carri per trasportare dietro le scuole elementari della frazione le munizioni abbandonate dai tedeschi in ritirata. Nei giorni successivi molti paesani tentarono di scaricare i materiali bellici per recuperare l’esplosivo, ma provocarono solo tragedie. Verso mezzogiorno del 5 maggio si udì una violenta deflagrazione che uccise sul colpo due ragazzi Sergio Sturaro e Franco Greggio, altri due rimasero feriti.

Il 24 luglio 1945 alcuni padri di famiglia della Stortola, con in testa Giuseppe Zerbetto e Umberto Brigo, domandarono al Sindaco

“che all’inizio del nuovo anno scolastico venga reso possibile il funzionamento della scuola elementare per i nostri trecento figliuoli scolari. In seguito alle vicende intervenute durante l’anno passato e al danneggiamento subito dal fabbricato scolastico andò già perduto un anno per gli scolari e perciò riteniamo necessario il provvedimento almeno per il nuovo anno. Quando si trattò della costruzione abbiamo donato al municipio il terreno necessario e neanche ora ci rifiutiamo di offrire qualche prestazione, ma insistiamo perché sia reso possibile il funzionamento della scuola nel nuovo anno scolastico”.

 

Il sindaco di Monselice rispose al signor Sturaro e ad altri padri di famiglia della frazione:

“Il riatto degli uffici scolastici danneggiati dalla guerra e del relativo arredamento è stata una delle prime preoccupazioni di questa amministrazione che ha dato speciale incarico ad un assessore ed all’Ufficio tecnico di predisporre progetti e preventivi. Occorre però tener presente che non sempre la buona volontà dell’amministrazione basta a risolvere i problemi. Difficoltà diverse di ordine tecnico, economico ed amministrativo si frappongono spesso all’attuazione dei piani che subiscono quindi ritardi non certo imputabili a negligenza o a trascuratezza. Posso assicurarLa e la prego di rendere edotti anche gli altri firmatari, che il problema delle pubbliche scuole è ben presente e sempre in primo piano”.

Ma nessuno poteva immaginare che il nuovo anno scolastico sarebbe incominciato con una seconda terribile tragedia per la piccola frazione: la guerra chiedeva ancora il suo tributo di sangue. Il 7 ottobre 1945 alcuni ragazzi stavano giocando dietro la scuola. Tra le macerie rinvennero bombe e munizioni tedesche. La curiosità era tanta: qualcuno tolse la spoletta da un proiettile. Un attimo e si scatenò l’inferno: per terra dilaniati dalla bomba c’erano quattro ragazzi: Silvio Carturan di anni 17 contadino, Isacco e Mario Girotto dodicenni e Luciano Tresoldi quattordicenne. Tutta la frazione partecipò al dolore delle famiglie.

Vedi anche ‘Tragedia a San Cosma nel 1945 ..’.  [ Clicca qui…]

 

I viaggi a Bolzano per agevolare il ritorno degli internati

Il 21 giugno il sindaco accertò che dagli atti comunali, risultava che gli internati  monselicensi in Germania erano oltre 400 (?). Molti erano già rientrati in famiglia, altri erano in viaggio. La gioia di molti si confondeva così con la disperazione di quanti attendevano qualsiasi notizia dei propri cari. La croce rossa favoriva contatti e forniva informazioni a tutti.

Don Palmiro Stefani, della parrocchia del Duomo, organizzò frequenti viaggi a Bolzano e al Brennero per aiutare il ritorno dei prigionieri dalla Germania, alcuni dei quali erano in fin di vita o talmente debilitati che rimandarono il ritorno per rimettersi in forze.

Il 7 agosto 1945 il Sindaco chiese al governatore alleato di favorire il rimpatrio dei  prigionieri monselicensi ancora in terra tedesca: Belcaro Rino, Tiengo Domenico, Tommasini Oreste, Capuzzo Carlo, Turrin Luigi, Borile Mario, Turato Ugo, Turato Gelsomino, Gemo Bruno, Rossi Lanzoni Paride Amedeo, Telandro Giuseppe, Crepaldi Mario, Trevisan Giuseppe, Trevisan Canzio, Caron Pasquale, Fortin Ottorino, Fortin Pietro, Fortin Antonio, Rizzato Arduino, Rizzato Arturo, Berto Ilario, Granziero Ferdinando, Cardin Antonio.

Il 14 agosto 1945 il prefetto comunicò al sindaco i nominativi di 4 monselicensi ancora internati in Germania. Essi erano Finco Enrico, Donato Osvaldo, Curtarello Guido e Bertazzo Amedeo; tutti “godevano ottima salute e attendevano impazienti il desiderato ritorno”, precisava una segnalazione proveniente dal “Italian Liasion Officer del 212 Det. Military Government”.

TESORO DELLE SS – Aprile 1945. La Germania nazista stava crollando: l’Armata Rossa assediava Berlino da est e le truppe alleate avanzavano da ovest. In mezzo alla sconfitta, i gerarchi nazisti tentarono di nascondere ciò che consideravano i loro beni più preziosi. Scelsero la miniera di sale di Merkers, in Turingia, un luogo remoto e stabile, ideale per conservare segretamente oro e opere d’arte. Il ritrovamento non fu frutto di un piano magistrale, ma di una voce. Civili francesi sfollati, che avevano lavorato nella miniera, raccontarono agli americani ciò che avevano visto: sacchi, casse e convogli che entravano senza spiegazione. Il 4 aprile, la 90ª Divisione di Fanteria degli Stati Uniti mise in sicurezza il luogo. Ciò che trovarono all’interno superò ogni aspettativa. Il tesoro della Reichsbank: più di 8.000 lingotti d’oro, grandi riserve in valute estere e depositi che oggi equivarrebbero a miliardi. Capolavori d’arte: quadri di Rembrandt, Goya, Dürer, Manet e sculture di inestimabile valore, come la celebre figura di Nefertiti, rubati da musei e collezioni private. Oggetti saccheggiati alle vittime dell’Olocausto: anelli nuziali, orologi e denti d’oro, testimoni muti della brutalità dei campi di concentramento. Il ritrovamento fu supervisionato dai Monuments Men, il gruppo di storici, architetti e conservatori incaricato di recuperare il patrimonio europeo saccheggiato dai nazisti. Catalogarono con rigore ogni pezzo e organizzarono un convoglio di camion che, per settimane, trasportò i tesori in un deposito sicuro a Francoforte. La scoperta di Merkers rivelò non solo la portata del saccheggio nazista, ma anche l’entità dell’orrore: l’oro e gli oggetti personali di migliaia di vittime erano stati accumulati come se fossero semplici risorse del Reich. Oggi, le fotografie dell’interno di quella miniera ricordano due cose: l’ardore distruttivo di un regime che saccheggiò l’intera Europa, e il lavoro silenzioso di coloro che rischiarono la vita per restituire all’umanità la sua memoria culturale.

Anche i santi martiri  tornavano al loro posto

Il 18 ottobre, alle ore 15, con una solenne processione tornarono al loro posto nella chiesa di San Giorgio anche i Santi martiri. Durante la guerra per evitare il pericolo dei bombardamenti erano stati nascosti in un rifugio ricavato dietro la terza chiesetta. Anche per loro era arrivata l’agognata pace!

 

Anche i tedeschi piangono i loro morti

Il 23 novembre la croce rossa chiese al sindaco di Monselice informazioni su Kimmich Jean Paul, nato a Riedesheim (Alto Reno – Francia), arruolato nelle SS il 12 aprile 1944. La nota precisa che Kimmich, da Lavezola presso Medicina, sarebbe stato inviato il 25 gennaio 1945 presso una scuola di radiotelegrafisti a Monselice. Il sindaco rispose che il soldato era una delle vittime del bombardamento aereo del 7 febbraio 1945 avvenuto sul cinema Roma. La salma riposava nel cimitero di Monselice e sulla croce posta a suo ricordo era incisa la seguente legenda: Kimic Paul, 8/3/926 – 7/2/1945, SS Pl. B.T.L. 16 G. K.

 

La ricostruzione con l’aiuto di tutti

IL 23 ottobre il sindaco scrisse a Pietro Marinato, presidente dell’associazione combattentistica ex internati in Germania:

<< Il saluto che mi è giunto dalla SV, a nome dell’Associazione Combattentistica ex internati, ha prodotto in me un vivo senso di gratitudine. Tengo a dichiarare che la collaborazione dei Reduci non solo è necessaria ma utilissima ai fini della ricostruzione morale e materiale della nostra città,  e questa nostra collaborazione deve tradursi immediatamente in una concreta e fattiva realtà.

Non dimentichiamo qui i patrioti e i ‘veri’ partigiani che hanno tenuto alto l’ideale di libertà e di patria come Voi tutti ex internati lo avete tenuto in terra nemica subendone le conseguenze più atroci. Tutti uniti quindi, in un rinnovellato spirito patriottico popolare, opereremo per il bene comune >>.

 

Imperatore Hirohito e Generale MacArthur, 1945 Scattata il 27 settembre 1945, solo pochi mesi dopo la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, questa foto dell’Imperatore Hirohito e del Generale Douglas MacArthur suscitò una forte reazione in Giappone. Questa immagine della coppia simboleggiava sia la fine della guerra che l’inizio dell’occupazione alleata del Giappone. Molti cittadini giapponesi si sentirono offesi da quanto MacArthur apparisse disinvolto accanto a Hirohito, che veneravano, e da come la foto rappresentasse anche l’Imperatore come un subordinato.

 


 

 

INDICE GENERALE DEI CAPITOLI CON LINK

Roberto Valandro, Introduzione  [ Clicca qui…]

I. Premessa. Monselice dal 1922 al 1937.  [ Clicca qui…]

II. Anno 1938. Dalla guerra di Spagna alle leggi razziali.    [ Clicca qui…]

III. Anno 1939. I grandi lavori promossi da Vittorio Cini.    [ Clicca qui…]

IV. Anno 1940. La visita del Duce a Monselice.    [ Clicca qui…]

V. Anno 1941. La protesta del Mazzarolli: tra pane e polenta.    [ Clicca qui…]

VI. Anno 1942. La rivolta delle donne.  [ Clicca qui…]

VII. Anno 1943. I tedeschi occupano Monselice   [ Clicca qui…]

VIII. Anno 1944. Formazione della resistenza armata    [ Clicca qui…]

IX. Anno 1945. La Liberazione di Monselice    [ Clicca qui…]

X. I processi del dopoguerra a Monselice : alla ricerca della verità     [ Clicca qui…]

XI. Ricordando la Shoah. Ida Brunelli, una monselicense tra i ‘Giusti’ d’Israele    [ Clicca qui…]

XII. I caduti monselicensi durante la seconda guerra mondiale. Ricordo e appartenenza per non dimenticare  [ Clicca qui…]

Vedi anche:

Soldati  monselicensi morti nei campi di concentramenti (IMI)       [ Clicca qui…]

Soldati di Monselice decorati al valor militare durante la 2° guerra mondiale  [ Clicca qui…]

Tragedia a San Cosma nel 1945 …  [ Clicca qui…]

 

Le perdite dello CSIR e dell’ARMIR ( corpo di spedizione italiano in Russia 1941-1943- Quadro complessivo dei soldati caduti nelle steppe russe. Oltre 120.000 militari, 4300 ufficiali e 45.000 quadrupedi. ( un disastro)

 


© 2025 a cura di Flaviano Rossetto

Vedi anche:

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