Nel libro di Luigino Caliaro intitolato ‘Ali dall’Adige al Brenta’ viene riportato con immagini le vicissitudini del campo di volo esistente al Bignago, poco dentro il comune di Arquà Petrarca. Lo storico monselicense Celso Carturan nelle sue memorie scriveva. Fra Monselice ed Arquà Petrarca, nella località (villa) Bignago venne istituito un campo di aviazione. Noi, ogni sera dal nostro tugurio in sulla mezzanotte, attendevamo il passaggio dei nostri aeroplani da quel campo di aviazione, né udivamo il pulsare dei motori, li contavamo, e restavamo poi in attesa del loro ritorno assicurandoci con ansia febbrile se proprio tutti rientravano alla loro base. Purtroppo talora più di uno ne mancava. E giacché siamo in tema di aeroplani diremo che trasferitosi il comando supremo a Padova, le incursioni nemiche si fecero sempre più frequenti tanto da richiedersi provvedimenti estremi pari all’ imminenza estrema del pericolo. Fu allora che in una riunione appositamente tenutasi in Prefettura, il sindaco di Padova Conte Leopoldo Ferri, parlò alto e forte ai proposti del comando supremo ottenendo che questo si trasferisse altrove. Fu scelto Abano dove il comando rimase fino alla fine della guerra.
Il pericolo dei bombardamenti era sentito anche a Monselice. Il 16 gennaio 1918 il comando d’Intendenza della III Armata – che aveva sede a Monselice – chiese al comune di partecipare con una somma di 6100 lire alla costruzione di rifugi antiaerei. Il sindaco rispose di non essere in grado di sostenere la spesa precisando che al massimo poteva cedere ai militari a metà prezzo il materiale già acquistato a suo tempo per utilizzare i sotterranei della stazione ferroviaria.
Secondo il Caliaro i lavori di approntamento del campo di Arquà Petrarca iniziarono nel corso delle prime settimane del 1918, a seguito della necessità di trovare sede per alcuni dei tanti reparti ammassati presso l’aeroporto di Padova dopo la rotta di Caporetto. Il campo venne ubicato in un appezzamento di terreno circondato per i tre lati dalle altre dei colli Euganei, fatto questo che rendeva particolarmente difficili le operazioni di volo, soprattutto di notte, costringendo i velivoli ad utilizzare una sola direzione di atterraggio e decollo.
Per il ricovero dei velivoli, vennero approntati oltre una decina di hangar. Operarono sul campo dal 21 luglio 1918, ben tre squadriglie di velivoli da bombardamento Caproni, appartenenti alle 2°, 7° e 10 Squadriglia. Un mese prima però, verso la metà di giugno del 1918, presso la vicina Villa Bignago aveva trovato sede il XIV Gruppo aeroplani proveniente da Ghedi.
Una particolarità delle Unità presenti ad Arquà Petrarca, era data dal fatto che tutte e tre le Squadriglie avevano in servizio piloti americani, che parteciparono con coraggio alla notevole attività eseguita dai bombardieri del XIV Gruppo, chiamati ad operare con particolare intensità nei mesi restanti del conflitto, battendo efficacemente obbiettivi strategici austriaci come campi d’aviazione, centri di comunicazione, baraccamenti e truppe del fronte ad est del Piave, concorrendo anche efficacemente a tagliare la ritirata delle truppe austro-ungariche in rotta, colpendo duramente anche i ponti del Tagliamento e del Livenza. Con il termine del conflitto, il campo di Arquà Petrarca venne completamente abbandonato e riconvertito a coltivazioni agricole civili.
Nelle foto a corredo della scheda si nota una delle rarissime di un aereo ‘Caproni’ sul campo di Arquà Petrarca. Da citare il fatto che con le Squadriglie di Arquà Petrarca combatterono, a fianco dei nostri equipaggi, anche piloti e osservatori americani.
Sul campo di volo di Arquà Roberto Valandro nel suo “Piave mormorante” ha raccolto le testimonianze della popolazione locale regalandoci preziosi ritratti di vita quotidiana.
L’aeroporto di Arquà Petrarca
Di Roberto Valandro
…Una nonnina ricorda quando, durante la guerra, portava giù a Monselice, alla mensa degli ufficiali, funghi e cibo, oppure si recava dai piloti nell’improvvisato campo d’aviazione, al Bignago, con tanti aeroplani intorno: uno spettacolo che ricordava, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, con l’emozione ingenua d’una fanciulletta.
Dopo la disastrosa e drammatica rotta di Caporetto, con soldati sbandati e profughi civili vaganti per ogni contrada, il fulcro operativo diventò, non proprio casualmente, l’area compresa tra Abano e Monselice, sedi di Comandi supremi, con due campi di aviazione collocati per l’appunto al Bignago e presso il Castello di San Pelagio alle Due Carrare. Vale la pena, con l’aiuto dello storico Luigino Caliaro, recuperare qualche dettaglio sul piccolo campo di aviazione arquesano, rimasto vivo nella memoria orale condivisa purtroppo soltanto dagli anziani del paese. “I lavori di approntamento iniziarono nel corso delle prime settimane del 1918 a seguito della necessità di trovare sede per alcuni dei tanti reparti ammassati presso l’aeroporto di Padova. Il campo venne ubicato in un appezzamento di terreno circondato per i tre lati dalle alture dei Colli Euganei, fatto questo che rendeva particolarmente difficili le operazioni di volo, soprattutto di notte, costringendo i velivoli ad utilizzare una sola direzione di decollo e atterraggio.
Per il loro ricovero vennero approntati oltre una decina di hangar smontabili Bessoneau, poiché sul campo vennero basati, dal 21 luglio 1918, ben tre Squadriglie di velivoli da bombardamento Caproni Ca.3, appartenenti alle 2a, 7a e 10a Squadriglia. Un mese prima però, verso la metà di giugno del 1918, presso la vicina Villa Bignago aveva trovato sede il XIV Gruppo Aeroplani proveniente da Ghedi. Una particolarità, delle unità presenti ad Arquà Petrarca, era data dal fatto che tutte e tre le Squadriglie avevano in servizio piloti americani, che partecipavano con coraggio alla notevole attività eseguita dai bombardieri del XIV Gruppo, chiamati ad operare con particolare intensità nei mesi restanti del conflitto, battendo efficacemente obiettivi strategici austriaci come campi d’aviazione, centri di comunicazione, baraccamenti e truppe del fronte ad est del Piave, concorrendo efficacemente anche a tagliare la ritirata delle truppe austroungariche in rotta, colpendo duramente i ponti del Tagliamento e del Livenza”.
Ma se del nostrano campo d’aviazione protetto dal Monte Ricco s’è ormai spento il ricordo, San Pelagio è rimasto invece nella storia della Grande Guerra per un episodio davvero eclatante e del tutto inconsueto (un bombardamento di volantini!), che ebbe quale ideatore e protagonista Gabriele D’Annunzio. È il 9 agosto 1918. A Mezzavia tra Padova e Monselice, dal campo d’aviazione militare di San Pelagio sede del Comando della squadriglia aerea ‘Serenissima’, sul far dell’alba otto apparecchi si levarono in volo. Nella carlinga di comando, con accanto il pilota capitano Natale Palli, siede il Poeta scrittore e vicino al tricolore dispiega una bandiera con sette stelle, il suo portafortuna d’altri ardimentosi cimenti. Ed eccoli su Vienna, a gettare non mortiferi ordigni ma uno sfarfallio di fogli inneggianti alla giusta vittoria italiana e alla caduta dell’Austria, “decrepita menzogna”. Il pacifico saluto tricolore alla capitale asburgica, ‘sbigottita’ da tanta audacia, ha successo e dopo sei ore di volo riatterra alla base il primo aeroplano, pilotato dal tenente Lodovico Censi.
Il 12 agosto gli ‘eroici’ aviatori dell’87a Squadriglia SVA sono festeggiati in Abano, a cena con i generali del Comando Supremo, e al Vate non par vero d’esibirsi in “un discorsetto — come riferirà il giornalista scrittore Ugo Ojetti — un po’ letterario con motti latini e citazioni di S. Francesco, ma con uno sguardo limpido e commovente per descrivere la piana veneta occupata dal nemico”.
Intanto Monselice, collocata strategicamente nelle immediate retrovie, fu investita in pieno dal vento di guerra. A causa delle temibili incursioni aeree venne sospeso il suono delle campane, onde non confondere eventuali allarmi d’imminenti bombardamenti, e ridotta al minimo la pubblica illuminazione, mentre per le abitazioni private scattò l’obbligo di serrare nella notte porte e balconi per impedire alla luce di trapelare.
Il cronachista Celso Carturan ci ha lasciato in proposito vivide pagine descrittive, intessute di ricordi: perciò gli lascio volentieri la parola, immaginando d’essere stati noi stessi presenti, coinvolti e sconvolti da quanto stava accadendo giorno dopo giorno. “Alla fine il peggio arrivò e la disfatta si concretizzò portando a Monselice lunghe teorie di profughi che si succedettero ininterrotte giorno e notte per settimane e che si valevano di qualunque mezzo di trasporto. Naturalmente non ebbe luogo la rinomata fiera dei Santi. Padova cominciava a spopolarsi e pochi giorni dopo la troveremo quasi deserta. A dire il vero poche famiglie si allontanarono da Monselice, e solo alcune si premunirono di qualche alloggio oltre il Po per il caso che l’invasione avesse raggiunto le nostre zone.
BOMBARDAMENTO SU PADOVA
Le incursioni degli aeroplani nemici si succedevano quasi giornalmente, talvolta si ripetevano più volte nello stesso giorno. La sera del 2 dicembre 1917 mi trovavo fermo in treno alla stazione di Padova per tornarmene a casa quando si verificò un attacco aereo che colpì e incendiò la cupola della vicina chiesa dei Carmini. In un successivo giorno, proprio a mezzodì, mentre percorrevo in ferrovia il tratto Padova-Monselice, un aeroplano rimasto ignoto scendeva a bassa quota a mitragliare il nostro treno rompendo i vetri del mio scompartimento e quindi, dirigendosi lungo la strada Monselice-Rovigo, uccideva e feriva alcuni soldati in ritirata.
In località Bignago, fra Monselice e Arquà Petrarca, (in un riparato rettangolo della neonata grande tenuta agricola dei Centanin Masiero), venne istituito un campo d’aviazione. Ogni sera, intorno alla mezzanotte, noi attendavamo il passaggio dei nostri aeroplani che si levavano in volo. Ne udivamo il pulsare dei motori, li contavamo e restavamo poi in attesa del loro ritorno per assicurarci con ansia febbrile se proprio tutti rientravano alla base; purtroppo talora ne mancava più d’uno.
UN POSTO DI OSSERVAZIONE SUL MASTIO DI MONSELICE

Sul mastio della nostra Rocca fu posta una vedetta militare, con il compito di lanciare il segnale d’allarme in caso di incursioni. A vero dire noi fummo risparmiati da incursioni dirette: soltanto la notte del 27 febbraio un segnale d’allarme, all’una circa, fece balzare dal letto tutta la popolazione che attese trepidante gli eventi. Dopo tre quarti d’ora il segnale del cessato pericolo faceva ritornare la calma. Io però, uscito di casa e avendo avuto sentore che era in atto una gravissima incursione su Venezia, volli salire con qualche compagno verso la Rocca da dove, nella notte illuminata dalla più bella luna che mai abbia visto, potemmo osservare il disastro che stava compiendosi. Quella notte infatti si ebbe su Venezia il più massiccio bombardamento compiuto durante la guerra; oltre cento ordigni furono sganciati in otto ore.
Durante il conflitto si registrarono su Venezia quarantadue incursioni, da quella del mattino del 24 maggio 1915, che per essere la prima parve un gioco alla popolazione che si divertiva a guardare in alto, a quella orrenda di otto ore del 27 febbraio 1918 appena descritta; durante queste 42 incursioni caddero sulla città più di 300 bombe, ma il danno provocato fu per fortuna minore di quello che avrebbero potuto arrecare …”. Ecco ciò che, riguardo all’affascinante storia dell’Aeronautica delle origini, ho potuto salvare in sintesi, osservandola dal piccolo angolo monseliciano.
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