Lago della Costa ad Arquà Petrarca (Pd)

Alla scoperta del sito palafitticolo del Laghetto della Costa ad Arquà Petrarca (Pd)

l Lago della Costa si trova lungo il versante sud orientale dei Colli Euganei, ai piedi del borgo di Arquà Petrarca. Tra le pendici del monte Calbarina e il monte Ricco, si presenta come uno specchio d’acqua circondato da alberi e dalla distesa di terra torbosa emersa dalle aree paludose bonificate a partire dalla metà del Cinquecento.

 

 

 

L’origine del lago è molto antica e la zona risulta già abitata fin dalla Preistoria. Diversi manufatti rinvenuti sulle sue sponde lo hanno reso uno dei siti archeologici più interessanti del territorio: assieme ad altri importanti siti palafitticoli dell’arco alpino risulta tra i beni del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, in seguito al ritrovamento di un abitato di palafitte risalente all’Età del Bronzo.

Alcuni preziosi reperti provenienti da questo sito (frammenti di vasi in ceramica, manufatti in osso per la caccia e la pesca, resti di legno fossile lavorato) sono oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale Atestino di Este.

Qui vicino si trova anche la sorgente di acqua termale detta Fonte Raineriana, dal nome dell’arciduca Ranieri d’Austria che fece costruire nel 1829 un tempietto in stile neoclassico, per celebrare le virtù terapeutiche di queste acque. L’elegante costruzione a protezione del sito è opera del famoso architetto Giuseppe Jappelli. ( Vedi scheda [ Clicca qui…]

 

Il Laghetto della Costa, ubicato nel territorio di Arquà Petrarca all’interno del Parco Regionale dei Colli Euganei, è uno specchio d’acqua di formazione naturale, alimentato da sorgenti termali sotterranee. Per l’alto valore storico e naturalistico, dal 2011 l’insediamento del Lago della Costa è stato riconosciuto di interesse comunitario e pertanto inserito nel sito UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”

 

La leggenda

Il lago della Costa che si trova nella vallata ai piedi del borgo di Arquà Petrarca non è sempre stato come lo conosciamo oggi. Un tempo ormai lontano il lago presentava dimensioni assai più vaste .

 

 

I fumi esalati da queste acque calde -che secondo una leggenda sono metà dolci e metà salate -, che nelle giornate invernali e nell’ oscurità della notte sembrano celare la presenza di spiriti maligni, hanno ispirato numerose leggende. Fra queste, la più famosa è quella che narra come, prima dell’anno Mille, al posto del lago sorgesse il monastero di una piccola comunità di frati, gestita da un priore avaro e dispotico.

La leggenda inizia in una notte d’inverno, quando un mendicante bussò alla porta del convento e il priore ordinò di non aprire. Il più giovane dei fraticelli, Martino, pregò e convinse il suo superiore ad avere pietà per quell’uomo. Così al povero viandante, macilento e intirizzito, fu dato del pane raffermo, ma venne comunque rifiutata l’ospitalità. Quella notte frate Martino non riusciva a chiudere occhio, non potendo distogliere il pensiero dal poveretto scacciato in malo modo. Si decise quindi a uscire a cercarlo.

Il fratino trovò il viandante raggomitolato nella neve accanto al muro del monastero, lo fece entrare di nascosto, lo rifocillò e lo fece riposare, mandandolo fuori di soppiatto prima dell’alba perché nessuno lo scoprisse. La notte successiva il viandante bussò nuovamente alla porta, e questa volta il priore in persona gli sbatté in faccia la porta del monastero. Quella notte il frate di buon cuore uscì nel freddo e nella neve con la sua coperta da dare al povero. Quando tornò sui suoi passi scoprì però che qualcuno aveva chiuso il portone alle sue spalle, impedendogli di rientrare.

Chiamò i confratelli, invano. Il pellegrino, con un’energia alla quale nessuno avrebbe potuto resistere, lo strappò da lì con la scusa di volerlo condurre in un ricovero. Dopo pochi passi, improvvisamente, il convento venne inghiottito da una voragine fra guizzi di lampi e levarsi di colonne d’acqua. La voragine si riempì di acqua bollente, alimentata direttamente dagli inferi, e i frati peccatori sparirono insieme al monastero. Martino, spaventato, venne dall’altro rassicurato: «Non voltarti. Con te se n’è andato dal convento l’ultimo alito di carità che lo animava». Il vi andante si trasfigurò, divenne luminoso e sparì. Da allora un terzo dell’acqua del lago di Arquà è solforoso e così profondo che nessuno mai ne ha toccato il fondale.

 


Dal Mattino del 13 agosto 2025