Cap. 6
Le storie personali dei partigiani della Brigata “Aquila”
Dedichiamo questo spazio alle vicende individuali di alcuni dei componenti dei 29 giovani arrestati il 18 ottobre 1944. Naturalmente abbiamo concentrato la nostra attenzione soprattutto sulle testimonianze relative agli otto morti nei campi di concentramento tedeschi. Grazie alle dichiarazioni dei familiari, dei conoscenti e degli amici è stato possibile recuperare qualche loro frammento di vita quotidiana. Per ognuno abbiamo preparato una scheda contenente alcune notizie biografiche e quanto è stato possibile ricostruire dei momenti dell’arresto.
Alla fine del presente capitolo abbiamo riportato le testimonianze dirette di Erminio Boldrin e Ottavio Baveo, gli unici componenti ancora in vita della brigata “Aquila”. Anche i loro nomi figuravano nel foglietto ritrovato dalle brigate nere in casa di Luciano Barzan durante una perquisizione.
Luciano Barzan
Luciano era nato a Monselice il 14 giugno 1916 e faceva il commerciante di ferramenta. La cugina Clermine Lupi – aiutata dalla nipote Marina Battaglia – frugando tra i ricordi ci racconta qualche particolare del suo arresto.
“Verso le 10 di sera, nella nostra abitazione, situata in via Cesare Battisti, si presentarono due fascisti. In casa eravamo presenti in 6 o 7. Luciano stava invece in un alloggio dall’altra parte della strada. Intuendo cosa stesse accadendo, rincasò velocemente. Probabilmente temeva episodi di ritorsione nei nostri confronti e voleva evitarli.
I fascisti perquisirono tutta la casa e scovarono una pistola, alcune munizioni e qualche foglio di carta. Fu in special modo il ritrovamento delle armi ad avvalorare i loro sospetti. Ci arrestarono tutti. A piedi, fummo condotti nella caserma dei carabinieri di Monselice. Io non compresi subito la causa dell’arresto – ci confida Clermine, che per una vita ha lavorato presso la biblioteca comunale – credevo fosse sorto qualche problema nei lavori di scavo delle trincee a San Bortolo dove Luciano aveva lavorato nel mese di agosto, con molti altri monselicensi.
In caserma ci rinchiusero in una stanza al piano superiore, mentre Luciano fu trattenuto al pianoterra. Nessuno c’interrogò. Eravamo terrorizzati. Naturalmente nessuno, quella notte, riuscì a riposare. Al mattino vidi per l’ultima volta mio cugino; stava dichiarando alle guardie che i suoi familiari non erano a conoscenza della sua attività di partigiano. Il che era vero.
Dopo poche ore fummo scarcerati, mentre Luciano fu trattenuto in caserma. Sapemmo poco dopo che venne condotto a Padova. Non so cosa sia successo di lui nei giorni seguenti, anche se tentammo più volte di avere sue notizie. A turno i familiari tentarono di avere sue notizie. Si cercò perfino di contattare, nei momenti in cui usciva, un prigioniero che lavorava nel carcere di Padova. Fu tutto inutile.
Da lì fu poi spostato a Bolzano. Dal carcere ci scrisse due lettere, nelle quali ci informava che stava bene e ci invitava ad inviargli qualche indumento, del pane, un po’ di marmellata e delle sigarette. Infine, di lui perdemmo ogni traccia: morì a Gusen il 29 marzo 1945.
Soltanto al termine del conflitto venimmo a sapere della sua tragica fine. Invano avevamo atteso a Bolzano il suo ritorno dalla Germania. Il nostro dolore ci accompagna ogni giorno, nonostante siano trascorsi tanti anni. E’ una ferita mai sanata, con cui si impara a convivere. Ci sono momenti in cui la si può sopportare, ma sai comunque che sarà sempre lì.”
Alfredo Bernardini
Alfredo era nato a Monselice il 18 settembre 1908. Il figlio Carlo, promotore di questa iniziativa, con una sua nota scritta ci racconta la sua triste esperienza.
“Mio padre è stato l’autista personale di Vittorio Cini e della moglie Lyda Borrelli, la celebre attrice del cinema muto. Sui rapporti dei Cini con la città di Monselice poco si è scritto di positivo, anzi nell’immaginario cittadino vengono associati – a torto – alle cave che hanno “mangiato” i nostri monti. Nella mia infanzia però hanno avuto una parte importante e forse hanno condizionato, in positivo, tutta la mia vita.
Con mio padre salivo spesso in cima al Montericco dove i Cini, proprietari del monte, avevano una bella residenza. Il colle maggiore era a quel tempo un vero paradiso terrestre. Una ventina di persone, tra questi 5 o 6 giardinieri, si occupavano della manutenzione dei giardini e dei vigneti. Ricordo ancora con nostalgia le rotonde piene di essenze odorose di ogni tipo, le fragole rosse e i maestosi cipressi sulla scalinata dell’Ercole. Una stradina stretta in terra battuta con i muri a secco ben curati conduceva in cima al colle e ai lati della stretta via dimoravano alberi di susine, di peri, di fichi e un pregiato vigneto di uva bianca, sistemato a pergola.
I Cini erano di origine ferrarese. Il padre di Vittorio, Giorgio Cini, aveva sposato attorno alla metà dell’Ottocento una monselicense della famiglia Girardi, proprietaria del nostro Castello. Con il matrimonio scelse la nostra città quale sede iniziale dei suoi affari. Le cave di trachite della nostra Rocca costituirono la sua prima fortuna finanziaria e l’ingresso nel mondo dell’industria. Costruì una villa in cima al Montericco destinandola, alla sua morte, avvenuta nel 1917, a luogo di ricovero di vecchi “montericcani”, ma infinite difficoltà burocratiche impedirono la piena realizzazione di quelle disposizioni testamentarie.
Il figlio Vittorio raccolse l’eredità del padre ed eresse ai piedi del Montericco, in sua memoria, il Solario, che raccoglieva un buon numero di ragazzi monselicensi bisognevoli di sole e d’aria, indirizzandoli allo studio elementare. Abbellì la villa del Montericco dove abitò per brevi periodi con la sua servitù, composta da una quarantina di persone, ospitando anche personalità della politica e dell’arte italiana. Nel 1947 la cedette gratuitamente ai frati conventuali del Santo. Il 19 giugno 1918 sposò l’attrice teatrale e cinematografica Lyda Borelli (dalla quale avrebbe avuto quattro figli: Giorgio nato nel 1918, Mynna nel 1920, le gemelle Yana e Ylda nel 1924). Ancora in giovanissima età Vittorio Cini si gettò nel grande mondo degli affari e delle industrie, divenendo in breve tempo uno degli esponenti più acuti e potenti dell’industria e della finanza italiana, privilegiando gli interventi nel settore marittimo-armatoriale.
In verità tutta la mia famiglia era a disposizione dei Cini. Mio padre, in divisa da chouffer, con gli stivali neri sempre lucidi, suscitava l’ammirazione delle ragazze del luogo quando sfrecciava per le vie cittadine alla guida delle cromate auto di servizio. Tra i dipendenti del Cini c’era anche Adolfo Cattin, allora falegname e promettente appassionato di mobili d’epoca, che contendeva a mio padre l’amicizia con il potente datore di lavoro. Tra i due rivali la pace veniva sancita con qualche “incursione” nella fornitissima cantina di casa Cini, provvista di ottimi vini. Ricordo ancora la sbronza colossale che presero quando nel ’43 si rese necessario trasportare altrove le bottiglie di vino per salvarle dai tedeschi che si apprestavano ad occupare la villa. Per farla breve, posso testimoniare che diverse bottiglie non arrivarono mai a destinazione e i due “amici” alla sera barcollarono molte ore per il colle, cantando appassionate canzoni del tempo.
Io avevo fatto amicizia con il cuoco napoletano Tommaso. Mentre mio padre scaricava il materiale portato nella villa sul Montericco, Tommaso mi offriva una pizzetta con il pomodoro. Non mi piaceva il pomodoro, ma la mangiavo lo stesso per non fare un torto al cuoco che si dimostrava affettuoso con me.
Io abitavo nel palazzo che ospitava l’amministrazione delle proprietà di Vittorio Cini, situato nei pressi della stazione ferroviaria. La gestione era affidata ad Antonio Masiero, che avrebbe ricoperto l’incarico di Sindaco nell’immediato dopoguerra per pochi mesi. Ricordo tutte le auto del Cini, sempre pulitissime, nere, cromate in varie parti. Mi ritornano alla mente una Ford passo corto utilizzata per la salita al monte Ricco, due Lancia Astura, una Lancia Dilanda, due camioncini tipo militare della 1^ guerra mondiale con cabina scoperta, una Balilla, una Buich 5 litri, poi una FIAT 1100 e una Lancia Aprilia.
Il papà partiva con i signori conti Cini e restava lontano da casa anche un mese per accompagnarli a Roma, a Napoli, sul Terminillo, a Rimini e in altre località turistiche. In quegli anni il conte era grande ufficiale, senatore, nominato Commissario dell’Esposizione mondiale di Roma all’epoca del Fascismo. Era dunque un fascista, come a quel tempo quasi tutti. Io personalmente ho sempre riconosciuto in lui una persona sensibile e buona, e così pensavo anche del commendatore Clemente Gandini, il suo fratellastro. Entrambi mi aiutarono, a differenza dei loro amministratori scribacchini, che erano gelosi delle attenzioni del Cini nei miei confronti.
Anche dopo la morte di mio padre i rapporti con i Cini non vennero mai meno. Ricordo ancora che nel Dopoguerra durante le feste natalizie, con mamma, prendevo il treno per Venezia per porgere gli auguri al conte. Arrivati alla stazione di Venezia prendevamo il vaporetto per il ponte dell’Accademia, i Cini abitavano lì vicino. Al suono del campanello si presentava uno della servitù, con una veste a righe bianche e rosse, con tanto di guanti bianchi. Il maggiordomo mi annunciava al conte. Dopo qualche minuto, da una larga scala, scendeva il Cini e ci portava in un salone tutto addobbato con tappeti e tendaggi. Io ero molto imbarazzato e a fatica riuscivo a vincere la timidezza, ma trovavo la forza per fargli i miei personali auguri. Inevitabilmente mi dava la “mancia” e felice tornavo a casa.
Iniziai le scuole elementari al Solario, condotto dalle suore della Misericordia. Entravo al mattino per uscire al pomeriggio. In quel posto si tenevano anche le adunate dei giovani balilla (ragazzini della mia età tutti vestiti di nero, con una grande X sul petto e il fez – un berretto nero con un fiocco che scendeva dietro alla testa). Così agghindati marciavamo su e giù per il piazzale davanti al collegio, di fronte a qualche autorità fascista in visita, anch’essa in divisa. Intonavamo inni, salutando col braccio destro alzato.
Nell’aprile del 1943 papà fu richiamato sotto le armi a Savona. L’8 settembre del ’43 ci fu l’armistizio e un pomeriggio ritornò, con uno di quei treni affollati che, all’epoca, si vedevano transitare di frequente. Aveva portato con sé un amico di Bologna che, dopo aver indossato vestiti borghesi per sfuggire al pericolo di essere fermato come disertore, era ripartito subito dopo. Papà tornò al suo lavoro presso i Cini.
Quelle che seguono ora sono le memorie degli oscuri e tenebrosi eventi che portarono papà ai suoi ultimi mesi di vita.
All’epoca dei fatti io avevo sette anni e abitavo con la famiglia presso la citata Amministrazione Cini. Per evitare il rischio delle incursioni aeree la mia famiglia andava a passare la notte in Costa Calcinara presso i nonni materni, vicino alla trattoria “Alla campana” che tuttora esiste. Il primo arresto di mio padre avvenne il 18 ottobre del 1944: ricordo solo di averlo visto prelevare dal cortile di casa e andar via tra due uomini vestiti di nero, armati di moschetto, con le biciclette a mano. Papà fu condotto nell’allora caserma dei Carabinieri – di cui i Repubblichini si erano impadroniti – che si trovava in via Garibaldi. Lo stesso giorno vennero arrestati altri 29 giovani, sospettati del fallito attentato al sottopassaggio della ferrovia in via Valli, avvenuto il 12 settembre 1944.
Trattennero mio padre per due giorni, durante i quali mia madre chiese inutilmente di potergli fare visita. Il 20 ottobre venne rilasciato. A casa ci assicurò di non aver commesso alcunché e di non sapere il motivo dell’arresto. Più volte il conte Cini gli consigliò di andare nelle sue tenute a Portogruaro dove sarebbe stato al sicuro, ma papà, nonostante temesse per la sua famiglia, si diceva convinto della sua innocenza.
Il secondo arresto avvenne soltanto otto giorni dopo, il 28 ottobre, quando con il pretesto di una serratura da riparare lo mandarono a chiamare; io, bambino, lo vidi lasciare casa con la cassetta degli attrezzi in mano.
Tra gli arrestati di quei giorni c’era anche Idelmino Sartori. Nel libretto di nozze – in cui mio padre era solito annotare gli eventi più importanti della sua famiglia – lo indicò come responsabile del suo arresto scrivendo “…fermato per conto di mio nipote Mino”. La frase si spiega con le voci che circolarono a Monselice in quei giorni secondo le quali prima del 12 settembre, giorno in cui i partigiani tentarono di sabotare il ponte della ferrovia in via Valli, mio padre, salendo sul Monte Ricco con il camioncino del Conte, aveva trovato dell’esplosivo e l’aveva consegnato al nipote. E’ probabile, quindi, che quest’ultimo, picchiato e costretto a parlare, abbia indicato lo zio come fornitore dell’esplosivo usato per il sabotaggio.
Rividi mio padre qualche giorno dopo, per l’ultima volta, in Costa Calcinara, accompagnato da due guardie mentre, salito sul granaio della casa dei nonni, gettava di sotto dei copertoni, forse nel vano tentativo di corromperle. Altro non sono riuscito a sapere su quel gesto, che rimane tuttora inspiegabile.
Tutti gli arrestati furono condotti nel carcere di Padova e interrogati dal Prefetto di Padova e dal podestà di Monselice Bruno Barbieri. Ricordo che, dopo qualche giorno, mia madre si recò a Padova per portare, come le era stato detto, un pacco con vestiti pesanti, ma non le fu permesso di vedere papà.
Il 25 novembre furono tutti condotti al campo di smistamento di Bolzano da cui partivano i convogli per i vari campi di concentramento. Mio padre e altri 7 degli arrestati, quelli dichiarati più pericolosi, furono destinato al campo di sterminio di Mauthausen in Austria, dove giunse il 19 dicembre. Come si legge in molte testimonianze di sopravvissuti che ricordano i prigionieri di Monselice, il viaggio verso Mauthausen fu durissimo. Durante il tragitto, per evitare le incursioni aeree a cui era sempre più spesso sottoposta la ferrovia, vennero trasportati in carri, ammassati 50 per ognuno, senza servizi e cibo per 5 lunghi giorni. Giunti a destinazione i deportati venivano trattenuti in quarantena per 15 giorni nel campo principale per poi essere distribuiti ai vari campi di lavoro secondari.
Il 29 dicembre mio padre fu destinato al sottocampo di Gusen, dove i prigionieri erano impiegati per scavare gallerie che avrebbero poi ospitato le fabbriche per la costruzione di pezzi d’armamento pesante. Lavoravano giorno e notte, al freddo, dormivano poco, erano malnutriti; quando si ammalavano venivano trasferiti di nuovo al campo principale e lasciati morire al “campo sanitario”. In questo luogo il 13 marzo del ’45 morì anche papà; il documento che ne certifica la morte indica come causa del decesso “sepsi phlegmone” (cancrena) alla coscia sinistra.
Io e mia madre a Monselice non sapevamo nulla del tragico destino di mio padre; pensavamo sempre a lui, anche se la guerra faceva sentire le sue terribili conseguenze anche nel nostro paesetto, soggetto a frequenti quanto devastanti bombardamenti.
Io, mio fratello Gabriele e mamma nel frattempo avevamo lasciato anche Costa Calcinara ed eravamo sfollati in via Arzerdimezzo, in una fattoria in mezzo ai campi, presso un certo Albertin. Ogni notte gli allarmi ci costringevano a scappare di corsa e a rifugiarci nei fossati fino a quando cessava il pericolo. Qualche notte l’abbiamo passata anche nella stalla di Niceto sulla paglia, vicino alle mucche.
Tra varie disavventure eravamo giunti, sani e salvi, all’aprile del 1945. La mia famiglia, compresi cugini zie e nonni, trovò riparo nel rifugio in cava della Rocca, già stracolmo di monselicensi alla ricerca di un luogo che fosse al sicuro dai bombardamenti. Dopo qualche giorno venimmo informati che colonne motorizzate di soldati americani, provenienti da Rovigo, erano alle porte della città. Ci sembrò di rinascere. Sentimmo che il pericolo era passato. Ora gli aeroplani che solcavano il cielo non ci spaventavano più; andavamo incontro con grida allegre alle colonne interminabili di carri armati e camionette da cui i soldati americani lanciavano tavolette di cioccolata, barrette di chewing-gum – a noi bambini sconosciuto – pacchetti di sigarette. Il paese era in festa, finalmente libero dalla dittatura e dalla guerra e specialmente per noi bambini era tornato il tempo dei giochi spensierati.
Mamma non smetteva di pensare a papà; di lui non sapeva nemmeno se fosse ancora vivo, ma nutriva ogni giorno la speranza di poterlo riabbracciare e di ricominciare a vivere sereni insieme. Invece trascorsero i giorni, diventarono mesi, e la possibilità di rivederlo si fece sempre più labile. Dopo qualche mese le speranze svanirono e le sue spoglie restarono per sempre in terra austriaca, con l’unica consolazione del suo ricordo, sempre in me vivissimo. “Penso che un giorno lo rivedrò e così me lo godrò”.
La mia vita tuttavia proseguì, il tempo passò, divenni un uomo e mi creai a mia volta una famiglia, con il pensiero costantemente fisso su mio padre, che non avrebbe potuto assistere alle mie conquiste. Ancora non sapevo che ero destinato a fare alcuni incontri che mi avrebbero cambiato la vita. Ricordo infatti che nel settembre del 1999, alla commemorazione annuale al tempio dell’Internato Ignoto a Terranegra conobbi Luigi Bozzato, il quale organizza ogni anno una visita ai campi di concentramento di Mauthausen e di Dachau; quel giorno m’invitò a casa sua per illustrarmi la vita nei vari campi di internamento e di sterminio. Accettai di partecipare e partii l’otto aprile del 2000, a notte fonda, con mia moglie, mio figlio Alfredo e mia sorella Giannina. Abbiamo visitato il campo di Dachau in un paio d’ore, con il signor Bozzato a farci da guida. La cosa più interessante rimasta è il museo. Del terribile campo di concentramento rimangono solo le fondamenta delle baracche e i locali con i forni crematori, che entrammo a vedere.
Il mattino successivo arrivammo a Mauthausen. E’ questa una cittadina sulle rive del Danubio. Alla fine di una strada in salita si trova una fortezza con delle mura e torri: il campo. Stavo percorrendo i luoghi dove mio padre 55 anni prima era vissuto, da martire, per 84 giorni. Le parole non riescono a descrivere l’emozione, l’afflizione che provavo mentre varcavo la porta d’entrata, con in mano la telecamera che trattiene tutto ciò che la memoria da sola non può contenere. Deponemmo, come a Dachau, una corona al monumento ai caduti italiani, poi proseguimmo per poter visitare ogni parte di questo luogo terribile.
Il vero e proprio campo di sterminio presenta sulla destra un muro dove sono appese molte lapidi, scritte in varie lingue; davanti a noi si apre la grande piazza dell’appello, mentre sulla sinistra si possono vedere 3 baracche originarie che contengono ancora letti, panche e altri oggetti. Ho visto le docce, dove venivano mandati i prigionieri al loro arrivo; le cucine; le carceri, le camere a gas, i forni crematori, l’angolo delle esecuzioni. Altri locali sono stati destinati ad ospitare il museo, costituito da un’agghiacciante raccolta di foto, plastici della struttura del campo, abiti appartenuti ai deportati, sgabelli per torture. E’ proprio qui che feci una scoperta straordinaria. Entrando in una stanza vidi al centro una teca trasparente; dentro stava un recipiente destinato in origine a contenere il ZYKLON-B, i cristalli neutralizzati di gas usati nelle camere a gas e dove erano stati successivamente riposti i bracciali dei prigionieri. Osservai le piastrine di metallo dove stavano impressi i numeri dei deportati, e uno in particolare mi colpì: aveva i numeri 11, esattamente come quello di papà, poi 3896. Chiesi a mio figlio di fotografarlo poi uscii, col cuore in gola, seguendo la comitiva che si allontanava. La foto scattata fu provvidenziale. Mi permise infatti di confrontare, a casa, quei numeri con le informazioni in mio possesso inviatemi dalla Croce Rossa svizzera nel ’47; la scoperta mi sbalordì e mi riempì gli occhi di lacrime: il numero che era stato attribuito a mio padre nel campo di concentramento era proprio “113896”. Scrissi subito al Museo di Mauthausen, che ha sede a Vienna, per avere il bracciale.
Dopo giorni di ansiosa attesa una mattina il postino ci consegnò un pacchetto e dopo averlo aperto, tra mille dubbi e tentennamenti, mi ritrovai tra le mani il bracciale di papà. All’interno della cinghietta c’erano ancora tracce di terra e sul bottone le iniziali della AEG, grande industria tedesca; sulla piastrina era inciso il numero di riconoscimento “113896”.
Sembra un racconto incredibile, ma le cose andarono proprio in questo modo. Il quotidiano “Il Mattino di Padova” dedicò alla storia di mio padre e del nostro “incontro” un bell’articolo che custodisco gelosamente e che fu riportato anche dalla pubblicazione locale “La Piazza”.
Conservo teneramente e allo stesso tempo gelosamente nel cuore la memoria di tutte queste vicende e arrivo a convincermi che mio padre, con il suo quotidiano dolce pensiero rivolto ai suoi tesori, ci abbia in qualche modo fatto pervenire, a distanza di molti anni, attraverso quell’umile bracciale, una testimonianza del suo grande amore. Non posso negare che la sua mancanza abbia lasciato un vuoto, l’assenza di un punto di riferimento incolmabile nella mia vita. Quanto avrei avuto bisogno di lui in certi momenti…
Ma saperlo ora riconosciuto partigiano e valoroso caposquadra della 4^ brigata “Garibaldi” di Padova, mi ricompensa in parte di tanto dolore e il suo ideale mi riempie d’orgoglio. Devo essere fiero e onorato di essere figlio di un coraggioso ed eroico difensore della libertà e della democrazia nella nostra patria.”
Enrico Dalla Vigna
Era nato a Padova il 3 febbraio 1925 e studiava da geometra. La sorella Mariuccia ci racconta:
“Ricordo ancor’oggi mio fratello Enrico con la tenerezza di una bimba, come ero allora. Avevamo molti anni di differenza, lo amavo di un affetto intessuto d’ammirazione e timidezza. Era un ragazzo intelligente, spigliato. Amava la musica, suonava la fisarmonica. Possedeva una moto Guzzi che lucidava con cura nei finesettimana. Era un giovane atletico e sportivo, che d’inverno si recava a sciare a Cortina. Frequentava un gruppo di amici, tra cui Girotto e Bernardini, che spesso invitava a casa; lui prendeva la fisarmonica, qualcuno strimpellava una chitarra. Io li ascoltavo; chiacchieravano fino a notte fonda. Ma oltre a tutto questo Enrico possedeva pure un innato senso della patria, uno spirito battagliero, che purtroppo sarebbe stato anche la causa della sua morte.
Io, che nel 1943 avevo 6 anni, di certo non potevo essere a conoscenza della vita segreta di mio fratello. Sapevo che, da ragazzo intraprendente che era, si era guadagnato la fiducia dei tedeschi. Non parlava la loro lingua, ma aveva dimestichezza con l’inglese e il francese e ispirava simpatia. Possedendo la patente, gli era stato affidato un lavoro da autista presso il comando tedesco della zona. Quando però calava la sera, con quella stessa macchina, partiva senza dire dov’era diretto, sempre con qualche fagotto tra le braccia.
Rivedo mia madre, con gli occhi dolci velati da una muta preoccupazione, chiedergli spiegazioni. Ma lui, sorridendo, le sfiorava una guancia. Le spiegava che lui non se ne sarebbe rimasto con le mani in mano a sopportare l’occupazione nazi-fascista. Le sue parole vibravano d’energia e orgoglio. Forse mamma intuiva il pericolo. Nulla però avrebbe impedito a Enrico di adempiere a quello che lui riteneva essere un dovere. Ci riuscirono i fascisti.
Una notte, era forse il 14 ottobre, le brigate nere si presentarono a casa nostra, entrarono prepotentemente e perquisirono la casa. Picchiarono mio fratello e poi lo trascinarono via, seminudo, com’era quando s’era alzato dal letto. Mamma cercò di fermarli, ma quelli impietosamente percossero anche lei, col calcio di un moschetto. Portarono Enrico alla caserma dei carabinieri. Quella sera, in quelle circostanze angoscianti, vidi mio fratello per l’ultima volta.
Mio padre fece invano innumerevoli tentativi di riabbracciare il figlio; ogni giorno si recava alla caserma e si informava sulla sua salute. Arrivò anche, nell’estremo, disperato sforzo per salvare la vita al figlio, ad offrire del denaro a Cattani (il comandante delle brigate nere a Monselice). La mia famiglia infatti possedeva una fiorente ditta commerciale e all’epoca i soldi non ci mancavano. L’ufficiale si lasciò corrompere e arrivò anche a promettere di organizzare un’evasione dal convoglio ferroviario che lo avrebbe portato in Germania. Non mantenne mai la sua promessa e mio fratello finì in un campo di sterminio, dove terminò la sua coraggiosa esistenza.
Scoprimmo allora la gran parte che aveva avuto mio fratello nella lotta per la Resistenza; capimmo che, quando lo vedevamo partire alla chetichella, stava svolgendo la sua attività di corriere segreto. Era una delle cosiddette “staffette”. Caricava sull’auto vestiario e cibarie, per trasportarle alle postazioni in montagna. Qui stavano i soldati inglesi che si paracadutavano e si nascondevano.
Oggi rileggo le sue lettere, un tesoro prezioso; Enrico scriveva della sua speranza, che a tratti sembrava farsi certezza, di tornare. Ma forse, dovendo anche superare la censura dei controlli tedeschi, si mostrava impavido e allegro soltanto per alleviare il nostro dolore. Rileggo con commozione del suo amore tenace per la fidanzata, del suo affetto sincero e grato di figlio. Non dimenticava mai, inoltre, un bacio per me, la sua Mariuccia.
Ricordo anche che a mezzanotte, seduto, con l’espressione attenta, davanti alla radio ascoltava le notizie di Radio Londra; poi fuori, per i suoi viaggi misteriosi. Ho anche immaginato, alla luce di quanto è accaduto a mio fratello, che le sue riunioni con gli amici celassero le sue reali attività. Probabilmente facevano il punto delle loro azioni sovversive, si passavano gli ordini e le consegne. Ai miei occhi erano semplicemente un’allegra brigata che schiamazzava e si divertiva.
Fu questa consapevolezza a togliere ai miei genitori ogni speranza di rivederlo, soprattutto quando non giunse più alcuna lettera. Vidi mia madre spegnersi, lentamente. Sedeva alla finestra, con lo sguardo assente e la sigaretta perennemente accesa tra le dita. Mi diceva: “Ora viene, Enrico, vedrai!”. Compresi che mio padre, dopo avere impiegato ogni sua energia per ritrovare Enrico, si era chiuso in un dolore silenzioso. Aveva riposto tutte le sue speranze e ambizioni in quel figlio amato.
Tutto ciò accadde prima ancora che sapessimo della sua morte. Un giorno ci recapitarono un telegramma inviatoci dalla Croce Rossa svizzera. Ci informava della dipartita di Dalla Vigna Enrico. Era stato giustiziato in uno dei forni crematori di Gusen il 3 febbraio 1945.”
Lettere scritte dal carcere di Enrico Dalla Vigna
La sorella Maria ci ha consegnato le lettere scritte dal fratello dal carcere di Padova e di Bolzano. Quasi tutte sono state scritte su fogli di fortuna, di tutte le forme. Quelle provenienti dal carcere di Bolzano recano le indicazioni di quel carcere. Spesso venivano nascoste tra i vestiti per sfuggire alla censura. Le pubblichiamo senza nessuna omissione da parte nostra.
Lettera n.1 – [ senza data e senza luogo; probabilmente è stata scritta nel carcere di Padova nel mese di ottobre 1944]
Caro papà,
Non so come ringraziarti per le cure che hai verso di me. Assicura mamma di non impensierirsi. Non posso scrivere di più, perché non è permesso. Spero in bene. Ti do una nota di cose che mi servono. 1) Una o due “forette” per mettere dentro roba; 2) un po’ di sale per salare; 3) Zucchero; 4) Qualche giornale o rivista; 4) se puoi mandare un centinaio di lire in carte da 10 e un po’ di moneta in franchi, una decina di lire e se si può una matita e carta da scrivere e carta igienica. Vai da Gagliardo in via S. Luigi e ….. che mandino a Tranquillo [Gagliardo] delle sigarette e della roba da cambiarsi; assicuragli che sta bene. Di a mamma di andare da Anna e salutamela e avvisala che sono sempre vivo per lei e per voi tutti. Qui il sole si vede a scacchi. Tuo figlio Enrico
Lettera n.2 [ senza data e senza luogo; probabilmente dal carcere di Padova ]
…. sento che presto sarò di ritorno. Saluta e bacia Anna e dille che la penserò anche lontano in terra straniera, tenetevela vicina, fatelo per me, vostro figlio, pel vostro Richetto. In ogni caso mandami questa roba. Bisognerebbe che potessi avere un ventimila (20.000) lire che mi possono servire assai. Cerca in qualche maniera di farmeli avere con 1) Zaino e valigia; 2) Il paltò con pelliccia e ti ritorno quello che ho; 3) Calzettoni; 4) maglie di lana da cambiarsi; 5) Maglione blè; 6) Mutande grosse: due o tre; 7) Una giacca grossa; 8) Quel paio di pantaloni da sci, i più buoni; 9) Una sciarpa di lana; 10) 4 o 5 fazzoletti; 11) guanti di pelle grossi e quelli di lana; 11) Da mangiare per alcuni giorni: pane, alcuni vasetti di marmellata, zucchero, sale ect. Non mi resta altro da dirvi, altro che abbracciarvi forte forte e dirvi coraggio e a presto. Baci a Mariuccia che sogno e a Giovanni e Antonietta saluti cari. Vostro Enrico.
N.B. Anche la macchinetta per la barba, sapone, pennello, due pacchetti di lamette buone, un altro asciugamano e uno specchietto. Dentro troverai un secondo biglietto di Sartori….
Lettera n. 3 [Dal carcere di] Padova, 22 ottobre 1944
Cari genitori,
Oggi, questa lettera mi è stata permessa di scrivervela dalla scuola del carcere. Sono su di un’aula; sui banchi e questo mi ricorda la scuola; la scuola tanto odiata ma ora tanto desiderata. Sto bene, anzi desidero che vi rasserenate. Ho capito in questi momenti che il babbo mi vuol tanto bene e si sacrifica ogni giorno per portarmi qualche cosa da mangiare e questo per me vuol dire già molto, perché quando mangio penso alle care mani che la cucinano, le tue o mammina mia. Papà mandami sempre il latte caldo e qualche volta qualche uovo dentro. Saluta Giovanni, Antonietta, bacia Mariuccia; a te mamma e a papà un forte abbraccio da vostro figlio N.B. Mamma fa leggere anche ad Anna [la fidanzata] queste poche righe che ora le scrivo e tieni sempre vicina quella cara creatura. Cara Anna, nei momenti in cui il mio pensiero vola ai miei ricordi: uno fra i primi sei tu. Sai che siamo legati da un vincolo indissolubile, dunque sta ora in te sapere mantenerti al posto che si deve. Devi essere una donna e non più una ragazzetta da giro tondo. Segui sempre i consigli di mia madre e vedrai che saremo felici. Saluta i tuoi di casa e a te un lungo
Lettera n.4 [Dal carcere di ] Padova 12 novembre 1944
Caro papà,
Oggi due dei miei compagni Gagliardo e Nin, che stanno vicini di casa in via S. Luigi sono andati a colloquio. Non puoi immaginare l’ansia e il desiderio di sapere novità che ci pervase. Quando sono tornati ho saputo che le loro sorelle erano riuscite ad avere questo colloquio dal tenente Matt del Comando S.S. tedesco. Hanno detto che questa settimana si parte per la Germania; però Gagliardo e Nin Fulvio non vengono in Germania, ma vanno a Bolzano a lavorare e questo a merito delle loro sorelle che sono riuscite a commutare e alleviare la pena. Sartori, Bernardini Alfredo (l’autista di Cini), Barzan, Greggio e Salvagno [Ghirotto] Luciano, andranno in campo di concentramento in Germania e il rimanente, io compreso, ai lavori in Germania. Io non so come siano riuscite a commutare la pena le sorelle di Gagliardo e Nin, ma ho pure sentito che tu hai tentato in mille maniere assieme a Baveo. Se tu provassi alle S.S. da questo Matt per intercedere la pena o almeno il colloquio, che è lui che lo dà. Io non so come ringraziarti per quello che hai fatto per me. In ogni caso se partirò per la Germania sono in compagnia e non dispero, anzi tutt’altro, di tornare presto fra voi. Io sto benissimo di salute e morale, come i miei compagni. Papà è qui che si prova la vita; qui si vedono grandi e piccoli, spavaldi e miti, gentiluomini e assassini, pregare e implorare il Signore alla sua santa misericordia. Convertiti, ci vuole un po’ di fede per ottenere certe volte l’impossibile. Di a mamma che ogni sera diciamo il S. Rosario con la mia corona e in quei momenti mi sento tanto e tanto vicino a voi. Di a mamma che mi sento il Signore vicino che non tremi per me che …..
Lettera n.5 – Dalla Vigna [Dal carcere di] Padova 24-11- 1944
Cari genitori,
Siamo giunti al giorno che devo partire. Sono tranquillo. Non state in pena per me. Non so ancora dove andremo con precisione. Se in Germania, a Bolzano o Ferrara. Domani mattina io, Gagliardo, Rocca, Greggio, Sartori, Barzan e Girotto solamente andiamo via. Scrivo con pochissima luce. Tutti siamo allegri e contenti sicuri che presto ci rivedremo statene certi. Mamma non piangere, io non piango, il Signore è con noi e ci guiderà nel nostro cammino. Tengo sempre il S. Rosario ed è in esso che ripongo le mie speranze. Papà non ti rimprovero, anzi ti sarò in eterno riconoscente per quello che hai fatto per me. Ho sentito in questi giorni di amarti veramente e porto con me tutto l’affetto di un figlio. Mille e mille cose vorrei dire ma mi si fermano in gola. Mamma devi promettermi, perché anche in questo momento non l’ho scordata, di tenerti vicina Anna. Devi tenertela vicino il più possibile. Mamma dolce nome che sussurro dolcemente come non mai. Ora ti ripeto non stare in pensiero che ci rivedremo presto. Fa leggere anche ad Anna ciò che le scrivo.
Ti bacio assieme a papa e a Mariuccia….
Cara Anna,
Mille cose vorrei dirti, ma tu le immagini. Sono raccomandazioni che ti feci mille volte. Ti amo Anna, anche se il Signore ci separa. La lontananza non spegne i cuori. Se tu ami veramente devi capire. Troverai in mia madre la persona da consolarti, amala, e consolala prega il Signore e vedrai che tornerò. Saluta babbo, la tua mamma Argia, Daria e tutti, a te un bacione e un arrivederci a presto.
Lettera n. 6
POL. – DURCHGANGSLAGER – BOZEN
Campo di concentramento Bozen
ZENSURIERT 05.12.44
Alla famiglia Besutti, Via Costa Calcinara
Monselice
Gentile famiglia,
Colgo l’occasione per scrivervi da un campo spinato ove sono arrivato. Vi ricordo anche qui. Io sto bene, come spero tutti voi. A te Anna, persona dei miei sogni un saluto a un bacio rivolgo in particolare e un consiglio da sincero fidanzato, sii fedele. A voi Aldo, Ermelinda, Argia, Daria e Cesarino un saluto che vi giunge sinceramente e devotamente dal cuore.
Lettera n.7
POL. – DURCHGANGSLAGER – BOZEN
Campo di concentramento Bozen
ZENSURIERT 06.12.44
Alla famiglia Dalla Vigna Giovanni, Via San Martino 8 Monselice
Carissimi genitori,
Non so precisamente cosa dirvi, vi basti sapere anzitutto che sto bene e godo ottima salute. Non state in pensiero per me. Sono assieme ai miei compagni e sono ancora alto di morale. Il mio amico intimo è Bernardini Alfredo che papà conosce, e mi sembra di avere te papà vicino. Mamma saluta Anna e tienila vicina, penso sempre a voi e vi sento vicino nelle mie preghiere. Pregate anche voi che torni presto fra le vostre braccia. Mandate a mezzo vaglia o altro mezzo tre o quattro mila lire sul mio conto; mandate: pane, marmellata, zucchero, sale, formaggio, sapone …. un pacco che mi arriva qui al campo, non c’è limite di peso, mandate mutande lunghe, flanelle da cambiarmi, guanti, passamontagna, lamette per la barba, calzettoni, aghi e filo e la valigia grande. Papà rivolgi anche tu la tua anima al Signore ed egli ci esaudirà. Saluti a tutti, a Giovanni, Antonietta un bacio ad Anna, un bacione alla mia Mariuccia e a te mamma; e papà un abbraccio forte forte dal vostro Enrico.
[ In fondo alla lettera con calligrafia diversa] “Pol. Durch gangslager Bozen – Bolc G”
Tranquillo Gagliardo
Era nato a Monselice il 30 agosto 1916, di professione faceva il radiotecnico. Dalle notizie assunte sembra che abbia avuto un ruolo determinante nel movimento partigiano monselicense. Aveva imparato dal frate Damaso, del convento di Monselice, le tecniche per costruire una radio rudimentale. Con il suo grande amico Tiberio Bernardini, ne aveva costruita una. Con questo apparecchio erano in contatto con il comando del CNL. La moglie di Tiberio ci confida che il marito e Gagliardo ascoltavano spesso Radio Londra e diramavano i messaggi cifrati ai partigiani. Poche le informazioni che siamo riusciti ad avere sulla sua attività, in quanto la madre, forse prostrata dalla tragica fine del figlio, ha preferito chiudersi in se stessa.
Da tempo Tranquillo viveva alla macchia e sospettava di essere pedinato. Non dormiva a casa, ma proprio quella sera era tornato dalla sua famiglia e lì è stato arrestato. Morì nel campo di concentramento di Gusen, l’11 aprile 1945.
Luciano e Dante Girotto
Luciano Girotto era nato a Monselice il 14 dicembre 1918 e faceva l’agricoltore mentre il fratello Dante era nato il 14 luglio 1920. Il fratello Giuseppe ci ha inviato la seguente testimonianza.
“Mio fratello Dante Girotto era stato inviato giovanissimo a combattere sul fronte greco-albanese. I fascisti di Monselice covavano un odio tenace per la famiglia, perché si era sempre dichiarata ostile alla dittatura. Inviavano di frequente delle lettere anonime agli ufficiali al fronte perché spedissero Dante in prima linea.
In un torneo di calcio, disputato a Tirana tra le Divisioni dell’Esercito italiano, mio fratello portò la sua squadra alla vittoria ottenendo così una licenza premio. Durante la sua licenza sopravvenne il crollo del fascismo, cui fece seguito l’armistizio dell’8 settembre ’43.
Anche Luciano, pure lui soldato, era allora in congedo tra i suoi cari. Come accadde per molti militari, i due fratelli non vollero arruolarsi nelle file nazi-fasciste ed entrarono in contatto con i gruppi partigiani della zona e con il CNL. Luciano divenne il capo della Resistenza nel territorio di Monselice.
Verso la fine del ’44 le persecuzioni dei repubblichini divennero sempre più spietate. Per un mese intero Luciano e Dante furono costretti a dormire nel cimitero del paese, vicino a casa nostra, in via Orti, per evitare i rastrellamenti.
La notte del 17 ottobre decisero, nonostante le insistenze del padre, di rimanere in famiglia; da un po’, infatti, non si effettuavano più retate. Furono sorpresi e arrestati con un tranello teso da un loro amico già caduto in mano ai fascisti; quest’ultimo li chiamò dalla strada e si fece aprire il cancello. Si trovarono così i mitra puntati contro e la casa circondata.
Ho spesso sentito raccontare da mamma che, tra coloro che minacciavano anche lei con le armi, riconobbe giovani alle cui madri, in più occasioni, aveva donato pane, farina e legna per sfamare e riscaldare la famiglia.
Furono portati alla caserma di Monselice e poi trasferiti alla casa di pena di Padova, dove furono interrogati e torturati; a Dante fu concesso di vedere i genitori prima di essere spedito in Germania. Ad essi rivelò di aver visto il fratello Luciano con la testa fasciata di bende sanguinanti; mentre veniva condotto via, lo udì gridare “Alfio ci ha traditi…Ha detto ai tedeschi cose non vere e ha fatto nomi”. Qualche giorno dopo gli 8 partirono per Bolzano e da là furono avviati ai campi di sterminio nazisti, altri invece furono liberati.
Luciano fu portato nel campo di concentramento di Melck, dove morì il 21 febbraio 1945. Dante invece, secondo notizie attinte dal Vaticano, sarebbe morto straziato da una bomba caduta sul campo di sterminio dove era rinchiuso, dopo aver avuto il conforto di un sacerdote cattolico tedesco.”
Dino Greggio
Era nato a Monselice il 22 febbraio 1924 e faceva l’agricoltore. Il fratello Liliano ci ha rilasciato qualche ricordo.
“All’epoca dei fatti io avevo 16 anni. Abitavo con mamma, mio fratello Dino e mia sorella in Argine Sinistro, dove vivo tuttora; vista la mia giovane età, Dino non mi aveva mai coinvolto nella sua attività con i partigiani della zona. Tuttavia lo sentivo spesso discutere con i suoi compagni quando si incontravano a casa nostra. In una di queste occasioni sentii anche parlare del progetto per sabotare il ponte ferroviario di via Valli. Ricordo bene che il giorno dell’arresto vennero alle prime ore del mattino, mentre ero a letto con la mamma. Proprio quella sera avevo la febbre altissima a causa di un’influenza. Una ventina di fascisti circondarono la casa, entrarono e ci fecero alzare. Ci permisero di vestirci, ci ammanettarono e ci trascinarono fuori di casa. Mi concessero di accompagnare la sorellina Franca da un cugino e poi ci condussero alla caserma dei carabinieri. Quella sera stessa, senza essere nemmeno interrogati, io e Dino fummo fatti salire su un camion coperto e portati alla casa di pena di Padova. Io non fui mai interrogato o picchiato, come invece riporta il giornale; forse fummo tra gli ultimi ad essere arrestati. Mamma fu trattenuta nella caserma di Monselice per qualche giorno, mentre nella nostra casa i fascisti proseguivano nella perquisizione. Cercavano invano le armi che Dino aveva nascosto dentro il muro.
A Padova ci separarono. Io fui portato in una stanza, con una quarantina di altri minorenni. Eravamo costretti a dormire su materassi improvvisati, buttati a terra; dovevamo espletare le nostre funzioni corporali in un angolo. Ogni mattina potevamo uscire per mezz’ora d’aria nel piccolo cortile, dove impiccavano, al giorno, 3, 4 persone.
Un prigioniero civile che si chiamava “Lula” Polato, addetto alle pulizie e quindi dotato di una certa libertà di movimento, ci teneva aggiornati su ciò che accadeva nel carcere. Tra i giovani detenuti c’erano anche molti tedeschi, probabilmente dei disertori. Questi, con la complicità di “Lula”, scambiavano il loro pane con gli italiani; in cambio ricevevano delle lamette per radersi, che a loro non era permesso tenere.
Ogni 10 o 15 giorni mia madre mi portava un pacco con un po’ di cibo, una concessione fatta solo ai minorenni. Rimasi in prigione 46 giorni, nutrendomi con un quinto di latte, una michetta di pane o un pugno di riso al giorno. Quando mi scarcerarono pesavo 45 chili.
Dopo il mio arrivo a Padova, non vidi e non seppi più nulla di mio fratello per 40 giorni, finché non mi diedero il permesso di salutarlo, prima che partisse per Bolzano. Lo scortarono presso di me due tedeschi. Aveva il viso sanguinante; l’avevano picchiato e torturato con le scosse elettriche. Ricordo che mi abbracciò e mi baciò, imbrattandomi di sangue. Mi disse: “Non preoccuparti per me che io ormai sono destinato a fare una brutta fine, ma tu devi dire sempre che non sai niente. Salvati almeno tu e porta avanti il nostro nome. Non ci vedremo più”.
Mi raccomandò anche di non compromettermi e di non farmi coinvolgere in rappresaglie; lui e i suoi compagni conoscevano già il nome della spia e se ne sarebbero occupati. Quella fu l’ultima volta che vidi mio fratello.
Dopo pochi giorni fui condotto in un’ampia sala, per essere interrogato. Rimasi in piedi al centro dello stanzone per più di un’ora, mentre, seduti attorno, tedeschi e fascisti mi rivolgevano a turno delle domande. Mi chiesero di confessare ma continuai, imperterrito, a sostenere di ignorare le attività di Dino. Mi domandarono: “Vuoi che ti mandiamo a combattere? Vuoi restare qui come ostaggio e, se succede qualcosa nel tuo paese, ti ammazziamo subito?”. Mi proposero pure di lavorare al loro servizio, ma risposi: “Fate ciò che volete. Io non so niente. Non ho fatto nulla.”
Alla fine uno degli uomini presenti, un uomo alto e robusto, si alzò in piedi. Mi disse che ero stato fortunato; potevo prendere le mie cose e andarmene. Obbedii e, a piedi, lungo l’argine del canale Bisatto, tornai a casa da mia madre. Mio fratello invece morì a Solvay (nome in codice per il campo Ebensee) il 18 aprile 1945”.
Settimio Rocca
Era nato a Monselice il 24 settembre 1919, faceva l’elettricista. Il nipote Alberto Soloni ci racconta:
“All’epoca dell’arresto dello zio, io avevo 6 anni. Vivevo con la numerosa famiglia in via Belzoni, vicino alla trattoria al Cavallino. Dormivo nella stessa stanza dello zio, assieme a mia madre e alla nonna. Ricordo che una notte, sentendo suonare alla porta, mamma scese le scale e aprì. Sulla soglia stava un gruppo di guardie repubblichine che chiedevano di Settimio. Aperta la porta, entrarono coi mitra ancor prima di ottenere risposta. Mentre rovistavano ovunque, mia madre corse in camera, svegliò il fratello e gli chiese delle spiegazioni. Settimio si alzò. Si precipitò al balcone che si affacciava sul cortile del Cavallino, dove all’epoca aveva la bottega un artigiano che lavorava il gesso. Schiuse di poco le imposte, vide che le guardie si erano appostate anche lì. Allora sospirò e disse: “Ormai è troppo tardi”, e si rimise a letto.
Durante quell’incursione delle brigate nere, la mia famiglia aveva un ulteriore motivo per temere. Rammento infatti che a quei tempi offrivamo ospitalità ad una donna ebrea, una certa Agnes, e al figlioletto Corrado. Non ho mai saputo da dove venissero e in quale modo li avessimo conosciuti; entrambi dormivano in uno stanzino scuro, senza finestre, nascosto tra la mia camera e quella delle zie.
Fortunatamente le guardie non si accorsero di quel bugigattolo. Ordinarono a Settimio di alzarsi e di vestirsi. La sorella gli consigliò di indossare il cappotto e pure il cappello, perché faceva freddo. Lo accompagnò fuori. Riconobbe, tra le guardie che lo scortavano, due volti noti del paese e ad uno di loro chiese il motivo di quell’arresto. Le risposero, con espressione grave, che purtroppo si trattava di una questione molto seria.
Mi sovvenne allora che, nei giorni antecedenti a quell’episodio, avevo assistito ad una lite accesa tra lo zio Jago, la zia Orfea e Settimio. Quest’ultimo, infatti, era tornato a casa, una sera, in compagnia di un pilota inglese. Si trattava, probabilmente, di uno dei due piloti che, secondo testimonianze che ascoltai in seguito, si era paracadutato in zona. Il fatto era forse avvenuto durante un duello aereo in località Vetta; oppure il soldato era caduto nei pressi di Marendole. Si disse che il secondo pilota scappò verso le campagne di Ferrara e fu poi catturato. Appena fece buio Settimio lo condusse al sicuro, non so se all’eremo del Monte Rua o all’abbazia di Praglia. La famiglia temeva che Settimio si sarebbe cacciato nei guai. Lo zio fu portato alla caserma di Monselice in via Garibaldi e il giorno successivo fu trasferito alla prigione di Padova. Una delle sorelle, Orfea, andò a trovarlo uno o due giorni dopo il trasferimento; non è certo se riuscì a vederlo, ma quando tornò aveva con sé della biancheria sporca che Settimio le aveva consegnato. Sapeva già di dover partire per Bolzano. Nascosto tra i calzini arrotolati c’era un foglio scritto ma non ho mai saputo cosa contenesse. Da quel giorno non sapemmo più nulla. Un giorno, era appena finita la guerra, mentre guardavamo i carri armati che provenivano da Padova, accadde un fatto particolare. Uno dei mezzi interruppe la sua marcia e ne scese un inglese; si avvicinò a mia nonna, la baciò su una guancia e la ringraziò con calore. Probabilmente, era il pilota che Settimio aveva salvato. Oggi quelli che ancora ricordano quei giovani affermano che erano troppo incoscienti e sventati; s’incontravano al “Caffè Bedoin”, in centro a Monselice, e parlavano in modo troppo scoperto e disinvolto della lotta partigiana, invitando anche gli altri ad unirsi a loro. Mio zio morì a Gusen il 3 febbraio 1945”.
Idelmino Sartori
Idelmino era nato a Monselice il 22 agosto 1919 ed era il secondogenito di Giovanni Sartori. Il padre era proprietario del “Caffè Bedoin”, che era situato dove ora c’è il Bar Grand’Italia, nell’attuale Piazza Mazzini. In paese i Sartori era noti a tutti per essere gente benestante e tranquilla, dei gran lavoratori.
Da ragazzo, ancora studente, aiutava la famiglia lavorando nel locale. Era noto per essere un giovane coscienzioso, di natura mite. Serviva i caffè, chiacchierava del più e del meno con i clienti abituali. Nel tempo libero frequentava gli amici, cui spesso riservava un tavolino e un bicchierino d’annata. Il bar sarebbe presto diventato il ritrovo per gli amici partigiani di Mino, che commentavano gli eventi e prendevano decisioni.
Il 18 ottobre del 1945, nella notte, una squadra di brigate nere fece irruzione nella sua abitazione. Mino, come veniva chiamato affettuosamente, abitava sopra il caffè. Viveva con i genitori, i fratelli Pietro e Giancarlo, e una cugina, loro ospite.
L’incursione notturna dei fascisti creò un gran trambusto. Iniziarono a perquisire ogni angolo della casa; rovesciarono i materassi, rovistarono negli armadi. Al minimo cenno di protesta del ragazzo o dei suoi familiari, li malmenarono, prendendoli a schiaffi e a calci. Non trovarono nulla di compromettente, ma requisirono una macchina da scrivere. Accertarono, in seguito, che era stata utilizzata per scrivere alcuni volantini inneggianti alla lotta contro la dittatura nazi-fascista e delle lettere minatorie.
Idelmino fu arrestato; dopo alcuni giorni, fu trasportato a Piazza Castello a Padova, con altri 28 giovani, fermati quella stessa notte. Come per tutti i suoi compagni, venne deciso il trasferimento a Bolzano, da dove sarebbe poi partito, destinato ai campi di concentramento.
Accadde però che, poco prima della partenza, gli venne offerta la possibilità di avere salva la vita. Lo riferisce anche Boldrin, ricordando vivamente l’episodio. Stavano in un salone con altri compagni, controllati a vista dalle SS. Un medico li visitava sommariamente, poi un ufficiale tedesco stabiliva le loro mete. Idelmino fu avvicinato da una guardia che lo prelevò dalla fila e gli ordinò di appartarsi. “Tu, no!” gli comunicò. Egli comprese che in quel momento, per motivi a lui ignoti, forse intuiti, lo stavano privilegiando. Rifiutò il trattamento speciale che gli era stato riservato. Con un gesto estremamente coraggioso, ma funesto, volle condividere la stessa sorte dei suoi compagni. “O partiamo tutti o non parte nessuno!”, pare abbia esclamato.
Partì. Da Bolzano fu deportato a Mauthausen e qui morì, quando già risuonavano voci di libertà. Non aveva ancora 26 anni. Si seppe, in seguito, che era stato suo fratello Pietro, a tentare di cambiare le sue sorti. All’epoca egli era il direttore di un grande albergo di Abano Terme. L’hotel fungeva da stazione per molti ufficiali e autorità tedesche. Ad uno di questi, un ufficiale di alto grado, si rivolse Pietro, per sottrarre alla morte Mino. E’ probabile che ci fosse stato un passaggio di denaro. Gli era stato promesso che avrebbero modificato la destinazione del fratello. Lo avrebbero spedito in un campo di lavoro. Avrebbe potuto anche, un giorno, tornare. E’ probabile che non avrebbero mantenuto la parola data; non lo si saprà mai. Idelmino scelse di salire sul treno sbagliato. Morì a Mauthausen il 20 Aprile 1945.
Erminio Boldrin
Erminio Boldrin, con Ottavio Baveo, faceva parte dei “29” arrestati del 18 ottobre 1944; sono gli unici ancora in vita. Dalle loro testimonianze siamo riusciti a ricostruire con una certa attendibilità molti particolari della storia della brigata garibaldina “Aquila”. Racconta Erminio con molta calma e serenità:
“A quel tempo avevo 19 anni e abitavo in via San Luigi, con la famiglia. Mio fratello era nell’esercito. La notte del 18 ottobre dormivo. Erano circa le 22, quando sentii picchiare alla porta. Nel momento in cui la spalancai, vidi una squadra di brigate nere con i fucili in mano. Non li conoscevo personalmente, ma tra loro riuscii a identificare un certo Callegaro. Una volta entrati, senza dare spiegazioni, misero a soqquadro la casa. Nella mia abitazione, però, non occultavo nulla di compromettente. Non avevo mai partecipato ad azioni di sabotaggio. Fu Luciano Barzan, mio amico e vicino di casa, a chiedermi di entrare a far parte di un gruppo di persone, che, all’occorrenza, avrebbero operato per contribuire al mantenimento dell’ordine del paese. Non ero un partigiano effettivo. Certo volevo evitare che i tedeschi compissero nefandezze. Non avrei accettato che avessero commesso dei furti o che avessero danneggiato la città prima di andarsene. Non ho mai conosciuto gli altri appartenenti al gruppo, né ho partecipato a riunioni operative. Avevo solamente offerto a Luciano Barzan la mia disponibilità a collaborare per il “buon ordine del paese”. Ingenuamente accettai con l’entusiasmo dei ventenni e sono convinto che anche per Alfredo Bernardini sia accaduta la stessa cosa.
Dopo la perquisizione mi portarono nella caserma dei carabinieri, in via Garibaldi a Monselice. Il capitano Cattani, nel vedermi ammanettato, mi gridò a gran voce: “Anche tu, nipote di un federale!”. Alludeva al fatto che mio zio era stato segretario del Fascio monselicense per alcuni anni. Io non risposi, ma temevo fortemente per la mia vita.
Quella sera non ho visto in caserma né Barzan, né i fratelli Girotto, quelli che erano considerati i capi del movimento partigiano a Monselice. Ricordo di aver sentito Alfredo Bernardini piangere nominando il figlio Carlo. Non fui interrogato e il giorno successivo mi portarono a Padova, nella casa di pena di Piazza Castello. Qui incontrai gli altri concittadini arrestati durante la retata.
Dopo qualche giorno, durante una visita medica, sono stato testimone di un episodio importante e significativo. Nella fila di coloro che dovevano sottoporsi alla visita, mi precedeva Idelmino Sartori, detto il “Bedoin”. Egli era uno dei 29 monselicensi arrestati. Ricordo perfettamente che il medico gli disse di scostarsi, poiché lo aveva giudicato “inabile” per la Germania. Sartori protestò e pretese di partire con i compagni. In quel momento, inconsapevolmente, decise il suo tragico destino nei campi di concentramento tedeschi. Lì avrebbe pagato con la vita la sua fedeltà agli amici.
In verità, all’epoca, era diffusa l’opinione che il trattamento speciale, riservato dal dottore a Idelmino, fosse motivato dalle “raccomandazioni” di Piero Sartori, suo fratello. Costui viveva ad Abano Terme. Aveva conoscenze molto altolocate negli ambienti dei potenti e parlava correttamente il tedesco. Si pensò che Piero fosse riuscito a corrompere, pagandolo, qualche funzionario tedesco.
Sono sinceramente convinto che gli ufficiali tedeschi sapessero tutta la storia del gruppo monselicense.
Qualche giorno dopo, con il treno, mi trasferirono in Germania, dove persi di vista i miei compagni. Otto di loro non fecero più ritorno. Ricordo, al mio arrivo a Berlino, che la stazione ferroviaria era dilaniata dai bombardamenti. Durante la breve sosta in quella città ci sorprese l’allarme aereo, al quale seguì una gran confusione. Successivamente fui trasferito a Hannover, in un campo di baracche, adiacente ad una fabbrica di carri armati.
Il regime carcerario era severissimo. Al mattino passava un poliziotto a dare la sveglia. Trascorsa una decina di minuti ripassava. Se sorprendeva qualcuno ancora a letto, gli aizzava contro il cane lupo. Non mi hanno mai picchiato, ma ho sofferto la fame e infinite umiliazioni. Ho lavorato come meccanico nella fabbrica per tutto il tempo, tra gli stenti, la fame e il terrore dei bombardamenti aerei.
Poco distante da dove eravamo noi, c’era un lager tedesco. Durante i trasferimenti scorgevo, in lontananza, oltre le recinzioni, i prigionieri, con le divise a righe. A stento si reggevano in piedi. Io transitavo lì accanto con il cuore in gola; temevo di fare la stessa fine e provavo un’infinita pietà.
L’arrivo degli americani significò la ripresa della vita. Finalmente tornai a sperare. Il mio ritorno a casa fu molto rapido e semplice; riabbracciai i miei cari a Bolzano.
Ritornando con la memoria a quei giorni, nasce in me un sentimento di delusione. Non c’e’ stato alcun riconoscimento dei nostri sacrifici e delle nostre pene. Nessuno, oggi, sembra ripensare alla nostra lotta per liberare l’Italia dai fascisti. La società odierna non ha il tempo e il desiderio di ricordare. Spesso mi affligge una desolante considerazione: “che quei ragazzi siano morti inutilmente”.
Molta gente che oggi vive serenamente, che possiede una casa e un impiego, non dimostra gratitudine per le persone morte durante la seconda guerra mondiale. Questo sconforto mi ha tenuto lontano dalle commemorazioni che ogni anno, anche a Monselice, ricordano quei fatti. Sono delle manifestazioni simboliche, superficiali. Vedo persone “fredde”, lontane con la mente e con il cuore da quegli avvenimenti. Non sono orgoglioso della mia attività e mi sento tradito, nei miei ideali, da queste persone”.
Ottavio Baveo
Incontriamo Ottavio nella sua abitazione di Padova. Con molta commozione ed amarezza ci racconta il suo coinvolgimento nel gruppo dei 29 giovani arrestati il 18 ottobre 1944.
“Il mio coinvolgimento nella lotta partigiana iniziò con una conversazione tra amici, in una sera di primavera. Sembrava essere una serata qualunque, trascorsa in compagnia dei soliti amici a fare quattro chiacchiere, magari a parlare di pallone. Io e i miei amici, Dante e Luciano Girotto, in sella alle nostre inseparabili biciclette, ci fermammo per salutarci. Ci trovavamo davanti all’attuale stazione delle corriere (Largo Carpanedo), al bivio con via del Carrubbio. Io aspettavo i fratelli Girotto diretti alla loro casa di via Orti. Con Dante condividevamo la stessa passione per il calcio, giocavamo a pallone insieme. Luciano, che aveva 6 anni più di me, era già all’epoca un uomo maturo. Ma la Monselice degli anni 40 era un paesino in cui tutti si conoscevano, specialmente perché frequentavano gli stessi posti: il bar, la piazza, il cinema… Quella sera ci scambiammo le solite battute sulle ragazze e lo sport, poi Luciano ci sbalordì. Affermava che, assieme ad altri ragazzi, stava organizzando una banda partigiana. Ci chiedeva in particolare la disponibilità a far inserire i nostri nomi nella lista degli aderenti. Questo al fine di poter ottenere il riconoscimento ufficiale del CNL.
Io rimasi turbato; non nascondo che condividevo con Luciano i medesimi ideali, ma provavo anche molti dubbi e timori. Ci lasciammo senza aver preso una decisione definitiva.
Dopo qualche tempo venni a sapere che il mio nome, come quello di Dante, compariva in quel famigerato elenco, che tanto dolore ci avrebbe procurato.
All’epoca io avevo un progetto. Dopo l’armistizio, infatti, come molti altri, mi ingegnavo per evitare di essere chiamato alle armi e per sfuggire ai reclutamenti delle brigate nere. C’era chi si dava alla macchia, vivendo di espedienti, dormendo nei fossi. Io ero più fortunato. Conoscevo un ragazzo la cui famiglia aveva origini slave. Sapeva che nel Friuli non esisteva l’obbligo del servizio militare. Mi aveva parlato di uno zio che possedeva a Monfalcone una impresa edile solida e ben avviata. Potevamo trasferirci lì e lavorare.
Il mio amico Dante, lui sì, era partito soldato. Stava di stanza in Albania, ma quell’estate si trovava a Monselice per trascorrere un periodo di convalescenza dopo un infortunio ad un ginocchio. Il fratello Luciano era stato invece riformato, mentre io non attendevo altro che di partire per Monfalcone e iniziare una nuova vita. Non volevo compromettere tutto commettendo qualche “sciocchezza.” Così lasciai il mio paesetto, il bar, gli amici, la “morosa”, la squadra di pallone e mi trasferii.
La situazione, però, precipitò anche in Friuli. Iniziarono a bombardare anche Monfalcone; non si aveva pace; decisi quindi di tornare a casa.
Era verso ottobre. Quell’autunno si prospettava tetro e malinconico. La sera, qualche refolo di vento freddo ci costringeva a sollevare il bavero della giacca, mentre affrettavamo il passo verso i soliti ritrovi. Pensavamo all’inverno imminente con un senso di generale accoramento. Sembravamo tutti in attesa di qualcosa, ma di certo nessuno avrebbe immaginato ciò che sarebbe accaduto in seguito.
La notte del 18 ottobre 1944 venni svegliato di soprassalto da un gran picchiare alla porta e da voci concitate. Si destò tutta la famiglia. Rivedo ancora i loro volti, alterati dal sonno interrotto. Erano stravolti alla vista delle brigate nere con le loro divise e lo sguardo crudele. Tra di essi riconobbi subito Callegaro. Penetrarono di forza in casa. Alcuni ci circondarono, mentre altri si davano da fare a perquisire ogni stanza. Non avendo trovato nulla, forse per un senso di frustrazione, ci percossero. Alla fine li ascoltai stordito intimarmi di seguirli. Così feci, con i capelli arruffati, solo il tempo di prendere al volo la giacchetta. Mi trascinarono via, alla caserma dei carabinieri.
C’erano già, ammassati nell’ufficio del capitano Leo Rossato, 10 o 12 ragazzi, seduti a terra, alcuni con le mani o i piedi legati. Ad intervalli ne arrivavano altri, portati dalle guardie. In quella stanza angusta ebbe luogo il mio primo interrogatorio. L’ufficiale di fronte a me mi rivolgeva domande rabbiose sulle mie conoscenze partigiane. Io non potevo far altro che rispondergli: “Non so nulla, nemmeno perché sono qui!”. Lui giù a colpirmi l’orecchio con un manrovescio. Ma io davvero non potevo sapere nulla. Pensavo che lo avrebbero capito e che mi avrebbero rilasciato, ponendo fine a quell’incubo.
Restai, in compagnia degli altri ragazzi arrestati, in una delle camerate della caserma, fino al giorno dopo, quando, nel tardo pomeriggio, avvertimmo dei movimenti. Addossati confusamente davanti alle due finestre della stanza vedemmo passare un gruppetto. Vi scorsi alcuni volti noti, tra cui quel tale Barzan che bazzicava i miei stessi luoghi di ritrovo, e Luciano Girotto. Lui incontrò il mio sguardo. Mi disse una frase che porto ancora oggi scolpita nella memoria: “Non preoccuparti, mi sono preso io tutta la responsabilità!”. Fu caricato con gli altri in una automobile e partì: non lo rividi mai più. L’immagine che mi resta di lui è quella della sua schiena china per prendere posto sui sedili dell’auto nera.
Il tempo, per noi che eravamo lasciati lì ad aspettare, scorreva lentissimo. Cercavo di non perdere il contatto con la realtà, mi concentravo sullo stimolo della fame, sulle punture del freddo. Poi anche noi, dopo una giornata che mi era parsa interminabile, fummo trasferiti, a bordo di un camion, alla casa di pena di piazza Castello a Padova. Fu un viaggio mesto e silenzioso. Sballottati l’uno addosso all’altro sembravamo i fantasmi dei giovani che, solo il giorno prima, fischiavano alle ragazze davanti al cinema. Ci accomunava soprattutto l’incertezza sul nostro destino. Non potevamo far altro che sbattere gli occhi arrossati dalla polvere della strada e stringerci nei vestiti.
A Padova dormivamo su alcuni materassi sistemati, alla bell’e meglio, al centro di grandi saloni. Stavamo con una masnada di ergastolani poco raccomandabili. Ci prelevavano per gli interrogatori. Si tenevano ora in quella sede ora in via Diaz, dove stava il comando centrale delle SS; erano gestiti da ufficiali tedeschi spesso inclini alla violenza. Il denominatore comune degli interrogatori consisteva nel fatto che non facevano mai menzione di episodi precisi e, nella fattispecie, di un tentativo di attentato alla linea ferroviaria. A loro premeva sapere soprattutto se potevamo fare altri nomi di combattenti partigiani. E’ mia opinione, comunque, che nel nostro gruppo avessero già individuato dei ruoli effettivi. Ne avevo la prova in quello che mi sembrava uno “schema di azione”. Prima infatti avevano sottoposto all’inquisizione i leader, i fondatori del gruppo, tra cui Luciano. Poi era stato il turno di coloro nelle cui abitazioni erano stati requisiti particolari materiali, fossero armi o altri strumenti. Infine erano passati ai semplici “fiancheggiatori” inconsapevoli, tra cui mi annovero anch’io. Nello stesso “ordine”, inoltre, avevano provveduto ai nostri trasferimenti. Degli altri aderenti non sapevo nulla. In tutta onestà ancora oggi non riesco ad associare i loro nomi a dei volti. Rammento solamente un certo Pogliani, che era impiegato alla Cassa di Risparmio e aveva forse dei figli. Per quanto mi riguarda posso solo ribadire che la mia partecipazione non è mai stata attiva. Consisteva solo in un nome su un foglio di carta, una firma che non avevo apposto di mia iniziativa, ma che aveva deciso il mio destino….
Trascorse all’incirca una settimana. Potevo dedurlo dal ritmo abituale quotidiano delle giornate che cercavo di tenere sempre a mente. Esauriti gli interrogatori, partii anch’io; insieme a me stavano Gialain, Tiberio Bernardini, Pippa, Barison. Avevamo ricompattato un gruppetto che si conosceva fin da quando portavamo ognuno i calzoni corti. Ci davamo forza l’un con l’altro. Viaggiammo in treno fino alle tristemente note “casermette” di Verona. Scoprimmo che nascondevano al loro interno un campo di prigionia, gestito dai fascisti.
In questo periodo ci occupammo sostanzialmente della sistemazione della stazione ferroviaria di Domegliara. Era stata devastata da un bombardamento da parte di un aereo americano, che aveva centrato alcuni vagoni contenenti del tritolo. Ogni giorno venivamo portati lì a lavorare, per ripulire dalla terra e dai sassi, per ripiazzare le traversine, per aggiustare gli scambi. I giorni si succedevano, identici, inesorabili.
Ne trascorsero forse altri 10 quando fummo nuovamente spostati. Di notte ci caricarono su un treno e ci portarono a Peri, che si trova sulla strada che porta a Bolzano. Da qui saremmo poi dovuti andare a Rivalta. Accadde però che, approfittando di un momento di disattenzione dei nostri carcerieri, noi 5, fuggimmo.
Seguimmo i binari della ferrovia e le connotazioni topografiche che ci erano note. Dormimmo all’addiaccio. Quando riconobbi il profilo familiare dei colli e distinsi le prime case del paese, seppi che eravamo tornati. Doveva essere all’imbrunire, perché i contorni delle cose mi si svelavano in maniera poco nitida. O forse è la mia memoria che mi inganna. Durante la prigionia avevo imparato a focalizzare la mia attenzione sui bisogni essenziali. Ero incatenato alla mia paura. Essa era sempre presente, a volte persistente come un dolore sordo e continuo, a tratti improvvisa e lacerante come un colpo d’arma da fuoco. I miei sensi sembravano incapaci di percepire altro. Eppure il mio paese doveva essere splendido; di una bellezza disarmante e romantica al tempo stesso, accresciuta dalla lontananza e dalla nostalgia. E ciò, nonostante i segni delle bombe, come morsi sulle case e sulle vie.
Ma questo ricordo: sdraiato a riprender fiato al riparo di un muretto traballante, mi struggevo nel ricordo della mia famiglia. Ripensavo a quella ragazza che mi aveva fatto battere il cuore prima di conoscere una realtà crudele. Perciò, la prima cosa che feci fu raggiungere la mia casa, per scoprire che era abbandonata. Sapevo di altri posti i cui i miei genitori avrebbero potuto rifugiarsi e pensai di correre dalla mia “morosa”; magari poteva anche darmi alcune informazioni. Forse mi avrebbe solo abbracciato e regalato un sorriso. Quanto lo desideravo!
Non ci arrivai mai e quell’abbraccio continuai a sognarlo a lungo. Una pattuglia mi intercettò sulla strada; ero con uno dei miei compagni di fuga e venne catturato anche lui. Riprecipitai nell’incubo, con la differenza che ora avevamo l’aggravante dell’evasione.
Fui rispedito a Padova, in luoghi che ormai mi erano penosamente noti. Subii le reiterate, consuete angherie, poi fui di nuovo a Verona. Dal capoluogo, in seguito, mandarono il nostro gruppo a Dusseldorf. Qui funzionava un’officina di riparazione di mezzi militari e civili e qui fummo impiegati, chi per una mansione, chi per un’altra. Per quanto mi riguarda, ero poco incline ai lavori di meccanica e mi assegnarono alla pulizia delle latrine.
Ogni mattino, da quando albeggiava a sera inoltrata mi trascinavo nel fango. Sentivo i piedi pesanti come macigni, il cuore serrato in una morsa di gelo. Credevo che avrei finito i miei giorni così. Non sarei più stato in grado di provare sentimenti umani nei confronti di chicchessia. Mi deprimevo, tirando a campare. Solo tenevo accesa la speranza che un giorno qualsiasi evento, anche l’estremo se doveva essere, sarebbe occorso a porre fine a quel vuoto assoluto.
La fine giunse e oggi sono qui a testimoniare con la mia voce, i miei ricordi, le mie lacrime. Naturalmente ripenso molto a quegli accadimenti; hanno segnato indelebilmente la mia esistenza. Ricordo quei ragazzi che hanno condiviso con me la prigionia, i lavori forzati, la degradazione e la paura. Ricordo Dante, caduto sotto un bombardamento. Penso soprattutto a Luciano, che, dopo la nostra cattura, si era disperato per averci coinvolto. Si era sacrificato, nel tentativo, vano, di difendere prima di tutti il suo “fratellino”. Certamente non provo rancore nei confronti di chi ha scritto il mio nome su quella lista. Quello che sento in me è ammirazione e tristezza. Cerco di mitigare il senso di frustrazione che ogni tanto mi assale per non aver partecipato più attivamente, per non avere fatto di più. Però sono anche sfiduciato e sconfortato dall’atteggiamento di chi, all’indomani della guerra, ha pensato soltanto a difendere i propri interessi. Bisogna dimostrare maggiore gratitudine per questi patrioti, che sono veri eroi. Io assisto alle cerimonie di commemorazione, perché lo considero un dovere. Ma credo che per gli otto morti nei campi di concentramento, e per le loro famiglie, lo Stato avrebbe potuto essere molto più presente”.