Cap. IV
ANNO 1940. LA VISITA DEL DUCE A MONSELICE
fa parte del libro
Monselice nella seconda guerra mondiale. Storie di soldati di donne e di partigiani dalla monarchia alla repubblica, disponibile in formato PDF [clicca qui…]

Le condizioni generali della popolazione stavano peggiorando. L’economia di guerra metteva in ginocchio i monselicensi e spesso le proteste sfociavano in vere e proprie rivolte. Alcune lettere inviate al podestà evidenziano le crescenti difficoltà della popolazione. Romano Mazzucato, abitante in via Vetta 70, scriveva:
<< Sono disoccupato con una famiglia di 11 persone e tra questi 9 figli. Ho cercato lavoro dappertutto … ma per la ragione che ho tanti figli non ho potuto trovarne >>.
Corrado Ventura invece faceva presente:
<< Sono disoccupato, senza nessun sussidio, con 5 figli di tenera età. Tutte le mattine vado dal sindacato. Ottengo però sempre promesse, ma nessun risultato. Sono stato 3 anni in Africa e ho combattuto per sei anni nella prima guerra mondiale. Sono stato costretto a tenere a casa i figli dalla scuola per mandarli per le strade a chiedere l’elemosina. Il Signor Mario Allegri, dell’ufficio di collocamento, dà la preferenza a uomini scapoli e alle famiglie numerose. A me dice sempre “domani vieni … domani” sono circa 16 mesi che mi ritrovo a casa e ho lavorato soltanto poche settimane >>.
Le rimostranze provenivano anche dai piccoli proprietari terrieri che si lamentavano per le assunzioni di lavoratori imposte dal sindacato agrario fascista. Una lettera anonima denunciava:
“I sindacati obbligano noi proprietari e fittavoli a dar lavoro a tre o quattro braccianti disoccupati ogni anno. Noi siamo pronti ad eseguire l’ordine, però le cose [ i sindacati] non le fanno in ordine e fanno delle preferenze nelle assunzioni trascurando i più bisognosi. Mandano a lavorare figli e figlie di famiglia che vanno per capricci o assegnano il lavoro a proprietari di casa e terreni mentre trascurano tanti padri disoccupati che non hanno nulla da mangiare”.
La protesta delle donne
Nel mese di marzo la protesta diventa rivolta. Il podestà Mazzaroli scrisse al prefetto di Padova
<< Stamattina vennero in Municipio circa 70 donne a prospettarmi che con la cessazione dell’assistenza a mezzo dell’ECA, effettuata dal 31 marzo scorso, ed in causa della persistente disoccupazione dei loro mariti, non erano in grado di provvedere alle necessità della vita. Feci loro presente che mi sarei interessato della questione e tranquillizzate se ne andarono. Nelle prime ore del pomeriggio molte di queste donne si portarono presso l’Ufficio dell’ECA e qui avvenne che qualcuna alzò la voce per cui ne furono fermate, dai carabinieri, cinque fra le più eccitate.
Non posso più prospettare come lo stato della disoccupazione locale sia alquanto elevato. Vi sono circa 500 operai disoccupati. Solo circa un centinaio percepiscono il sussidio di disoccupazione. L’agricoltura ha ormai assorbito il massimo della mano d’opera occorrente ed è quindi satura.
Per la mancanza di carbone è stata chiusa una fornace di laterizi, così pure è inoperoso un forno da calce. Un cantiere per la produzione di manufatti di cemento è chiuso per mancanza di materia prima. L’edilizia per la mancanza di calce e cemento è in stato di assoluta inattività. Il mulino incaricato della macinazione del granoturco è fermo non essendo ancora giunta l’assegnazione per il mese di maggio >>.
Le accese proteste terminarono nel peggiore dei modi. Il 2 aprile il vicebrigadiere Pietro Fenu, comandante della stazione carabinieri di Monselice, arrestava Soranzo Agnese, Barusco Teresa, Pilotti Maria, Carlo Caterina e Parolo Erminia, tutte residenti a Monselice. Le donne facevano parte del gruppo che aveva protestato davanti al comune.

Gli interventi umanitari del conte Vittorio Cini
La situazione migliorò un po’ grazie all’intervento provvidenziale di Vittorio Cini il quale “per alleviare le sofferenze dei monselicensi, finanziò la distribuzione di pasti caldi per oltre centocinquanta persone presso il solario e concesse uno straordinario finanziamento con il quale il comune avviò al lavoro quaranta operai. Da ultimo favorì l’arrivo a Monselice di qualche quintale di cemento con il quale furono ripresi i lavori per il nuovo manicomio e iniziati quelli relativi all’esedra cimiteriale”. Complessivamente trovarono lavoro 24 operai. Soddisfatto, il Mazzarolli scriveva a Vittorio Cini:
<< Mi affretto a ringraziarVi di tutto cuore, certo di interpretare il sentimento di quelli che, per la Vostra bontà, avranno modo di superare lo scorcio di questo duro periodo. Con il denaro che il comm. Gandini mi diede l’altro giorno ho potuto mettere al lavoro quaranta braccianti. Pure questo è un sollievo non piccolo! Non solo per alleggerire lo stato di disoccupazione, ma anche del torpore morale un po’ di questa gente che s’è adagiata, contro la sua volontà, al far niente. Io vorrei trovare parole nuove per dirVi come la Vostra decisione mi abbia commosso. Ero certo che quando Vi fosse giunta notizia del disagio in cui molti di qui si trovano, sareste intervenuto con la solita generosità >>.
Il 16 maggio 1940 Vittorio Cini venne insignito del titolo di “Conte di Monselice”. Nel 1942 fu nominato commissario generale dell’Esposizione universale di Roma (E42). Grazie al suo prestigioso incarico, favorì l’occupazione presso alcune imprese che lavoravano per l’esposizione romana, di alcuni muratori monselicensi. Partirono l’8 giugno 1942 per Roma: Tosello Ottavio, Greggio Giovanni, Gusella Baldassare, Salviati Michele, Greggio Antonio, Scarparo Ernesto, Zanovello Giovanni, Greggio Dante, Tosato Secondo, Salviati Silvio, Marni Bruno, Trovò Riccardo, Desiderà Giacinto, Sadocco Silvio, Greggio Tranquillo, Tosato Primo, Albertin Cesare, Pulin Idelbrando, Fortin Augusto, Greggio Plinio, Ortolano Leone, Marni Mario, Greggio Dino, Sadocco Dario, Pinato Virginio, Vanzan Ugo, Contiero Marcello, Contiero Gino, Zanovello Luigi, Fasolo Clemente, Gemo Augusto, Gemo Giuseppe, Albertin Romeo, Zanovello Pasquale. Un limitato ma prezioso aiuto per alcune famiglie. Inutile, invece, la raccomandazione del podestà presso le officine Galileo per il fabbro Ernesto Cardin, padre di sette figli con moglie tubercolotica. Gli venne risposto che, per il momento, l’azienda era già “esuberantemente al completo come maestranze” e quindi non poteva assecondarlo.
Il problema dell’occupazione era ben presente nei programmi del podestà. Nel maggio 1940 erano attive solo due cave. La prima si trovava a Lispida ed era di proprietà della ditta Sgaravatti; la seconda era della ditta S.A.M.C.I.T e aveva sede ai piedi del Montericco. Entrambe estraevano sasso trachitico non lavorato e pietrisco.
In quei giorni si stava concretizzando la possibilità di insediare una fabbrica di marmellata per incrementare la produzione di frutta sul territorio. L’iniziativa era seguita dal Cini e si attuerà poco dopo, dando origine alla ditta Saiace che, tra l’altro, riceverà numerose commesse per confezionare vasetti di marmellata per l’esercito.
Dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna
Il 10 giugno 1940 Mussolini entrò in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, il comando supremo delle forze armate fu affidato al generale Badoglio. Il Duce volle dare personalmente la notizia alla nazione con la radio. Nelle prime ore del mattino ai podestà di tutti i comuni d’Italia fu inviato un telegramma:
<< Oggi alle ore 18 il Duce parlerà al popolo. Provvedere che a partire ore 17 altoparlanti siano in funzione e che uffici pubblici e abitazioni private siano imbandierati. Interessatevi a che tutto il popolo intervenga grande adunanza >>.
L’ordine fu subito eseguito anche nel nostro comune e molti monselicensi accorsero in piazza per ascoltare il capo del governo. Gli uomini del Fascio attesero “l’ora indicata con canti patriottici e grida inneggianti alla guerra”, mentre un aeroplano volteggiava a bassa quota lanciando manifestini. “Finalmente, col più assoluto silenzio della gran folla, fu diffusa dalla radio la voce del Duce” che portava anche a Monselice l’annuncio, fatto dal celebre balcone di palazzo Venezia, dell’entrata in guerra dell’Italia “contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”. Applausi, canti e inni patriottici accompagnarono le parole del duce, ma forse nessuno era consapevole della gravità della situazione.
La campagna militare contro la Francia si ridusse a pochi giorni di operazioni di scarso rilievo militare, ma dolorose per i soldati italiani, e si concluse con l’armistizio il 24 giugno 1940. Le vicende militari italiane sugli altri fronti iniziarono invece nel peggiore dei modi. Nel Mediterraneo la flotta italiana subiva, in luglio, due sconfitte da parte di quella britannica. In Africa settentrionale, come vedremo tra un po’, l’attacco lanciato in settembre dal territorio libico contro l’Egitto dovette arrestarsi miseramente. Le conseguenze della guerra si concretizzarono a Monselice con l’arrivo di quasi 120 profughi provenienti dalle zone di guerra confinanti con Francia e Jugoslavia.
Gli inglesi diventarono i nostri nemici, anche in campo culturale
Con le mutate alleanze imposte dalla guerra, anche la propaganda fascista cambiò immediatamente temi ed obiettivi e si adeguò alla nuova realtà internazionale: gli inglesi e francesi erano diventati nostri nemici! Un telegramma del questore Messana invitò i podestà a segnalare le pellicole estere in programmazione che contenevano “episodi illustranti l’efficienza militare e atti di valore francesi e inglesi”, mentre il Ministero della Cultura vietò la rappresentazione delle opere liriche e drammatiche di autori inglesi o francesi in Italia.
Iniziava pure il controllo sul territorio per verificare la presenza dei nuovi ‘nemici’. A richiesta il podestà rassicurò il questore dichiarando che a Monselice non c’erano cittadini inglesi o francesi, né aziende commerciali o industriali gestite da persone ‘nemiche’. Al contrario il 13 luglio il questore autorizzò Guttmann Fabian, rappresentante di commercio viennese (germanico e ariano), a soggiornare in Monselice per avviare il commercio delle pesche con il suo paese.

Soldati a Monselice
Fin dal 21 giugno 1940 aveva preso stanza a Monselice 1’81° reggimento fanteria della divisione “Torino”. Complessivamente il reggimento contava 3.100 soldati, 180 panettieri, 250 tra infermieri e medici e 170 autisti. I soldati “avevano letteralmente invaso il centro, accasermandosi in tutti i locali, disponibili e non, dando un senso di gioiosa vita alla città. Musica in piazza quasi ogni sera, concerti e spettacoli, marce giornaliere a passo romano, grande giubilo delle ragazze … più o meno giovani, che fraternizzavano anche troppo volentieri con i soldati”. In campo della fiera era stato allestito per i soldati un piccolo teatrino all’aperto, frequentato pure dai monselicensi.
La presenza dei militari causò qualche disagio, dal momento che questi erano alloggiati un po’ dappertutto, alcuni anche nei comuni vicini. Ad esempio il 19 agosto il marchese Francesco Osvaldo Buzzaccarini invitava il comandante della divisione “Torino” a spostare in altro alloggiamento la 64^ squadra panettieri, accantonata nelle adiacenze della sua casa di Marendole, mentre il 26 settembre i titolari della ditta Enocianina di Luigi Lavissari di Monselice, chiedevano che fossero liberati i locali occupati dai militari al fine di riprendere l’attività.
Il quartier generale era stato individuato nell’edificio delle scuole maschili Vittorio Emanuele, mentre l’infermeria era stata allestita nella storica villa Duodo. Inutilmente il cavaliere Alberico Baldi Valier, dalla sua residenza veneziana (San Marco, 2506), chiedeva che villa Duodo fosse sgomberata.
Singolare un diverbio per la fornitura della paglia ai soldati: ne consumavano 350 quintali al mese! Il podestà faceva presente la difficoltà di reperirla a prezzi ragionevoli sul mercato. “Ciò è dovuto alla scarsità della produzione dell’annata – precisa inutilmente il Mazzarolli – il comune non è in grado neppure di acquistarla al libero commercio”. Il colonnello infastidito acquistò la paglia a Padova e chiese al Comune il rimborso delle spese di trasporto.
Le esercitazioni militari si facevano sui colli, ma la mira dei soldati non era molto precisa tanto che il 7 settembre il podestà pregò i parroci “di informare dall’altare che quanti avessero subito danni alle proprietà durante le esercitazioni militari potevano presentare domanda di risarcimento”.
Il 20 agosto il principe ereditario, Umberto II di Savoia, giungeva a Monselice per passare in rivista le truppe. L’ispezione si effettuò nella località detta la ‘Verta’ di fronte al convento di San Giacomo, tra la strada e l’argine del canale. La cerimonia iniziò alle ore 9 e la sfilata “avvenne a passo romano tra i canti della patria. Per volontà del principe, nessuna pubblica manifestazione venne fatta in suo onore.” (C. Carturan)
Ai primi di novembre l’81° reggimento fanteria “Torino” lasciò Monselice per far posto al 3° battaglione del 58° reggimento fanteria autotrasporta “Abruzzi”: 500 uomini e 30 ufficiali che restarono a Monselice fino alla primavera successiva. Non tutte le spese vennero onorate dai militari. Il 9 novembre il conte Nani chiedeva al Comune di rimborsarlo dei danni arrecati alla sua villa dai militari alloggiati sotto il suo tetto.
Inaugurazione VII mostra futurista
Il Carturan riporta un articolo del camerata futurista Francesco Averini, nel quale viene descritta la VII mostra futurista, inaugurata a Monselice nel settembre 1940. Riportiamo il testo perché significativo del particolare periodo storico che stiamo descrivendo.
<< Autorità civili e militari hanno onorato con la loro gradita presenza l’inaugurazione della mostra futurista di aeropittura guerriera. La mostra conta una cinquantina di audaci e tenaci tele dei concittadini Corrado Forlin e Italo Fasulo. […] E’ questa la settima mostra in soli quattro anni, senza contare le serate di poesia e le conferenze in cui gli espositori hanno combattuto la propria appassionata battaglia a Monselice ed in altre importanti località della regione. […] Il Forlin ed il Fasulo sentono e vivono come dipingono, volontari dell’audacia, insofferenti delle vie percorse, l’uno e l’altro senza maestri, formatisi con lunga quotidiana fatica e concretando quindi un’esperienza singolare >>.
Ufficiali, soldati, giovani volontari e un imponente numero di cittadini parteciparono, alle 18, in piazza Vittorio Emanuele II, all’apertura della mostra nella quale erano esposte grandi opere di guerra. Sul palco, approntato sotto l’antica civica Torre, assieme a Marinetti, stavano il prefetto, il vice federale, la medaglia d’oro Renato Zanardo, il sansepolcrista Mario Dessy, le autorità cittadine e gli artisti del gruppo futurista: Maria Goretti, Riccardo Averini, Corrado Forlin, Italo Fasulo, Giuseppe Marcati e Francesco Averini.
“Dopo il saluto al Duce, parlò Marinetti, ricordando le prime esposizioni futuriste, le prime battaglie combattute sulle piazze e nei teatri ed il contributo dato dai futuristi per l’intervento nella guerra vittoriosa e per l’avvento del fascismo. L’accademico illustrò l’attività fervida ed entusiasta degli aeropoeti ed aeropittori del gruppo Savarè. Del pittore Forlin, animatore e fondatore del gruppo, esaltò le opere più salienti, tipicamente audaci ed aviatorie e le opere del Fasulo, delle quali definì il carattere profondamente scientifico e guerriero” […].
Al termine dei discorsi ufficiali, Forlin declamò una lirica ispirata al gesto eroico di Renato Zanardo, reduce dalla guerra in Spagna, mentre in memoria dei caduti furono recitate le aeropoesie ‘RO 37’ e ‘Paracadutisti’; Maria Goretti lesse le liriche: ‘Fiamme nere’ e ‘Bandiera d’Italia’; infine Francesco Averini dedicò al fratello Riccardo la poesia ‘Trimotore ferito’ (C. Carturan).
La tragica guerra in Africa
L’11 settembre 1940 iniziò la prima offensiva italiana in Africa settentrionale che porterà le truppe comandate dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani a penetrare in territorio egiziano, ma il 9 dicembre i soldati italiani furono attaccati e sconfitti dagli inglesi, dotati di potenti carri armati. Ben 130.000 furono i soldati italiani fatti prigionieri, alcuni dei quali finirono nei campi di concentramento in Gran Bretagna.
Passano i battaglioni della GIL (15-18 settembre 1940)
Il 15 settembre arrivarono a Monselice i battaglioni della Gioventù del littorio salutati con cerimonie di grande solennità. Il benvenuto fu organizzato in piazzetta San Marco su un apposito palco sul quale trovarono posto tutte le autorità civili e militari cittadine, compreso il capo futurista Marinetti. Ma “anche questa fu una delle solite parate organizzate dal fascismo per tenere desto l’entusiasmo del popolo quale contropartita ai disagi della guerra”, commentava il Carturan.
Meno contenti erano i fratelli Severo e Vittorio Cervellin, rimpatriati dalla Francia a causa della guerra: erano disoccupati e cercavano lavoro come fonditori di metalli.

Le visite del Duce a Monselice
Il 4 ottobre 1940 Mussolini e il Führer si incontrarono al Brennero. Il 7 ottobre Mussolini faceva visita all’armata del “Po” e al suo comandate Verzellino a Piacenza. Durante il viaggio per raggiungere la città romagnola il Duce sostò qualche ora a Monselice, per ispezionare la gloriosa divisione “Torino”. La visita lampo di Mussolini colse di sorpresa pure i cronisti del “Gazzettino”. Per rimediare, qualche giorno dopo venne proiettato al patronato San Sabino il filmato relativo alla visita del Duce ai militari acquartierati a Monselice.
Il 10 ottobre Mussolini ripassò per Monselice per raggiungere Baone dove avrebbe dovuto assistere a una esercitazione militare. Questa seconda visita venne programmata con sufficiente anticipo tanto da permettere la partecipazione attiva della popolazione. La notizia suscitò grande animazione e in breve tempo tutta la città si mobilitò. Nessun particolare fu trascurato, tutto doveva essere assolutamente perfetto e magnifico. Dalla casa del Fascio al municipio, dai balilla alle massaie rurali, dai bambini ai militari, tutti furono impegnati per dare un aspetto festoso alla città. Anche i futuristi vollero essere presenti allestendo all’esterno della Loggetta e in piazza una mostra con le loro opere. Il podestà Mazzarolli, sempre preoccupato di contenere le spese pubbliche, chiese subito aiuto al conte Cini.
<< Giovedì 10 ottobre sarà di passaggio per Monselice, e si dice vi si soffermerà, il Duce. Mancano purtroppo al Comune i mezzi anche contenuti in limiti i più ristretti per fare ad Esso le accoglienze che sarebbero nel desiderio di tutti e tali da lasciargli un ricordo lieto ed una buona impressione. Con molta titubanza, ma spinto dalla necessità sono a pregarVi di permettermi di usare del fondo a suo tempo da Voi così generosamente donato al Comune per l’esecuzione di opere di abbellimento e sistemazione artistica del centro. Vi assicuro che non è per faciloneria o per abusare della Vostra generosità che mi indirizzo a Voi, ma il bilancio comunale più che impegnato nelle ordinarie spese si è ancor più aggravato per quelle dovute allo stato di guerra così che non potrebbe darmi che poche centinaia di lire; insufficienti allo scopo. […] Credete, è proprio la necessità, il bisogno che mi spinge a chiederVi di permettermi una destinazione diversa di quella da Voi fissata, di una parte di quella somma >>.
Il Cini rispose positivamente e collaborò in tutti i modi nell’organizzare un’accoglienza strepitosa per l’illustre ospite. Non furono trascurate neppure le facciate delle case. Il 28 settembre il podestà invitò il rag. Egidio Veronese, direttore della banca Cooperativa Popolare di Monselice a far dipingere le sue abitazioni “al fine di presentare il paese in forma decorosa”. Lo stesso invito veniva rivolto alla signora Emma Albertin per le case di sua proprietà situate in via Cadorna.
Naturalmente tutti gli oltre 3.500 soldati presenti a Monselice furono mobilitati con diversi compiti. Il podestà scriveva al comandante dell’81° reggimento fanteria di “voler schierarsi lungo il percorso del Duce, per concorrere nelle misure d’ordine”, mentre ai reali carabinieri affidava il compito di far osservare il divieto di transito dei carri sulla strada Padova-Monselice durante il passaggio di Mussolini, “non avendo questo Comune la possibilità di disporre il servizio di vigilanza prescritto”.
Solamente il 9 ottobre il comandante del “Corpo Volontari Giovinezza” informò il podestà che l’ora della rivista era stata fissata per le 9: “Quest’ora naturalmente non può essere precisa – sottolineavano i responsabili. Ad ogni modo il Duce si fermerà al campo sportivo all’andata. Al suo ritorno il battaglione si troverà schierato, dinanzi al campo stesso per rendere gli onori”.
Un apposito comitato d’onore si insediò presso il municipio, pronto ad ogni evenienza; il podestà invitò a farne parte, “nell’ora pubblicamente indicata dal Fascio”, mons. Gnata, il pretore, la medaglia d’oro Renato Zanardo, il comm. Antonio Sgaravatti (Presidente del Solario “Cini” e dell’Asilo Infantile “Tortorini”), Luigi Altieri (delegato podestarile e presidente dell’Ospedale civile), Leonardo Simone (consultore), Carlo Dal Din (Presidente della Casa di Riposo) e il comandante dell’81° regg. fanteria. Mancavano però le più alte cariche del partito che, sicuramente, erano presenti davanti alla casa del Fascio. Questo particolare e la mancanza di ulteriore documentazione nell’archivio comunale in merito all’organizzazione dell’evento, mettono in luce la diatriba in atto tra il podestà e i gerarchi fascisti monselicensi che accusavano il Mazzarolli di essere ‘assente’ dalla vita pubblica del comune.
Possiamo ricostruire la visita del Duce grazie alle cronache giornalistiche locali e al ritrovamento di un’inedita documentazione fotografica che “racconta”, per immagini, l’accoglienza organizzata dai monselicensi. Il Duce giungeva da Padova dove aveva passato in rassegna i battaglioni della GIL e le “balde rappresentanze delle organizzazioni giovanili delle nazioni amiche” per recarsi a Baone, passando per Battaglia, Monselice ed Este, dove avrebbe assistito ad alcune esercitazioni militari. La macchina presidenziale era seguita da una lunga fila di automobili sulle quali trovavano posto le alte cariche dello stato e le gerarchie fasciste provinciali. I cronisti prezzolati precisarono che, al passaggio della macchina presidenziale, la popolazione
<< dava luogo ad imponenti manifestazioni di fede e di entusiasmo alle quali il Duce rispondeva salutando romanamente e sorridendo al popolo che lo invocava. Da ogni casolare, da ogni più piccolo centro la folla, la grande folla proletaria e fascista accorreva con tutta l’anima e con tutto il suo grande cuore per dire ancora una volta tutto l’amore tutto l’affetto del popolo della nostra terra al Duce che era ritornato tra noi >>.
“Lungo la strada che va da Padova a Baone, migliaia di bandiere erano poste su degli alti pennoni formando un interminabile filare tricolore che si snodava per chilometri e chilometri. Ovunque, folla di ogni ceto e di ogni età sventolava bandierine, applaudiva e invocava appassionatamente il nome: Duce – Duce – Duce! Il capo del Governo quasi sempre sorrideva, salutava, mostrava il volto soddisfatto e lieto. Da ogni casa garriva al vento la bandiera della patria accanto alle fiamme nere della rivoluzione. Anche il più piccolo casolare lungo la via era agghindato a festa…”
All’ingresso di Monselice una grandiosa “M” salutò l’arrivo del fondatore dell’impero. Alle 9.45 del 10 ottobre 1940, la macchina attraversò la città rigurgitante di folla assiepata ai lati del percorso. Migliaia di monselicensi invadevano le strade e le piazze fino a costituire un cordone lungo quasi tre chilometri. Il cielo era grigio e una leggera nebbiolina offuscava l’orizzonte, impedendo la vista del Torrione sul quale era stata issata la bandiera italiana insieme a una decina di lunghe strisce tricolori che scendevano fino sulla piazza. Uno spettacolo grandioso e costoso, ma quel giorno la Rocca era avvolta dalla nebbia, con grande delusione del Cini che voleva stupire il capo del fascismo.
Bandiere, labari, musiche e fiori accolsero, insieme a tutto il popolo e a tutto il fascismo monselicense, il Duce. Di fronte alla casa del Fascio, ora viale della Repubblica, era schierato un gruppo di madri prolifiche con le quali il Duce si fermò brevemente, disponendo che fra tutte le famiglie numerose fosse distribuita la somma di ventimila lire. Alla Loggetta gli aeropoeti e aeropittori del gruppo futurista “Savare” vollero salutare il fondatore dell’impero con le loro “aero-pitture di guerra” e con grandi ritratti del Duce appesi su alcuni palazzi circostanti piazza Vittorio Emanuele e sulla torre civica. Un lungo striscione dava il benvenuto al Duce mentre le grandi tele di Corrado Forlin, Italo Fasulo e dell’adriese Leonida Zen costituivano la prima mostra aperta di aeropittura guerriera. Ma quello che colpì maggiormente i presenti fu il gigantesco “aeroritratto sintetico”, appeso alla Torre civica, che riproduceva il volto di Mussolini.
All’uscita di Monselice l’auto del Duce passò sotto due giganteschi moschetti di legno e si arrestò all’ingresso di un grande prato sul quale erano schierati, rigidi sull’attenti, i volontari del battaglione “Ancona” in costume sportivo, pronti alle esercitazioni. Il Duce, con le alte cariche dello stato ed estere e le rappresentanze militari straniere, assistete a magnifici e rapidi esercizi ginnici. La sosta fu di alcuni minuti per dar modo al battaglione “Ancona” di mostrare la propria perfetta preparazione fisico-sportiva, degna di ammirazione. Il Duce, prima di lasciare il campo, risalì in macchina e si compiacque con i comandanti, mentre i giovani volontari salutavano, nuovamente sull’attenti, perfetti, statuari. La lunga colonna delle macchine riprese la corsa per arrivare ad Este, dove il Duce era atteso ansiosamente, per tributargli trionfali accoglienze […].
Superata Este, il Duce si recò a Baone accolto dalle donne, nei caratteristici costumi, che gli offrirono dorati grappoli d’uva. Mussolini, sorridendo, gradì l’omaggio.
Superato il paesello, l’auto si arrampicò velocemente, seguita dalle altre, per raggiungere “quota” 140 dove era stato allestito l’osservatorio per assistere ad alcune esercitazioni a fuoco. La nebbia impedì le manovre e il Duce subito riprese a malincuore la strada del ritorno per rientrare a Padova, dove il popolo, fremente di entusiasmo, lo attendeva. La macchina del Duce sostò nuovamente a Monselice davanti al convento dei frati francescani dove, su un rozzo muricciolo, padre Egidio Gelain faceva funzionare un piccolo apparecchio radio-grammofono di sua invenzione. Il Duce si soffermò dinanzi a padre Giorgio, insegnante di filosofia per ricevere, in segno di portafortuna, il cordone francescano. Il Duce lo toccò con la mano dicendo: “Oggi sarà una bella giornata. Ecco i miei frati, così mi piacciono”. Attorno al Duce si radunarono i buoni frati francescani, che improvvisarono una calda manifestazione d’entusiasmo, mentre la folla applaudiva freneticamente, fino a che la macchina riprese la corsa, per fermarsi nuovamente in piazza San Marco, davanti al cancello dell’Asilo infantile “Tortorini”. Mussolini ordinò di fermare ancora la macchina per ricevere un omaggio floreale da tre bambini dell’asilo che nel mezzo della strada attendevano il suo passaggio. I tre fanciulli: Lamberto Dall’Angelo, Nadia Brandelli e Carlo Roveroni, uno dopo l’altro, furono sollevati in braccio dal Duce che li baciò.
Questa la cronaca del giorno, ricavata dai giornali del tempo e dalle poche testimonianze che abbiamo potuto raccogliere.
Il giorno dopo, il podestà inviò al Duce 26 lettere di monselicensi che chiedevano raccomandazioni e piccoli favori. Non tutti furono esauditi. Tra i delusi troviamo anche la signora Angelina Trevisan che chiedeva un autografo a Mussolini. Il prefetto, in perfetto ‘burocratese’, le rispose “che il Duce per il gran numero di richieste del genere ha da tempo stabilito di non esaudirne alcuna”. Il 18 novembre 1940, il conte Vittorio Cini inviò al comune un assegno di 22.788 £. “a rimborso di altrettante spese sostenute da codesta Amministrazione in occasione della visita del Duce a Monselice”.
Il mercato nero
L’entusiasmo manifestato per l’arrivo del Duce non contribuì certo a migliorare la situazione economica dei monselicensi. La guerra aveva sconvolto l’attività produttiva mondiale e tutto il sistema economico era condizionato dalle esigenze belliche. L’esercito italiano, impegnato in Russia, in Africa e nei Balcani, aveva bisogno di mezzi e materiali in misura sempre crescente. Molte piccole industrie non avevano più mercato e furono costrette a chiudere, altre lavoravano solo per l’esercito.
Si attivarono numerosi ‘accaparratori’ che fecero sparire i prodotti di prima necessità come il caffè e lo zucchero, disponibili solo sul “mercato nero”. Dal 1940 iniziò a prosperare un florido mercato clandestino che fruttò facili guadagni a quanti lo esercitavano, nonostante le misure repressive subito messe in atto dalle forze dell’ordine.
Una lettera anonima accusava apertamente i fratelli Rocchetto e Garbin Carlo, due noti ‘casolini’ di Ca’ Oddo, di accaparrare e vendere “sottobanco” generi alimentari. Sulla vicenda fu costretto ad intervenire il podestà che con una nota inviata il 10 luglio 1940 alla prefettura assicurava
<< che le ditte Garbin Carlo e Rocchetto Emilio sono ben provviste di generi ad eccezione dell’olio e del sapone, ma non risulta che esse abbiano rifiutato ai propri clienti la fornitura di generi non compresi nel razionamento. Non è neppure risultato che dalle ditte stesse siano venduti generi a prezzi superiori a quelli segnati nel listino >>.
Intanto il Consiglio Provinciale delle Corporazioni comunicava che in occasione del Ferragosto, data la speciale ricorrenza, si autorizzava l’apertura delle macellerie e la somministrazione di pietanze di carne nelle osterie. In realtà aumentava il costo della vita ed aumentavano i tributi, mentre le paghe erano in diminuzione, ma nonostante tutto il direttore della scuola “G. Zanellato” sollecitava il comune ad installare nella scuola un apparato radiofonico al fine di permettere “agli alunni di ascoltare anche le ultime audizioni atte a preparare nei giovani la coscienza della necessità dell’intervento dell’Italia nella guerra attuale”.
Il personale comunale parte per la guerra
Nel palazzo comunale era stato assunto, su segnalazione del questore, lo squadrista Diego Carturan al quale fu affidato l’incarico di ingegnere comunale, mentre l’altro squadrista Augusto Sofia, cursore comunale, era in servizio dal 1928. Il 14 ottobre 1940 il podestà lamentò che tre degli otto impiegati erano stati richiamati alle armi. Mancavano i dirigenti (vice segretario, ragioniere, direttore dell’ufficio di statistica e il capo dei servizi demografici) mentre la mole di lavoro era enormemente aumentata in conseguenza anche dello stato di guerra. La situazione migliorò grazie all’interessamento del senatore Vittorio Cini che riuscì a far ritornare al lavoro il vice segretario Antonio Valerio, legionario presso la 54^ coorte territoriale mobile di Mestre; ciò avrebbe procurato “una certa tranquillità sul regolare andamento degli uffici”, stando al commento il podestà.
L’attacco fascista alla Grecia
Ai clamorosi successi militari dei tedeschi Mussolini non aveva potuto contrapporre che azioni insignificanti. Per uscire da questa sempre più evidente condizione di inferiorità, l’Italia attaccò di sorpresa la Grecia il 28 ottobre 1940, contando di potersene impadronire facilmente. L’attacco venne però respinto dai greci, anzi una controffensiva ellenica ricacciò gli italiani sin dentro l’Albania. Mussolini fu costretto a chiedere aiuto militare alla Germania, determinando così il coinvolgimento tedesco sul fronte balcanico. Nel frattempo un attacco di aerosiluranti inglesi a Taranto paralizzava la flotta italiana, colpendo varie navi da battaglia. Badoglio ritenuto responsabile delle sconfitte abbandonò il comando, sostituito dal generale Cavallero. L’illusione di una guerra breve e vittoriosa si stava trasformando in una tragedia nazionale!
Poco sollievo doveva portare la giornata di preghiera indetta il 24 novembre dal sommo Pontefice, al fine di implorare dal cielo l’accordo fra le nazioni ad una pace di giustizia e di equità. Mons. Gnata, ubbidiente, invitò alla messa i gerarchi fascisti locali.
Fiera dei Santi e note di fine anno
“La tradizionale fiera, nonostante il tempo infido – precisava di Mazzarolli – e i divieti in essere, si svolse nel migliore dei modi con il tradizionale mercato di bestiame. La mostra bovina raccolse consensi superiori ad ogni previsione. Complessivamente, erano presenti 480 equini e 100 bovini. Dei primi, si sono notati soggetti bellissimi, specie puledri sui due anni o tre; i secondi erano in prevalenza vitellame da allevamento. Fu un accorrere di mercanti e pubblico senza precedenti e i contatti furono copiosi, quantunque i prezzi fossero sostenuti. La commissione zootecnica provinciale ha presenziato ai contratti dei bovini e ne ha preso nota per tenerne conto nella prossima distribuzione civile”.
Da un censimento effettuato dal novembre ‘39 a marzo ’40 risultò che i suini allevati a Monselice per uso civile erano 774 mentre quelli destinati allo stato per i razionamenti risultarono 404; gli animali lattanti erano così suddivisi: 480 vitelli, 45 cavalli, 15 asini, 10 muli e 20 capre.
Diventava drammatico pure l’approvvigionamento di combustibile per uso familiare, tanto che il 13 novembre il prefetto Cimorri autorizzò l’anticipo della sfrondatura ed abbattimento degli alberi morti per ricavarne legna da ardere da destinare alle più urgenti necessità delle famiglie meno abbienti. Inutili si rivelarono le sollecitazioni alla società italoamericana del petrolio, con sede a Padova, di rifornire di carburante i due distributori automatici di benzina “Esso” e “Superesso” situati in via Cadorna e gestiti dalla signora Petranzan Bertin Maria. Da tempo infatti, a differenza di quelli appartenenti ad altre società, questi erano inattivi perché non più riforniti di carburante. Il 5 dicembre il podestà Mazzaroli scrisse al viceprefetto Luigi Attardi.
<< Fin dallo scorso ottobre ho comperato per conto di questo Comune circa 400 quintali di legna presso la ditta Delucca Raffaele di Grizzana (Bologna). Ma ho potuto averne un solo carro. Ora non mi è possibile avere i quattro carri per portare a Monselice la rimanenza. Il freddo è venuto e la poca legna in giacenza in breve si consumerà >>.
L’ECA in difficoltà
La guerra si rifletteva negativamente anche nella gestione l’ECA. I rifornimenti di generi alimentari da Padova arrivavano in quantità insufficiente e anche le scorte di riso, pasta, olio e lardo stavano lentamente esaurendosi. Il presidente dell’ente assistenziale comunale, assai preoccupato, precisava al podestà che “nonostante le difficoltà l’ECA prepara per la popolazione 600 minestre al giorno, l’ospedale garantisce 470 pasti quotidiani agli ammalati, la casa di ricovero 120, il solario Cini 140, ma venendo meno i prodotti alimentari tutte le mense pubbliche saranno costrette a chiudere”.
Come non bastasse il 26 dicembre il presidente degli Istituti Pii di Monselice faceva presente che il mancato aumento del contributo comunale a favore dell’asilo Tortorini avrebbe condotto “indubbiamente alla chiusura del provvido istituto”. Inutilmente invitava il podestà a “studiare ogni possibile modo per aiutare i nostri sforzi e dirimere le nostre preoccupazioni per l’avvenire del pio istituto”.
Lavori pubblici bloccati
Nell’ultimo verbale della consulta comunale del 30 dicembre 1940 il Mazzarolli faceva il punto della situazione sui lavori pubblici. Velocemente elencò le opere incompiute: mercato coperto, nuovo macello, campo sportivo, case popolarissime, acquedotto e il nuovo municipio. Giustificò il rallentamento dei lavori con l’aumento dei costi dei materiali e della manodopera, precisando che le disposizioni di guerra “proibiscono di far uso del ferro o di altro materiale”. Sinteticamente precisò che la costruzione del campo sportivo, che doveva sorgere su terreno offerto dal sig. Guido Trieste, era stata sacrificata alla realizzazione di un canapificio per dare permanentemente lavoro ad oltre un centinaio di persone.
Per l’acquedotto evidenziò che “il comune non disponeva di un soldo”, ma grazie all’interessamento del senatore Cini presso il Ministero dei Lavori Pubblici era probabile che la spesa fosse assunta per intero o quasi dallo stato.
Infine accennò alla demolizione del vecchio municipio ( facendo notare “che da 75 anni veniva impropriamente chiamato barbacane della chiesa di S. Paolo”) e alla sistemazione della chiesa di San Paolo precisando “che sarà ingrandita spostando in avanti di alquanto la facciata sulla quale si aprirà l’entrata a cui si giungerà per una nobile gradinata”.
Precisazione
Benito Mussolini il 10 ottobre 1940 a Monselice assiste alle esercitazioni ginnico-militari della G.I.L. Erano presenti Hans Georg von Mackensen, Ettore Muti e Giuseppe Pizzirani (Monselice, 10/10/1940) vedi la foto e anche [ Clicca qui…]

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