
APPENDICE SECONDA
RACCONTI DI SOLDATI MONSELICENSI DOPO L’8 SETTEMBRE 1943
Nella tragedia che si abbatteva sull’Italia, dopo l’8 settembre 1943 non devono essere sottovalutate le vicende di centinaia di migliaia di soldati e ufficiali italiani, deportati nei campi nazisti di prigionia. Catturati in un momento di generale disorientamento, per ingenuità o dopo sfortunati combattimenti e comunque non certo per ignavia, vennero internati nei campi di concentramento tedeschi quasi 600.000 fra sottufficiali e soldati e 14.000 ufficiali. II 98 per cento di essi scelse gli stenti ed anche la morte piuttosto che cedere alle lusinghe nazi-fasciste. Di loro, 40.000 caddero o furono dispersi nei campi di internamento: 6.000 erano veneti.
All’eroismo di questi soldati si aggiunse quello dei volontari del nuovo esercito che sorse col nome di Corpo Italiano di Liberazione e che, a cominciare da Monte Lungo, diede un prezioso contributo alla liberazione del Paese. Tra questi combatteva anche il monselicense Vittorio Rebeschini. La sua preziosa testimonianza è raccolta in questo volume.
Ritornando a quei giorni è bene ricordare che fino all’11 settembre 1943 nessun ordine venne diramato ai vari reparti in armi italiani dislocati nei vari stati europei. Il disorientamento del comando supremo ebbe effetti catastrofici anche nei settori dove le forze armate italiane erano in condizioni di superiorità. “In Grecia, in Albania e in Dalmazia accaddero episodi incredibili. Grossi reparti tedeschi furono disarmati e fatti prigionieri dagli italiani. Qualche ora dopo, per ordine superiore, furono liberati e riarmati e, a distanza di qualche ora, autorizzati a occupare le basi e i presidi italiani e a farne prigioniero il personale”. Ma nel momento in cui i comandi tedeschi si accorsero di aver così ottenuta la necessaria superiorità, iniziarono il disarmo totale dei reparti italiani e la loro deportazione in Germania. Nei casi in cui la richiesta di consegna delle armi venne respinta, iniziarono le rappresaglie e le stragi di cui Cefalonia è l’esempio più significativo. Nei libri di storia per le scuole medie superiori il dramma dei seicentomila tuttora non viene neppure descritto.
A metà settembre 1943 Mussolini veniva liberato da un comando nazista e fondava a Verona la Repubblica Sociale Italiana. Ai deportati militari fu proposto, più volte, di aderire alla repubblica sociale. Dopo altre varie formule il giuramento presentato nei vari lager ai militari italiani deportati, attorno al dicembre 1943, era il seguente:
“Aderisco all’idea repubblicana dell’Italia repubblicana fascista e mi dichiaro volontariamente pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo Esercito italiano del Duce, senza riserve, anche sotto il Comando Supremo tedesco contro il comune nemico dell’Italia repubblicana fascista del Duce e del Grande Reich Germanico”.
Pochi furono i militari italiani che aderirono. Per tutti loro iniziarono infinite tribolazioni nei campi di lavoro tedeschi, tra le percosse e la fame. Molti internati scontarono la loro intransigenza nei campi di sterminio, vi furono prigionieri che rifiutarono il rimpatrio anche come lavoratori civili col solo obbligo di riconoscere la repubblica fascista. Se si ricercano le cause di questo rifiuto opposto dagli internati alle richieste dei tedeschi e dei fascisti, si ritrovano le motivazioni che spingevano in Italia altri sulle vie della resistenza armata. Vi erano anche qui, evidentemente, ragioni di fedeltà al giuramento militare (condivise, per motivi concorrenti, dagli internati di fede repubblicana), ma in tutti era predominante il rifiuto della ideologia fascista (cfr. La tradotta arriva. Le forze armate nella resistenza e nella liberazione del Veneto, Verona 1978).
In questo capitolo diamo spazio ai racconti di tre soldati monselicensi che hanno vissuto esperienze simili. I primi due testimoni (Magagna e Trevisan) sono stati tra i moltissimi soldati italiani deportati nella Germania dopo l’8 settembre 1943 per aver rifiutato di arruolarsi tra le fila dell’esercito Repubblichino.
L’ultima storia riportata è quella di Vittorio Rebeschini che ha avuto “l’onore” di combattere la prima battaglia sul Monte Lungo del “nuovo” esercito italiano, ricostituito dopo l’8 settembre, a fianco degli alleati. Situazioni opposte quindi, ma entrambe significative del dramma che la guerra prima e la Resistenza dopo hanno comportato per molti italiani. Due modi diversi per far trionfare i medesimi ideali di libertà, negli stessi mesi in cui i “29” giovani monselicensi venivano arrestati.
Clemio Magagna
MEMORIE DI UN INTERNAMENTO MILITARE IN GERMANIA
Sono stato chiamato alle armi il 10 gennaio 1941, appartenevo al 4° Autocentro di Verona dislocato al deposito succursale di Trento. Al momento della cattura mi trovavo all’Ospedale Militare di Verona, ricoverato per accertamenti riguardanti la mia infermità pleuritica riscontrata in zona di guerra. Erano trascorsi dodici mesi da quando la commissione medica mi aveva giudicato idoneo ai soli servizi sedentari.
Il 9 settembre 1943 le truppe tedesche occuparono l’ospedale militare di Verona, sparando e svaligiando quanto più potevano. Quando queste cosiddette “belve” furono entrate nei reparti, si fecero consegnare dal colonnello tutti i militari, me compreso, non costretti a letto. Tutto si svolse in brevissimo tempo. Ci caricarono poi sui camion, spingendoci con la punta della baionetta. Ci portarono nelle “Casermette” di Montorio Veronese, in attesa della formazione della tradotta. La permanenza in quel luogo durò tre giorni; molti furono i tentativi di fuga, senza riuscita, a causa del timore di venire colpiti da una raffica di mitra. Un giorno, in quella caserma, abbandonata dal nostro esercito, avevo scovato in un ripostiglio, un abito borghese, completo di scarpe. Afferrai tutto, ma mentre mi dirigevo al mio posto letto provvisorio, m’imbattei in una delle SS tedesche. Mi sparò contro un colpo di pistola, intimidendomi e costringendomi a lasciare quel “bottino” che mi dava speranza di salvezza.
Il terzo giorno, alle ore 14, i tedeschi, con un potente fischio, ci radunarono in colonna per quattro. A piedi, con una temperatura che oscillava fra i 30 e i 40 gradi, da Montorio Veronese ci fecero raggiungere la stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova, in attesa del completamento della tradotta stessa, che doveva contare 1.500 “badogliani” pronti a partire per una destinazione ignota.
Nel frattempo fascisti e tedeschi avevano improvvisato un tavolo, ad uso ufficio, chiedendo chi tra di noi voleva evitare l’internamento in Germania, con tutte le conseguenze che ne poteva derivare. Era sufficiente presentarsi a quel tavolo, presieduto dall’ufficiale fascista, firmare l’adesione a collaborare con loro e si rimaneva in Italia. Rammento ancora che, su 1.500 militari, soltanto quattro reclute della classe 1924 uscirono per apporre quella funesta firma. Era un atto di tradimento del giuramento di fedeltà alla madrepatria, formulato in caserma. L’adesione significava combattere contro altri italiani che si trovavano dall’altra parte della barricata.
Verso le ore 20.30 del 12 settembre 1943 ci chiusero nei carri bestiame, 40 deportati per ogni vagone, 40 esseri umani pressati come sardine senza possibilità di servizi igienici. Il calvario per noi ebbe inizio.
Partimmo per il Brennero, senza viveri e senza possibilità di avere un po’ di acqua, che più volte ci veniva rifiutata dai tedeschi ai quali la chiedevamo, nelle varie stazioni in cui il treno si fermava. Per i badogliani (così ci chiamavano) solo sputi in faccia, perfino dagli adolescenti. Non posso dimenticare, quando smistavano i carri ferroviari da un binario all’altro, in quale modo ci sballottavano. Sentivamo i ferrovieri tedeschi di servizio che ci insultavano con frasi irripetibili.
La meta finale della mia tradotta si trovava verso est, forse l’Austria, la Cecoslovacchia, la Polonia. Al calare del sole del quarto giorno arrivammo finalmente ad una prima destinazione, la cittadina polacca di Suddaoen. A circa quattro chilometri di distanza esisteva un vasto campo di concentramento. In questo infame luogo, suddiviso da cordate di filo spinato allacciato alla corrente ad alta tensione, stavamo noi italiani e alcuni russi invalidi. Nel frattempo, camminando, vidi che sul terreno del campo crescevano certe erbacce commestibili; mi chinai per raccoglierle, quando ad un certo punto mi sentii picchiare una spalla, mi alzai e con molta sorpresa mi sentii chiamare per nome. Era il compaesano Gino Merlin, anche lui da Pozzonovo. Mi disse che proveniva dalla Grecia; ci siamo amaramente scambiati alcune frasi e qualche oggetto; dopo di che, ci siamo rivisti a guerra finita.
Durante la prima adunata, il giorno successivo, ci fu l’immatricolazione. Ci venne assegnato un numero; non mi chiamavano più con il nome, bensì con il numero “3427”. Durante i giorni trascorsi in quel campo spaventoso, di cui non rammento il numero (perché in un bombardamento mi è stato bruciato il diario), più volte i tedeschi ci hanno invitato ad aderire per continuare a combattere con loro, assicurandoci che ci avrebbero mandato in Italia per unirci ai fascisti fondatori della Repubblica di Salò.
Ricordo, in una mattina molto nebbiosa, ci hanno radunato nel piazzale del campo per farci ascoltare la roca voce di Mussolini, diffusa dall’altoparlante installato appositamente. La voce del Duce era irriconoscibile, tanto era storpiata e gracchiante; ci prese anche il dubbio che non fosse la sua. Volevano convincerci ancora una volta che la situazione in Italia si sarebbe normalizzata. Non ottennero alcun risultato.
Dopo il 19° giorno di permanenza in quel campo, durante una adunata, in numero progressivo ci chiamarono in duecento per il nostro primo lavoro. In periferia della stessa cittadina, si trovava accampato, in una vecchia fattoria padronale, un plotone di soldati comandato da un maggiore delle SS. Arrivati in quel luogo, il sergente che ci comandava, chiese ad alta voce se fra noi ci fossero due cuochi, ed io alzai la mano, seguito dal compagno Zattoni. Il primo giorno ci ordinò di attingere l’acqua da una vecchia fontana per ristorare delle oche. Ad un tratto, uno dei soldati che ci seguiva a vista, ci invitò a raggiungerlo perché la signora dell’ufficiale comandante desiderava vederci da vicino. Entrati nella stanza, trovandoci di fronte a lei, ci siamo resi conto della sua meraviglia, nel vederci in tali condizioni. Ci ha interrogati con qualche parola in italiano e, gentilmente, ci ha offerto un pezzo di torta; indugiando un po’ ci siamo guardati in faccia e poi, ringraziando, siamo ritornati al lavoro.
Nei giorni successivi finalmente siamo entrati in cucina, con il compito di sbucciare le patate; per fortuna c’erano alcune donne polacche che, dalla cucina, di nascosto, ci portavano delle pagnotte di pane nero con la marmellata. Al termine di quel lavoro, che durò circa cinque settimane, lasciammo le baracche per un nuovo trasferimento. Ci imposero, in maniera brutale, di pulire anche le latrine, costringendoci a sollevare, con le mani, le casse zeppe di sterco e a sotterrare il tutto in buche scavate in precedenza. Naturalmente il nostro trasferimento avveniva sempre in segreto; non si sapeva mai dove ci avrebbero portati.
Questa volta ci portarono al confine con la Lituania, dove trascorremmo due ore infernali. Ci fecero spogliare completamente e introdurre il vestiario in una camera a gas, che funzionava da locale per la disinfezione dei panni. Essendo a conoscenza dell’atroce astuzia con cui i nazisti usavano i gas, in quelle due ore avevamo creduto che la nostra vita fosse appesa ad un filo. In questa occasione fummo assecondati dalla buona sorte; ebbi anche la possibilità di fare una doccia calda, l’unica in ventitre mesi.
Successivamente ci trasferirono oltre il confine polacco. Entrati in territorio lituano, ci attendeva un secondo lager, situato anche questo in periferia, nella cittadina di Wirballen. La temperatura oscillava tra i 30 ed i 35 gradi sotto lo zero. In quel profondo nord non c’erano bombardamenti aerei. Il nostro pericolo consisteva nella possibilità di essere fucilati con qualche pretesto dalle guardie tedesche o ammalarsi per la cattiva alimentazione. Era comprensibile che 10 ore di lavoro al giorno, con 200 gr. di pane di segala, e 5 gr. di margarina minerale, a testa, portassero a queste condizioni; ciò era risaputo e voluto dai carcerieri. In quelle condizioni la mia salute peggiorò notevolmente.
Il 24 dicembre del 1944, ci hanno nuovamente stipati in un carro bestiame per un nuovo trasferimento. Raggiungemmo il campo di Konigsberg, luogo di smistamento, occupato da internati di tutte le nazionalità. Qui siamo rimasti soltanto una settimana, però abbiamo avuto la grande consolazione di esserci incontrati con un sacerdote italiano, anche lui internato. Indossava abiti civili, ci siamo sistemati attorno a lui, e dopo aver recitato qualche preghiera, ci ha impartito i sacramenti.
In quel lager c’erano prigionieri francesi che ricevevano periodicamente un pacco viveri dalla Croce Rossa internazionale. Il contenuto era ricco e abbondante, lo dividevano in due parti ed una cercavano di barattarla con noi italiani che non potevamo ricevere pacchi, perché per noi non valeva la convenzione di Ginevra.
Durante il periodo della mia prigionia, mi ero guadagnato l’affetto di un amico, un certo Romolo Schena di Belluno, che mi disse che stava frequentando il secondo anno di perito minerario. La nostra amicizia si consolidò tanto da diventare come fratelli.
Rendendoci conto che il nostro fisico era quasi allo stremo, decidemmo di barattare con i francesi il nostro orologio, in cambio di mezzo pacco di viveri ricchi di vitamine. Riuscimmo a sfamarci due volte. Il cibo lo razionammo, perchè oggetti da scambiare non ne avevamo più.
Ripartimmo, sempre ignorando dove fossimo diretti; per saperne di più ci si orientava con il sole, che per la prima volta la direzione era verso sud. Il viaggio durò addirittura sette giorni e sei notti, finché arrivammo a destinazione, nella regione della bassa Sassonia e precisamente nella città di Brausweik, zona non ancora martellata dai bombardamenti aerei, ma che lo sarebbe stato di lì a poco. Le incursioni erano un tormento per noi badogliani, a cui era fatto divieto di ripararci nei rifugi anti-aerei. Una notte, un ordigno esplose incendiando la nostra baracca e costringendoci ad uscire all’aperto in pieno spiegamento aereo. Sopravvivemmo ma con i soli pantaloni, perché il resto andò in fumo. La giubba fu sostituita da un sacchetto di cemento vuoto, a cui praticammo un foro dalla parte chiusa, infilandolo per la testa. Le scarpe furono sostituite da zoccoloni in legno, detti olandesi, fissati alle caviglie con rudimentali fili elettrici reperiti casualmente.
Per sessanta giorni, due volte al giorno, fummo costretti a percorrere 7 Km in queste condizioni, con le guardie sempre alle calcagna. Infatti il nuovo lager, a noi destinato, si trovava in un paesino di campagna noto come Fallimpostel. Le nuove baracche furono costruite, non più in tavole di legno, ma in forati di cotto.
Mi fu imposto un lavoro di “facchinaggio”; facevo parte di una squadra di pronto soccorso che aveva il compito di sgombrare le macerie provocate dai massicci bombardamenti aerei. I lavori iniziati dovevano terminare anche in pieno allarme. Per noi i giorni pesavano come macigni. In un giorno di primavera, ricordo un attacco aereo che rase al suolo un intero quartiere. Il nostro gruppo fu chiamato per sostituire parte del tetto di alcune case che lo spostamento d’aria aveva fatto crollare. Fra di noi, tutti italiani, si trovava un sergente di artiglieria alpina ancora con il suo cappello con la piuma. Mi scandalizzai molto quando una guardia delle SS volle punirlo perché era sottoufficiale. Era una brava persona. Nella nostra baracca lo avevamo incaricato di dividere il filone di pane nero che ci era assegnato, e di pesarlo con una bilancetta da noi costruita: lui sapeva farlo con scrupolosità per non sgarbare nessuno. Mentre sto scrivendo, questo mio caro amico vive ancora. Si chiama Negrini Augusto, abita a Bologna, e siamo sempre in corrispondenza.
Il lavoro che facevamo ci costringeva ad eseguire operazioni molto rischiose: trascinare ordigni inesplosi, pregando Sant’Antonio o ripulire le fogne, dopo i bombardamenti.
Un pomeriggio dei primi giorni di gennaio del 1945, si presentò, in uno dei binari di sosta, un treno merci con diversi vagoni provenienti dall’Italia, carichi di cemento italiano, che il nostro gruppo doveva scaricare. Su quel treno, al termine del lavoro, quando, stremati, già credevamo di poter tornare alla baracca, ci fecero salire, con destinazione Madenburgo.
Madenburgo dista da Brausweik circa 100 km. Vi giungemmo all’una di notte; nevicava, una neve quasi piovosa. Nel corso di un’operazione di azionamento di una leva, per sollevare un pezzo di binario mi ferii ad una mano. All’infermeria della stazione ferroviaria, riscontrarono una frattura a due dita e la lesione del tendine dell’indice sinistro. Mi condussero all’istituto infortuni di Brausweik, segnalando il mio caso: dopo 33 ore finalmente riuscii a mangiare la sbobba giornaliera.
A Brausweik, città di circa 350.000 abitanti che al nostro arrivo non era ancora stata sottoposta ai bombardamenti aerei facevo il manovale. Prestavo servizio presso un’impresa edile, con pronto intervento dove necessitava, che si chiamava “Osman”. Qui dovevamo ampliare uno scalo ferroviario nel lato nord della città, obiettivo ideale per i bombardamenti aerei. Sopra di noi, infatti, ci furono 44 incursioni. La vita scorreva come una lenta agonia. Mi capitava di assistere ad episodi di degradazione umana così profonda da indurmi a pensieri ferali. Ricordo una maestrina elementare, bionda e bella, che, credendo di aver salva la vita, divenne la concubina di un Kapo. Quando lui smise di divertirsi con lei, la rifiutò, rimandandola nelle baracche, a vivere di stenti come prima. La giovane Katia, questo era il suo nome, si tolse la vita, gettandosi sotto ad un treno.
Dopo penose attese giunse il 23 aprile del 1945. I tedeschi sparirono in breve tempo, abbandonando i rifugi anti-aerei liberi. La liberazione della città di Brausweik avvenne ad opera delle truppe inglesi. Ci vollero tre mesi per il riattivamento delle ferrovie, poi potei finalmente partire. Questa volta, viaggiai per il rientro in patria. L’ultima fermata in terra straniera è avvenuta a Linz (Austria); infine arrivai in Italia con posto tappa Pescantina. Il pronto intervento pontificale, con mezzi propri, ci ha successivamente smistati a destinazione; così, la sera del 25 luglio, finalmente, dopo cinque anni, ho potuto riabbracciare i miei genitori. Da loro fui accolto con ansia ed emozione, però per un lungo periodo non fui in grado di recuperare la tranquillità. Ero moralmente abbattuto, quasi nell’impossibilità di riprendermi. Pensavo sempre a quei compagni di sventura che non hanno più fatto ritorno perché deceduti nei lager nazisti.
Da allora mi sono tenuto in contatto con l’A.N.E.I. di Padova, da cui ho appreso molte notizie sul famigerato campo di sterminio di Auschwitz, dove padre Kolbe offerse la sua vita per salvare un padre di famiglia. Quell’atto d’amore mi entrò nel cuore a tal punto da darmi forza ed energia. Ebbi l’idea di farmi promotore di un’iniziativa, presso le autorità comunali, nell’intento di poter intitolare una piazza o una via a padre Kolbe. Lo feci prima a Pozzonovo, mio paese di origine, poi a Monselice, dove risiedo. Con mia soddisfazione l’iniziativa ebbe esito positivo. Nel mio piccolo, avevo compiuto un atto che poteva, in qualche modo, rendere giustizia alla memoria del coraggio e della vita sacrificata per l’amore verso gli altri. A Pozzonovo, il 30 novembre 1999 fu inaugurata una via al martire Kolbe. A Monselice fu inaugurata il 15 ottobre 2000, nella circostanza del Giubileo.
Ora a distanza di oltre 60 anni non trovo più il tempo per piangere, però colgo l’opportunità per scrivere queste mie semplici parole. Vorrei poter gridare alle nuove generazioni di non dimenticare mai i patimenti fisici e morali sopportati dai loro padri e nonni, per ottenere la democrazia e la libertà di cui oggi tutti godiamo. Noi superstiti non possiamo non rompere il silenzio che spesso grava sul nostro passato, perché abbiamo ancora la fortuna di ricordare. Possiamo così onorare gli oltre 60.000 caduti nei lager nazisti.
Trevisan Giuseppe *
UN SERGENTE DI FANTERIA, CLASSE 1918, PRIGIONIERO IN GERMANIA
Fui tra i primi ad arrivare in Germania, divenendo così uno dei 650.000 soldati italiani internati. Il 12 settembre, dopo due giorni interminabili, chiuso nei vagone bestiame, arrivai al campo base XVII A di Kaisersteinbruk, nell’Austria orientale. Era un grandissimo campo di concentramento delimitato da cavalli di frisia e custodito da molte torrette per le guardie armate.
Entrai con seicento italiani nella baracca 27; fui fotografato in tre pose e fui immatricolato. Ero diventato il numero “140298”. Dopo 40 giorni mi mandarono a lavorare con altri 200 italiani. In pratica ero un operaio coatto, nella MetallWarenfabrik Arthur Krupp A.G. di Berndorf-Niederdonau e avevo il dormitorio nell’”Arbeitlager” di Grillenberg, alla periferia opposta alla fabbrica.
Il nostro lager era di sole otto baracche, cintato da filo spinato e custodito da un drappello di soldati tedeschi armati. Di notte venivamo chiusi dentro e per andare al lavoro ci scortavano sempre in due, uno davanti e l’altro dietro la fila.
Nell’ultima settimana di marzo del 1945, i tedeschi chiusero le fabbriche e iniziarono ad adibire i lavoratori a operazioni di carico di materiale che doveva essere trasferito verso ovest. Eravamo tutti eccitati e speranzosi che la guerra finisse presto. Quella settimana, sulla strada davanti al lager, erano passati stranieri con zaini e fagotti provenienti dai lager che erano stati abbandonati sotto l’incalzare dell’armata russa. Venerdì 30 marzo si sentirono dei sordi brontolii di artiglierie; sabato 31 marzo cominciammo a vedere anche dei bagliori lontani.
La domenica di Pasqua del 1945 mi recai a messa nel duomo di Berndorf, con alcuni miei compagni, tra cui l’inseparabile sergente Giuseppe Vodicer, che condivise con me il terribile periodo vissuto in Germania. La chiesa era semivuota e silenziosa, ma all’uscita sentimmo un frastuono cadenzato che noi, speranzosi, scambiammo per il rumore di cingolati leggeri, magari russi. In realtà si trattava di un gruppo folto di militari tedeschi anziani, che marciavano impettiti col fucile in spalla. Era la Volksturm, la truppa che secondo i nazisti avrebbe dovuto iniziare la guerriglia, l’estrema difesa della Germania.
Il lunedì seguente ricevemmo l’ordine di evacuare e di salire in treno. Noi però, sapendo che i treni venivano bombardati, fuggimmo nei boschi, sparpagliandoci. Negli zaini avevamo buone scorte di cibo, trafugate durante gli ultimi lavori di carico negli stabilimenti, di cui uno era di scatole di carne. I nazisti, incattiviti per le sorti a loro infauste del conflitto, usavano violenza contro chiunque si opponesse alle loro richieste di collaborazione. Perciò, ci spostammo continuamente. Solo radio scarpa ci dava notizie su dove si trovavano le SS e sullo svolgimento del conflitto.
Nei boschi ho incontrato persone di tutte le età e nazionalità, nonché delle più disparate posizioni sociali. Era un miscuglio eterogeneo, tenuto unito dalla paura, dalla tensione, dalla indecisione delle scelte. Là ho vissuto momenti in cui la follia che porta alla guerra si esternava con violenza.
Spostandoci verso ovest, incontrammo sempre meno italiani. Non avevamo più il conforto del passaparola e stavamo anche terminando le cibarie. Una sera, raggiunto un valloncello al riparo di alcuni alberi, incontrammo un gruppo di stranieri, che divise con noi una cena improvvisata con pane e lardo. Per me fu una notte tristemente memorabile, perché il mio stomaco non resse e provai grandi dolori. All’indomani andai alla ricerca di notizie e appresi che il presidente Roosevelt era morto e che Berndorf era stata occupata dall’armata russa. Fu così che partimmo in quattro compagni per ritornare nei luoghi dove avevamo lavorato e che ben conoscevamo.
Con timore ci avvicinammo alle zone abitate. In una radura, però, scorgemmo uno zaino e delle lettere sparpagliate attorno che capimmo appartenere ad un nostro compagno. Lo credemmo morto e ne fummo sconvolti. Entrammo in paese e quello che si presentò ai nostri occhi fu uno spettacolo terribile. C’erano morti e rovine. Tra i cadaveri stesi a terra mi capitò di rivedere qualche volto noto. Le case che ancora si reggevano in piedi avevano le porte divelte, i vetri infranti. Sui bordi delle vie c’erano mucchi di masserizie: materiale bellico fuori uso, bossoli, copertoni di biciclette, armi di ogni tipo, indumenti.
Sentivamo una gran fame e quando riuscimmo a vincere il riserbo, penetrammo nelle case e cominciammo a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. In un’abitazione abbandonata recuperammo diverse vettovaglie, ma la nostra gioia fu interrotta dalla visita di un soldato russo, che ci puntava contro il fucile dalla soglia. Ci salvò lo sloveno-russo parlato da Vodicer, ma dovemmo lasciare tutto quel ben di Dio. In quei giorni ritrovammo l’amico che pensavamo fosse stato ucciso nei boschi, ma che in realtà era riuscito a scappare ad alcuni tedeschi sbandati.
Partimmo verso sud e trascorremmo la notte in un lager abbandonato. Il mattino seguente decidemmo di rivisitare Berndorf per completare i rifornimenti di vestiti e cibi, e anche per portare con noi qualche souvenir. Nei giorni successivi, compimmo a turno dei viaggi a Berndorf, per avere sempre nuovi indumenti e nuovi alimenti.
Una mattina, forse il 24 o 25 aprile 1945, mentre tutto solo mi dirigevo verso il paese, fui fermato da un soldato russo col quale giorni prima io e Vodicer avevamo parlato. Un interprete polacco subito chiamato, mi spiegò in tedesco che dovevo essere interrogato dalla polizia dell’esercito russo su come noi italiani eravamo stati trattati dai tedeschi. Mi interrogò un tenente, assistito dall’interprete. Mi fece perquisire e quello che mi trovarono nelle tasche fu attentamente controllato dall’ufficiale. Questi poi si dilungò sulla mia vita scolastica, militare e di prigionia. Ad un tratto mi rinfacciò di essere un collaboratore dei nazisti: aveva costruito un castello d’accusa su casi fortuiti della mia vita completati da sue deduzioni suffragate – secondo lui – da quanto avevo in tasca. Fu per me un fulmine a ciel sereno, mi allarmai tremendamente. Dopo forse quattro ore di botta e risposta che lui continuamente verbalizzava, fu sostituito da un sottotenente. Questi mi rifece le stesse accuse con tono sprezzante e intimidatorio. Io ribattei, come prima, punto per punto, anche se ero in grande affanno. Pure il sottotenente scrisse il suo verbale e dopo circa due ore se ne andò. Rimasi sotto la custodia dei soldati, non sentivo né fame, né sete. Dopo forse un’ora subii un terzo interrogatorio da tutt’e due gli ufficiali. Usarono blandizie, minacce e stratagemmi per trarmi in inganno. Mi difesi con lucidità e tenacia. Visti inutili i loro sforzi, il tenente mi portò nel lager dove c’era l’amico Vodicer che mi attendeva. Là fece un’accurata ispezione. Ritornammo alla base che era buio, con il mio compagno. Io fui chiuso in un bugigattolo, lui fu condotto all’interrogatorio. Passai una notte di tormento. Al mattino, senza alcuna spiegazione, ci rilasciarono. Tornammo felici al lager che avevamo scelto per dormire; trovammo i nostri zaini vuoti. Addio scorte e souvenir! Fatti altri rifornimenti partimmo verso sud. Strada facendo, radio scarpa ci informò che i russi avevano preparato un accampamento per gli stranieri a Wienner – Neustadt. Ritornammo a vivere!
Rimasi coi russi oltre quattro mesi e ritornai a casa l’11 settembre 1945. Purtroppo a casa non arrivò mai mio fratello più giovane Canzio, anch’egli deportato in Germania.
* Dal racconto “Aprile 1945” conservato presso l’Archivio Storico di Monselice
Vittorio Rebeschini
COMBATTERE A VENT’ANNI SUL MONTE LUNGO. L’INIZIO DEL 2° RISORGIMENTO ITALIANO
Facevo parte del LI battaglione bersaglieri allievi ufficiali che, all’inizio del febbraio 1943, aveva iniziato il V corso di addestramento a Marostica. Ai primi di luglio il battaglione venne mobilitato e trasferito in Puglia, esattamente a Palese Bari, a protezione dell’aeroporto militare, per contrastare eventuali sbarchi aerei anglo-americani. Nel pomeriggio dell’8 settembre mi trovavo a Bitonto quando il maresciallo Badoglio dette l’annuncio dell’armistizio. Inizialmente ebbi il pensiero che la guerra fosse finita e che il ritorno a casa fosse imminente. Ma non fu così. Già il 9 settembre, a metà pomeriggio, chiamati dal comando di Bari, accorremmo al porto. Circondammo e contrastammo circa 300 guastatori tedeschi che stavano per demolire le attrezzature e affondare le navi alla fonda. Inizialmente ci fu uno scontro a fuoco con morti e feriti tra un gruppo di militari italiani e i tedeschi.
Io comandavo una squadra di mitraglieri e presi posizione, in modo precario e instabile, sui grossi macigni che proteggono la riva del mare. Controllavo i tedeschi che, a loro volta, mostrando indifferenza, sorvegliavano noi: l’atmosfera era elettrica e piena di tensione. Dopo lunghe trattative condotte da un nostro ufficiale i tedeschi si arresero e abbandonarono il campo, allontanandosi verso il nord. Nelle settimane seguenti difendemmo Bari e le città contermini dagli attacchi tedeschi: a Trani vi fu uno scontro che provocò qualche ferito. In ottobre entrammo nel primo raggruppamento motorizzato, la prima unità italiana ad iniziare, a fianco degli alleati, la guerra di liberazione.
La battaglia del Monte Lungo: versante est
Monte Lungo è un’altura dalla struttura sassosa, carsica, che si sviluppa da sud a nord, delimitata ad est dalla Casilina e ad ovest dalla ferrovia Napoli-Roma e dal fiume Peccia.
Presenta una serie di quote, la prima che guarda a sud verso Mignano, la quota 253, venne conquistata l’8 dicembre 1943 dopo una sanguinosa battaglia. La seconda, progredendo verso nord, è definita quota senza numero. La terza, quota 343, fu teatro di scontri durissimi e venne raggiunta il 16 dicembre: per primi vi arrivarono i bersaglieri del LI con la collaborazione dei soldati del 67° Fanteria. L’ultima cima, la 351, che guarda la piana di Cassino, fu raggiunta da un gruppo di componenti della seconda e della prima compagnia del LI battaglione, comandati dal capitano Visco. L’operazione si svolse con l’ausilio di alcune truppe americane.
Con le battaglie dell’8 e del 16 dicembre 1943, Monte Lungo venne liberato completamente dalle truppe tedesche: queste, sentendosi ormai accerchiate, si ritirarono. Alcuni componenti furono fatti prigionieri. A proposito del monte, il Maresciallo Kesserling scrisse che la sua configurazione “lo rendeva inespugnabile”. Da quasi due mesi, infatti, impediva l’avanzata delle truppe corazzate alleate verso Cassino. Qui ebbe luogo la prima battaglia del ricostituito esercito italiano, che segnò l’inizio del II Risorgimento per la Liberazione della patria.
Al nostro battaglione fu affidato il compito di liberare Monte Lungo dalle truppe tedesche che impedivano l’avanzata verso Cassino. Nella notte dal 7 all’8 dicembre, con la mia squadra, oltrepassai il fiume Peccia, e diedi il cambio ad una squadra della fanteria. Le postazioni tedesche erano a circa 50 metri di fronte a noi: di tanto in tanto sparavano raffiche di mitragliatore. Fu una notte piena di tensione; gli occhi bruciavano nel tentativo di scorgere qualche movimento del nemico. Alle 6.15 iniziò l’attacco, preceduto da un bombardamento terrificante da parte dell’artiglieria americana e italiana.
Io, con il mio gruppo, ero ritornato alle buche di partenza, ricongiungendomi al resto della compagnia, in prossimità del fiume Peccia. Avanzai con la mia squadra raggiungendo un piccolo boschetto: c’era la nebbia e imperversavano i sibili delle pallottole e lo scoppio delle bombe di mortaio. Dopo pochi minuti mi resi conto che, ad un compagno che mi stava di fianco, dietro alla mitragliatrice, una raffica aveva spappolato la mano e l’avambraccio sinistro. Una sventagliata mi passò a pochi centimetri dal volto. Un commilitone, dietro di me, fu colpito a morte. In quel momento mi ricordai che era la festa dell’Immacolata; questo pensiero mi dette un relativo sollievo.
Poco dopo iniziai a sparare ma l’arma s’inceppò. Tutto il fronte della compagnia dovette retrocedere, lasciando sul terreno numerosi morti e feriti. Riuscii a riattraversare con grande difficoltà il fiume Peccia su una trave sdrucciolevole.
Arrivato sulla riva opposta il comandante della compagnia mi ordinò, arma in pugno, di ripassare il fiume per mettere in salvo una cassa della radio. Così feci. Me la caricai sulle spalle e fra un grandinare di pallottole, col timore di cadere nelle acque torbide e tumultuose, raggiunsi nuovamente la riva. Per risalire la scarpata sostenni una fatica immensa: la parete era molto sdrucciolevole per la pioggia e mi aiutai affondando le dita della mano che mi era rimasta libera nel fango, spingendo e trascinando la cassa. Le pallottole mi fischiavano attorno, fortunatamente senza colpirmi. Ricordo che nello sforzo dell’operazione il cavallo dei calzoni di tela si era strappato ed ero rimasto in mutande. Faceva freddo e l’aria era molto umida a causa della pioggia incessante caduta nei giorni precedenti.
Il giorno 13, mentre ero in una buca ricavata a metà scarpata, sopra la ferrovia, mi raggiunse un amico, Sergio Corvino. Stazionava, assieme ai resti della compagnia, all’interno di una casa colonica mezzo diroccata per via dei bombardamenti.
Una scheggia di mortaio raggiunse la buca e colpì Sergio, che cadde in avanti sopra di me. Presto mi ritrovai coperto dal suo sangue. Fu chiamato il medico, Dalla Beffa, che, scopertogli l’addome, vide che le viscere erano fuoriuscite. Il mio amico morì nell’autoambulanza mentre lo trasportavamo all’ospedale da campo. Rammento che la strada era molto dissestata e dovevo trattenere il ferito affinché non cadesse dal lettino. Le sue ultime parole furono: “Mamma, non voglio morire!”. Imprecai e piansi.
Il 16 dicembre l’attacco venne rinnovato con pieno successo. Era notte fonda quando attraversai il Peccia per poi attaccare il fianco ovest della montagna. Passando il fiume, nell’oscurità, misi i piedi nell’acqua. Non portavo calze, ma avevo riempito le scarpe di paglia. Durante la notte soffersi un freddo intenso e doloroso ai piedi, tanto che pensai che subentrasse un inizio di congelamento. L’immobilità che in certi momenti accompagnava l’azione, accentuava il dolore. Fu una notte indimenticabile, tormentata da questa condizione che sovrastava persino le sparatorie e il bombardamento. Fu allora che mi ricordai che il 17 era il compleanno di papà: mi assalì una profonda tristezza e il desiderio di rivedere la mia famiglia.
Nelle settimane seguenti fu completata la liberazione del Monte Lungo, con la collaborazione delle truppe americane. I tedeschi, sentendosi ormai accerchiati, abbandonarono il Monte. La strada verso Cassino era aperta.
Nel luglio del 1945 rientrai a casa dal Sud dopo un viaggio fortunoso e faticoso, intervallato da lunghe soste. Avevo approfittato delle tradotte militari controllate dagli alleati e di qualche mezzo di fortuna. Ci impiegai 7 giorni.
Rientrai a casa improvvisamente, in un pomeriggio assolato: la strada di casa era deserta e silenziosa. Incontrai un conoscente e lo pregai di precedermi e di preparare i familiari al mio imminente arrivo. Ricordo mia madre che mi aspettava sulla porta di casa: era dimagrita molto da quando l’avevo lasciata. Il momento in cui ci riabbracciammo fu molto commovente. Ero sfinito e insudiciato; volle lei stessa farmi il bagno, come se fossi tornato bambino!
Ho la consapevolezza di avere sostenuto innumerevoli rischi e sacrifici. Ho visto morire tanti miei compagni; ho veduto città distrutte e molte persone colpite nei loro affetti più cari. Ho avvertito ogni giorno il peso dell’assenza completa di notizie dei miei cari. Ma tutto questo ha avuto come risultato l’abbattimento della dittatura nazi-fascista e la nascita di un’Italia libera, indipendente e democratica.
Per quanto riguarda il mio ruolo personale, rimane la soddisfazione di avere partecipato, dando il mio contributo, alla guerra di Liberazione e all’inizio di un II Risorgimento italiano.