Le quattro anfore romane di Monselice

Monselice conserva quattro anfore romane. Manca purtroppo  ogni  notizia  riguardante il luogo di ritrovamento e la  giacitura  di  tali  contenitori, non è possibile sapere se esse provengono  da  un unico  rinvenimento: questi dati sarebbero stati indispensabili  per individuare il tipo di riutilizzo delle anfore  praticato già in età romana. Nella Pianura Padana e in particolare nella Venetia, le caratteristiche morfologiche del territorio  pianeggiante,  ma ricco di dossi e bassure e attraversato da  numerosi corsi d’acqua, comportarono frequentemente la necessità di  bonificare il terreno da acque superficiali o stagnanti e di  colmare  canali  o depressioni non più in uso.

Grandi quantità di  anfore, una  volta  svuotate del loro contenuto,  venivano  appositamente sepolte,  capovolte, per drenare il terreno, al fine di  renderlo  praticabile o edificabile.  Le anfore identificate con le sigle n.15/Z, n.16/Z e n. 17/Z appartengono al tipo Lamboglia 2, (la quarta, n.14/Z, è di difficile  inquadramento  ed è in corso uno studio).  Questa  forma  è  stata individuata da Lamboglia tra le anfore del relitto rinvenuto  nelle acque di Albenga, ma ci sono ancora dei problemi  irrisolti riguardo ad essa. La maggiore concentrazione di contenitori di  questo tipo si trova lungo le coste orientali  e  occidentali  dell’Adriatico,  facendo pensare a dei centri produttivi  situati  tra Piceno e il Friuli.

L’arco cronologico della loro  produzione  è compreso tra la fine del II secolo a. C. e gli ultimi  decenni  del  I secolo a. C. quando vennero sostituiti sul  mercato  dalle  anfore Dressel 6A, che presentano una continuità non solo  morfologica,  ma  anche di centri di produzione. Le anfore  di  questo  tipo  contenevano  vino ed il fatto che esse siano  così  diffuse nella  Pianura Padana  fa pensare che questo contenitore  potesse   essere  prodotto anche in Italia settentrionale e che  in  questo caso contenesse vino locale da smerciare in  zona. Non convince l’ipotesi che le anfore Lamboglia 2 contenessero olio, sebbene la Venetia avesse un effettivo bisogno di questo genere  alimentare  che veniva prodotto  localmente  in  quantità limitata:  proprio  in molte delle anfore  patavine,  infatti,  è stata  riscontrata  la  presenza di  pece  che  veniva  applicata  all’interno di contenitori che dovevano trasportare vino o garum, quindi prodotti soggetti ad invecchiamento, e non olio.

Invece  per l’anfora identificata con la sigla 14/Z sono  in  corso delle verifiche.

 

Descrizione delle anfore romane

 

n.14/Z – Contenitore integro, con orlo inclinato verso l’esterno, con superficie interna piana ed esterna concava nella parte  centrale.  L’altezza totale È di cm. 97 e il diametro massimo di  38 cm.  Attualmente  sono  in corso degli studi  per  stabilirne  la  tipologia.

 

n.15/Z – Tipo Lamboglia 2. Contenitore privo della parte terminale del puntale. Altezza totale cm. 82 diametro massimo di cm. 33.  Sull’orlo  È impresso, entro un cartiglio rettangolare, il  bollo ANTIO,  riferibile ad un Antiocus. Il nome è di origine  greca  e  quindi possiamo pensare che il personaggio in questione fosse  di condizione  servile, cioè un lavorante artigiano. Questo  nome  è diffuso in genere nell’area padana e lungo le coste adriatiche.

 

n.16/Z –  Tipo Lamboglia 2. Anfora in due frammenti e mancante di un’ansa e della parte terminale del puntale.  Altezza totale  cm.  75, il diametro massimo è di cm.39.

 

n.17/Z – Tipo Lamboglia 2. Anfora mancante di orlo, di un’ansa  e in parte del collo.   Altezza totale cm. 70, il diametro  massimo è di cm. 34.

 

Schede a cura della studiosa   Stefania Mazzocchin