Cronistorie monselicensi.  La storia scritta dai parroci (1943-1945)

CAPITOLO TERZO

 

Cronistorie monselicensi.  La storia scritta dai parroci (1943-1945)

Le pagine che seguono sono state scritte attingendo dalle cronache minuziose, particolareggiate e fedeli dei parroci di Monselice, nel periodo immediatamente successivo all’armistizio dell’8 settembre fino ai giorni che precedono la Liberazione. Sono il resoconto quasi giornaliero di bombardamenti e accadimenti sanguinosi, con la loro dolorosa scorta di ferimenti e lutti, nonché dei sentimenti e pensieri che albergavano nei monselicensi.

Dato il carattere particolare della cronaca siamo intervenuti nel testo il meno possibile lasciando quasi sempre l’espressione originale. Sono state consultate le cronache del Duomo di Monselice, di San Bortolo, di Marendole, di San Cosma, di Monticelli e di Ca’ Oddo.

 

Anno 1943

Monsignor Gnatta, nelle sue cronache, si fa portavoce degli eventi di quegli anni e delle angosce dei suoi compaesani. “La triste vicenda della guerra”, si legge nella cronaca, “andava di giorno in giorno peggiorando. La situazione precipita a tal punto, col nemico che penetra nel territorio italiano inanellando notevoli successi, da costringere il maresciallo Pietro Badoglio e il re Vittorio Emanuele III, a chiedere un armistizio. La tregua fu proclamata il giorno 8 settembre 1943”.

Le parole dell’alto prelato monselicense riassumono i sentimenti dei concittadini e di molti italiani verso la guerra che incominciava a farsi sentire direttamente anche a Monselice, negli ultimi mesi del 1943, con il passaggio dei bombardieri alleati. Scrive Monsignor: “Ormai non passa giorno senza che poderose formazioni di centinaia di apparecchi transitino per il nostro cielo. Si erano costruiti rifugi più o meno capaci e sicuri in ogni luogo. La vita cittadina si svolge ormai in una penosa e crescente trepidazione.”

Il 16 dicembre 1943, poco dopo mez­zogiorno, avviene il primo bombardamento su Padova. Si contano parecchie centinaia di vittime e molti sono i fabbricati abbattuti o sinistrati.

Giunge Natale. Il 25 dicembre le cronache segnalano una giornata funesta. Viene ingaggiata una battaglia aerea, nei cieli del paese, tra alcuni caccia tedeschi e diverse squadre di velivoli anglo-americani. Tre apparecchi precipitano in fiamme verso Pozzonovo. Vengono rinvenute, nel territorio della Parrocchia di S. Bortolo, sette bombe inesplose.

Il successivo 30 dicembre 1943 si ha sulla città di Padova la seconda incursione, anch’essa gravis­sima. Da quel momento gli attacchi, anche sui paesi limitrofi, si susseguono con ritmo sempre più frequente, causando sempre vittime e danni. I bombardamenti di Padova provocano a Monselice un senso di giustificato terrore, dal momento che la nostra cittadina è considerata, per i rapporti e per la vicinanza, un’appendice del capoluogo. Inoltre, per le sue caratteristiche di centro stradale e ferroviario di prim’ordine, s’intuisce che il pericolo si sarebbe presentato sempre più imminente. In uno di quei giorni, infatti, si verificano, sopra la cittadina, alcuni terribili combattimenti aerei.

 

Fine dicembre 1943, inizio gennaio 1944

Estrapoliamo dal Gazzettino alcuni brani che descrivono le preoccupazioni dei monselicensi durante le festività natalizie. La vita trascorreva tra gli allarmi aerei e i tentativi di trovare qualcosa da mangiare, ricorrendo quando era possibile al “mercato nero”. Naturalmente le autorità facevano di tutto per reprimerlo. Ecco in sintesi la cronaca:

 

La repressione contro il mercato nero

25 dicembre 1943. Alla stazione ferroviaria di Monselice sono stati arrestati Gino Ugolini di Firenze, con 28 chili di farina.  Gino Tenaci di Firenze con 31 chilogrammi di farina e Amleto Mugnaini di 33 anni con 11 chili di fagioli. La merce è a disposizione della sezione provinciale dell’alimentazione. I legionari Lionello ed Ortolani sorprendevano altri trafficanti e li conducevano al comando di Monselice. Alla stazione ferroviaria venivano rinvenuti altri generi alimentari. – [I cinema monselicensi davano i seguenti spettacoli:] Al “Roma”: L’amore canta (delizioso) con Maria Denis e Massimo Serrato. Al “San Sabino” Gente dell’aria. (Grande successo)

 

Allarme aereo

4 gennaio 1944. Sono state effettuate le prove acustiche della segnalazione di allarme aereo per mezzo delle sirene. Le autorità comunicano che l’avviso sarà effettuato con suono intermittente. Mentre il cessato allarme sarà dato a un suono continuo di circa un minuto. Viene consigliato alla popolazione di allontanarsi dal centro abitato appena iniziato il suono della sirena d’allarme e di raggiungere l’aperta campagna percorrendo le strade secondarie senza formare cortei. I proprietari di immobili devono provvedere in tempo utile e al più presto quantitativi di sabbia che potrà essere tenuta in sacchetti pronta ad essere usata in caso di incursione aerea

 

 

Simpatico gesto dei legionari

6 gennaio 1944. I legionari del 54° battaglione delle camicie nere in occasione della festa di Capodanno vollero offrire ai vecchi della casa di riposo e ai fanciulli dell’infanzia abbandonata mezzo chilo di pane ciascuno sottraendolo dalla loro razione giornaliera. La distribuzione fu fatta dal comandante del battaglione Edimio Rossato.

 

La befana fascista

8 gennaio 1944. Il commissario prefettizio del fascio, il commissario del Fascio, ufficiali germanici, il comandante del 54° battaglione delle camicie nere, il grande mutilato di guerra Garofoli, il  comandante dei carabinieri, quello della milizia ferroviaria, l’ispettore provinciale dei fasci repubblicani Cattani hanno partecipato alla distribuzione della befana fascista alla popolazione. Prima della distribuzione il sig. Romaro ha rivolto brevi parole alla famiglie beneficiate assicurando che “il partito fascista continua malgrado i tempi difficili la sua opera di assistenza”, assicurando che segue la volontà del Duce. Cattani ha garantito che l’Italia sotto l’intelligente guida del suo capo riprenderà il posto di combattimento affianco del valoroso e leale alleato germanico. Ogni famiglia ha ricevuto due chili di farina, un chilo e mezzo di fagioli e altrettanta farina di granoturco. Le famiglie beneficiate risultano circa 300.

 

 

Gennaio, febbraio 1944

La guerra, con le sue devastazioni, imperversa. Scrive il parroco del Duomo: “Di giorno in giorno le rovine vanno sempre più accumulandosi rovesciando chiese, basiliche, monumenti di immenso valore, ospedali scuole collegi e case religiose. La guerra infuria su tutti i fronti, anche qui si passano giorni di spauracchio e di trepidazione per incursioni continue di giorno e di notte di aeroplani che sorvolano sul nostro cielo”. Sono sospese le visite al Santuario perché tutta la zona è occupata, fin dall’ottobre 1943, da reparti germanici.

Il Gazzettino del 12 gennaio registra uno stralcio di vita quotidiana, che reca sollievo nella contingenza poco felice:

I calciatori della Monselicense, sia pure incompleti, sono scesi in campo contro la squadra del Solesino. L’incontro si è risolto al netto favore dei concittadini, vincendo 6 a 1.

 

L’8 febbraio ‘44 ha luogo il terzo bombardamento sulla città di Padova. Già dai primi segnali d’allarme, la popolazione padovana si riversa nei rifugi, o si disperde nei campi, trovando riparo nei fossati. Anche a Monselice, le sirene scatenano il panico; in pochi minuti la popolazione si riversa sui campi e nelle strade delle frazioni. “E frattanto” – scrive don Gnatta – una pioggia di esplosioni si abbatteva sulla città del Santo, suscitando paurosi scuotimenti e tremori in tutta la provincia, proiettando ovunque quei sinistri bagliori che facevano pensare alla fine del mondo. Finalmente, dopo varie ondate di bombardamenti, ebbe termine anche la inusitata furia devastatrice e il fischio delle sirene riecheggiava per annunciare la fine della tragedia! Erano le 5.20.”

 

Marzo, aprile e maggio 1944

La primavera del ’44 si presenta recando infelici novità. Il 4 marzo 1944 partono per la Germania numerosi padri di famiglia, precettati dal Fascio repubblicano di Monselice. Tra essi anche il “bonario sacrestano” della chiesa di S. Bortolo.

L’11 marzo ancora un terribile bombardamento su Padova. Questo attacco, in pienissimo giorno, è causato dall’afflusso delle reclute alle caserme militari e produce un numero incalcolabile di vittime innocenti. Muore anche il giovane monselicense Danilo Sanguin, di appena 19 anni, che si era presentato quel mattino alla caserma militare, seguendo le indicazioni della chiamata alle armi dell’esercito repubblichino. Il suo corpo viene gettato nel canale, presso il ponte Sant’Agostino, dallo spostamento d’aria e viene ripescato soltanto 50 giorni dopo.

 

Giugno 1944

Il dolce mese estivo si apre con un episodio luttuoso, nel quale trova la morte, per uno scontro con la polizia repubblicana, nei pressi di Solesino, un ragazzo di S. Bortolo. Si chiamava Balle Duilio, aveva 20 anni.

Si deve registrare però anche un evento molto gioioso. Il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio, fa il suo ritorno in patria, dopo un lunghissimo esilio, Angelo Targa, insegnante e tenente dell’esercito; “è una festa, una gioia immensa per tutta la sua famiglia. E’ veramente un sogno dopo mesi ed anni di penosa agonia in campo di concentramento in Germania ove era rimasto “internato” dopo l’8 settembre”.

I bombardamenti proseguono per tutto il mese. Due bombe cadono sul territorio della parrocchia di S. Bortolo. Oltre al terrore per i bombardamenti, si diffonde anche l’incubo dei rastrellamenti di persone destinate alla deportazione.

 

Agosto 1944

In questi giorni la guerra, già in atto da cinque anni, si è avvicinata più che mai ai nostri paesi e comincia a farsi pericolosa per i “nostri averi e per le nostre stesse terre” – commentano i parroci. Nuove truppe tedesche sono venute a stanziarsi nelle nostre campagne; rifugi stradali sono stati fatti scavare dal comando germanico lungo tutta la strada Rovigana. Inoltre, sono iniziati i lavori della TODT, per costruire un secondo ponte sull’Adige, presso Boara Pisani. “Tutto questo fa presagire che la guerra si avvicina e costringe i più riflessivi a scavarsi dei “rifugi sotterranei personali” per salvaguardare da possibili razzie le cose più importanti e all’occorrenza le loro stesse persone.”

Fra i concittadini, serpeggiano interrogativi inquietanti. Che cosa sarebbe della cittadina, se si verificasse qui la temuta Resistenza? Si sa­ che tutte le località dell’Italia centro-meridionale, dove si sono verificati simili combattimenti, sono state rase al suolo da azioni tempestive dei caccia alleati. Si teme, per Monselice, la medesima sorte. L’attenzione è sempre rivolta alle notizie che giungono sulla situazione politica e militare contingente.

 

Settembre e ottobre 1944

Il 4 settembre, le nazioni alleate penetrano nel territorio della pianura Padana, mentre sul fronte francese riescono ad occupare Bruxelles. Si fa insistente la voce di una fine imminente del sanguinoso conflitto. Purtroppo, la città di Monselice vive in quei giorni alcuni momenti paurosi.  Il 12 settembre, in piena notte, in contrada S. Bortolo, si segnala il passaggio di un gruppo di teppisti, sbandati o disertori, armati di pistole, in sella a biciclette, che fecero “tremare l’aria per il numero e il calibro straordinario delle bestemmie che essi lanciano a tutti i venti”. Sparano ai cani nei cortili e se ne vanno. Nel pomeriggio, viene ucciso da alcuni agenti repubblicani, il giovane Orlando Furlan, fratello di due ricercati per attività clandestine: Aldo e Guerrino. E’ grande la partecipazione emotiva del popolo a questo lutto. Quella stessa sera, inoltre, si verifica il tentativo di sabotaggio alla linea ferroviaria, che comporta l’arresto di 29 partigiani.

La fine del mese è segnata da un intensificarsi del passaggio di contingenti dell’esercito tedesco sulla strada Rovigana diretto al fronte sull’Appennino. Scrive Monsignor: “Si vedono lunghissime colonne di fanterie e cavalli […] sostare sulla strada e sulle nostre contrade; e centinaia di soldati entrano nelle nostre case per cambiarsi, pulirsi e ristorarsi”. Sostano anche nella casa del parroco, dove ascoltano “trasognati” la radio trasmettere messaggi dalla loro terra natia. Il 23 ottobre s’installano nella Parrocchia di S. Bortolo 3 reparti tedeschi, che ripartono il 29.

Le truppe alleate, nell’autunno 1944, sospendono la loro avanzata preoccupate dalla resistenza dei tedeschi sul fronte in Francia. Si attendono dal fronte rivolgimenti che segnino la fine dell’odiata occupazione, nella speranza che le forze alleate ci riservino un trattamento umanitario. Ma anche in tal caso, la minaccia giunge dalla riti­rata germanica. I soldati tedeschi avvertono che al­le loro retroguardie si sono unite falangi di guastatori, con ordini precisi di distruggere tutto quanto non sia necessario portare via.  Il 31 ottobre sono completati i lavori di fortificazione ordinati dai tedeschi.

 

Novembre 1944

La ricorrenza più importante per la città di Monselice, Ognissanti, non si annuncia come un giorno di festa. Troppa è la preoccupazione, alto il timore per i continui passaggi aerei. Giorno e notte, le sirene d’allarme, che hanno sostituito in questo ruolo le campane, rimbalzano sulle vecchie mura del paese. Le sirene sono tre, poste una in Piazza Vittorio Emanuele II, una nella caserma dei pompieri e una in contrada S. Martino. Il loro comando viene azionato telefonicamente da Padova. Al minimo segnale, segue un fuggifuggi generale durante il quale i cittadini riparano nei rifugi. Succede anche che gli operatori telefonici siano tra i primi a scappare e che quindi l’allarme funzioni con rischiosa irregolarità.

Come se il terrore dei cittadini avesse in qualche modo attirato la disgrazia, si verifica in quel 1° novembre un evento spaventoso: il primo bombardamento sulla stazione di Monselice; l’effetto è però molto limitato. Le bombe spezzano le condutture elettriche e sconvolgono le tegole di qualche casa alle falde del Montericco sulla rampa che porta al solario Cini. Fortunatamente, Monselice, da quando si è avuto il sentore della minaccia sempre più vicina dei bombardamenti, è disabitata e molti monselicensi trovano ospitalità nelle fattorie di campagna.

L’11 novembre, il Gazzettino riporta la notizia della cattura, ad opera della GNR, di Guido Molon, detto il Turchia, un noto “fuorilegge”, appartenente in realtà ad una banda partigiana. In seguito al suo interrogatorio, la Guardia Repubblicana può arrestare alcuni partigiani, nascosti, presso Galzignano, nella casa di un medico di Padova, che rimane ucciso nel corso di un’operazione.

Si verificano altri bombardamenti e lanci di spezzoni incendiari. Il 21, verso sera, si odono dei mitragliamenti sul Montericco, poi, alle 22.00 due esplosioni: sono due bombe a spezzoni che hanno colpito l’ECA e l’Ospedale Civile. Il 22 novembre, alle 8.50, viene colpita la ferrovia di Monselice, nel tratto Battaglia-Monselice, dalla Contrada Sgaravatti fino alla Solana. Vengono sganciate, complessivamente, 14 bombe dirompenti, da 12 velivoli. Due cadono presso casa Frizzarin, quattro sulle terre di Rango, quattro tra Rango e Rivella.

Il 26 novembre, dalla casa del campanaro di San Cosma, vengono rubati un maiale, delle bici e altri oggetti. Secondo il campanaro i ladri erano tedeschi.

In quei giorni la Consulta Comunale decide di riconsiderare il progetto per la costruzione di un rifugio nella Rocca. L’operazione, prima valutata inutile e dispendiosa, si è ora resa necessaria, per le frequenti incursioni sia diurne che notturne.

 

Dicembre 1944

Inizia la costruzione del grande rifugio sotto la Rocca. All’opera prendono parte tre dozzine di operai che fanno turni di otto ore. Usano cariche di dinamite, poste in fori ricavati nella roccia da grossi e potenti trapani, per scavare lunghe gallerie all’interno del colle. Questi grossi trapani vengono azionati da una cabina elettrica, posta sulla spianata dietro la chiesa di S. Paolo.

Il 9 dicembre sono ultimati anche i lavori di fortificazione alle pendici del Montericco. In quello stesso mese viene di stanza a Monselice un reparto della SS tedesca. “Fu questa una vera e propria invasione” – ricorda il parroco – “con requisizioni che non ammettevano discussioni riguar­danti palazzi, case ed uffici. Occorrevano mobili ed arredi ed una commissione militare esigeva da enti e privati la consegna di quanto abbisognava, non solo per le necessità fun­zionali ma anche per le comodità ed il divertimento dello Stato Maggiore e dei suoi satelliti. Occorreva dotare i soldati di biciclette, e queste venivano requisite per le strade e le vie senza preamboli, con la conseguenza di lasciare appiedati tutti coloro che non erano riusciti in qualche modo a nasconderle. Ufficiali e soldati, con la loro abituale prepotenza e spesso ubriachi, invadevano esercizi pubblici, scaricavano armi e mettevano in subbuglio continuo e completo la cit­tadinanza. Questa si sentiva sempre più malsicura, non soltanto per le continue minacce di questi energumeni ma anche perché la loro presenza faceva temere un’intensificazio­ne delle incursioni aeree alleate. Ogni attentato ad un tedesco da parte di partigiani veniva punito con la fucilazione o l’impiccagione di 10 ostaggi innocenti. Nulla di questo avvenne per fortuna nella no­stra zona, ma tali orrori si registrarono nelle zone circostanti”.

Il 16 dicembre 1944, Mussolini pronuncia, al Lirico di Milano, il famoso discorso in cui assicura che la valle Padana sarà difesa anche con le unghie e con i denti. Promette che, in breve, le truppe italo-tedesche riconquisteranno tutta l’Italia. Tuttavia, per quanto i comandanti fascisti repubblicani esternino una sicurezza quasi tracotante nell’immancabile vittoria del proprio esercito, il loro stesso entusiasmo, così esibito, ne rivela l’intima viva apprensione. Ogni loro azione pare diretta più a convincere se stessi che gli altri, d’un imminente mutamento delle sorti della guerra a totale favore dell’Asse. Nemmeno le speranze riposte sulle nuove armi di distruzione di massa, che tanto affascinano Hitler, hanno rinnovato la fiducia in una decisa inversione a proprio vantaggio. Le truppe alleate hanno distrutto gli stabilimenti tedeschi creati per lo studio della bomba atomica in Norvegia. Ora la Germania si può limitare esclusivamente ad augurarsi che i contrasti già latenti fra gli anglo-americani e la Russia possano determinare, almeno in parte, la sua salvezza. I gerarchi di Monselice sono inclini, piuttosto, a pensare che sia necessario alimentare il desiderio di riscossa nell’anima del nostro popolo, rassicurandolo su imminenti e fortunati rivolgimenti, in maniera tale da impedire ogni depressione o ribellione.

Il mese, caratterizzato da un freddo pungente, è tristemente costellato da violenti attacchi. Si verificano numerosi bombardamenti e mitragliamenti aerei. Il 21 dicembre, alle 9.30, sulla linea ferroviaria Monselice – Sant’Elena d’Este, una forte detonazione annuncia che le raffiche nemiche hanno colpito la locomotiva del treno sulla linea, dirimpetto al convento dei Frati. Dal luogo, si alza una fiamma scura. Alla sera molti ordigni cadono presso Sant’Elena, provocando sei morti.

Il 22 dicembre, altro bombardamento su Monselice. Alle 13.45 vengono bersagliate la stazione e la contrada Solana, con 18 bombe di medio calibro. Le due mitragliatrici antiaeree poste a difesa della città fanno fuoco senza posa per un quarto d’ora, ma, come di consueto, non riescono a colpire nessuno degli apparecchi. Le schegge di queste bombe vengono proiettate oltre il canapificio, per la distanza rispettabile di 500 metri.

Il pomeriggio del giorno seguente, fra le 15 e le 15.30, sulla strada di Pozzonovo, le raffiche tremende della mitraglia nemica colpiscono un camion germanico e mandano in fiamme due grossi pagliai. Sulla Rovigana, presso il bar “Stella d’Italia”, gli aerei incursori, dopo le solite evoluzioni d’ispezione, centrano un convoglio tedesco che proviene dallo zuccherificio di Este. L’aereo, sceso a bassa quota, colpisce inoltre la casa di Gino Pegoraro. Lo stesso Gino, preso per mano il figlioletto Remo, si rifugia in una stalla.

Le ostilità non cessano neanche in occasione delle festività del S. Natale. Il 25 dicembre, fin dal mattino, risuona l’allarme. Alle 10.30 compaiono in cielo dodici caccia anglo-americani, che poco dopo, in tre attacchi diversi, sganciano complessivamente 36 bombe sulla linea ferroviaria tra Ca’ Oddo e Schiavonia. Vengono colpiti in modo particolare i vagoni contenenti della canapa, fermi sulla linea ferroviaria tra Monselice e Sant’Elena. Questi ardono per più giorni e più notti.

Il 30 dicembre 1944 il Gazzettino da notizia di una vendita straordinaria di uova presso lo spaccio di Irma Goldin in piazza Mazzini al prezzo di lire 3,50 l’uno, forse per rallegrare le prossime festività. Il Fascio cittadino invece è impegnato ad organizzare la “Befana fascista” invitando i cittadini ad aderire alle offerte con generosità per dare conforto alle persone sofferenti. Gli sfollati soni invitati a presentarsi dal camerata Giacomo Romeo Forlin, per darsi in nota per il pacco che contiene indumenti invernali scarpe e generi alimentari. Complessivamente vengono raccolti circa 30.000 lire e 10 quintali di grano e granoturco, uova e altro che vengono distribuiti dall’Opera Nazionale Balilla. Ecco la cronaca della giornata:

 

Padre Casimiro, frate del convento, ha benedetto la cerimonia rivolgendo ai presenti un elogio per la sicura vittoria. Il camerata Penon ha rivolto ai giovani patriottiche parole di circostanza esaltando le virtù della maggior parte del popolo italiano che non ha mai ammainato la bandiera e continuerà la guerra contro il secolare nemico fino alla immancabile vittoria finale. Mentre una abbondante nevicata ha dato a tutto il territorio un aspetto siberiano ( -4, -10 gradi sotto zero).

 

Gennaio 1945

Nei primi giorni del nuovo anno, i tedeschi installano numerosi comandi presso le famiglie e le parrocchie monselicensi; il fronte è sull’Appennino. S’insediano anche nella canonica di San Bortolo. Sulla strada, di fronte alla porta d’ingresso, collocano una tabella con la scritta: “Schreibstube S. 7”. Si appropriano del telefono, della radio e di tutto l’altro materiale che reperiscono in parrocchia.

Domenica 21 gennaio il parroco segnala un altro infausto bombardamento sulla ferrovia. Nel pomeriggio, alle 16.30, vengono sganciate alcune bombe nella zona presso il convento dei Frati. Lì vicino, infatti, è situato il comando tedesco. Il padre guardiano e i fedeli riuniti in chiesa, si danno alla fuga, terrorizzati. L’impatto degli ordigni è violentissimo; disintegra molti vetri della chiesa. Autori di questo bombardamento sono 3 apparecchi, che fanno parte di una squadra di 6 caccia. Lanciano 2 bombe ciascuno. 6 ordigni cadono sulla ferrovia, tra il ponte dei Buffi e la stazione di Monselice, ma i binari restano integri e le bombe si incuneano nella terra congelata accanto alla linea ferroviaria.

Solo due giorni dopo, il 23, Monselice subisce ben 7 incursioni aeree. La giornata è delle più adatte agli attacchi dei caccia, tersa e chiara. Il bersaglio è sempre la linea ferroviaria. Il primo bombardamento ha inizio alle 8; si segnalano un morto tedesco e 3 feriti. Alle 8.30 avviene il secondo attacco che colpisce la ferrovia presso il deposito macchine. Viene lanciato anche un gran numero di spezzoni incendiari.

Altri attacchi si verificano il 28. Alle 15.30, 8 grossi ordigni vengono sganciati tra il ponte dei Buffi e il ponte Valli. Poi, dopo un assiduo mitragliamento, viene colpito un treno-merci, fermo sulla linea, nel tratto Schiavonia – Monselice. Verso sera, ad essere bersagliata è la zona di S. Bortolo. Alle 17.30, una scarica di mitraglia centra la strada Rovigana presso Rizzato, all’altezza del Carpanedo. I proiettili colpiscono una macchina tedesca, il cui autista si salva uscendo e nascondendosi dietro un platano. Alle 19.45, “Pippo” scarica un’altra mitragliata sulla Rovigana: vengono schiantati quattro grossi rami dei platani di fronte all’Osteria della Tribù.

Il 29, gli allarmi riecheggiano fin dal mattino; nella giornata, chiara e limpida, si susseguono frequenti attacchi. Alle 8 due esplosioni riecheggiano dal colle della Rocca. Una proviene dal lato est, dov’è situata la contraerea; l’altra giunge dalla contrada delle Fragose. Se ne ode poi una terza, dalla direzione dell’Ospedale Civile. Scatta il segnale d’allarme. Tre ore dopo, i caccia anglo-americani sparano in zona S. Bortolo. Una raffica colpisce le terre di Buretta, presso la Rovigana. Un involucro, gettato presso la “Stella d’Italia” da uno dei velivoli, viene raccolto da un estraneo di passaggio, il quale viene subito additato come collaboratore degli alleati.

Il 30 viene presa di mira la strada, in direzione di S. Pietro Viminario, e una bomba cade a 200 metri dal cimitero di Monselice. Viene colpita una macchina proveniente da Mestre; rimane ferito da una scheggia Bellico Giovanni, uscito dal rifugio per tornare dalla famiglia.

Gli stessi comandanti tedeschi, molto scossi nel morale per le notizie disastrose che giungono loro dal fronte occidentale e orien­tale, dove l’esercito tedesco minaccia di cedere agli attacchi anglo-americani e russi, appaiono sfiduciati e prostrati.

 

Febbraio 1945

Il mese si apre con un accadimento allarmante. Don Aldo Pesavento viene prelevato da alcuni fascisti dalla sacrestia e portato a Padova. E’ accusato di collaborare con forze partigiane. Rilasciato dopo un giorno, il sacerdote continua, in effetti, ad operare per l’organizzazione della resistenza clandestina.

Dopo alcuni giorni di quiete, riprendono le incursioni. Torna il famigerato “Pippo”, il caccia da ricognizione. Il 7 febbraio si verifica a Monselice uno dei bombardamenti più cruenti di tutta la seconda guerra mondiale. Viene colpito, infatti, il Cinema Sociale, dove si stanno recando, verso l’imbrunire, numerosi giovani. Ci sono nostri concittadini e militari tedeschi, appartenenti a due compagnie. Il velivolo scambia le lucine rosse delle lampadine tascabili dei soldati, con cui quelli scherzano nell’attesa di entrare, per segnali di un vasto movimento a carattere militare. Vengono sganciate numerose bombe. Il risultato è tremendo. I corpi sono dilaniati dall’impatto, la piazza del cinema appare come una macabra rappresentazione. A giungere sul posto per primi sono don Stefani e don Molon, per dare assistenza ai feriti e conforto ai morenti. Rimangono lesionati anche alcuni edifici: il Cinema Sociale, la Banca Popolare, le cantine di Simone, le cantine di Dal Din, la Pescheria Comunale, l’albergo “Stella d’Italia”, la chiesa di S. Paolo.

Il mese è caratterizzato soprattutto dal lancio di nuove bombe chiamate “spezzoni incendiari”. Questi vengono sganciati, seguiti da liquidi incandescenti, cosa che scatena numerosi e vasti incendi, sui quali è quasi impossibile avere la meglio. Il 13 febbraio, in uno di questi roghi maledetti, sviluppatosi presso la chiesa di S. Martino, trovano la morte la moglie di Camillo Gialain, Giuseppina Garofolo, e la figlia di appena 13 mesi, Alberta. La madre muore nel tentativo di salvare la piccina. L’evento commuove tutto il paese. Anche il giornale riferisce la notizia con la consueta partigianeria: dal Gazzettino del 18 febbraio 1945

 

Prodezze dei piloti alleati

Bidoni di benzina su case di abitazione in via San Martino da un aereo. Colpita moriva Gialain Alberta, figlia di Gialain Camillo e Garofolo Giuseppina (moglie) in Gialain nel rogo che seguì dopo aver tentato di salvare la figlia. Fervore ed assistenza alle famiglie sinistrate per iniziativa del podestà di Monselice è stato costituito un comitato cittadino per la raccolta delle offerte per porgere assistenza alle famiglie sinistrate dagli aerei nemici del 7 febbraio scorso. Le prime offerte sono: Gusella Remigio L.1000; Duilio Parisotto L.2000; Giovanni Ziron L.1000; Spartaco De Marco L.1000; Vittorio Rebeschini L.1000. Tutta la popolazione si è umanamente prestata verso i cittadini sinistrati nell’ultimo bombardamento aereo, tanto che le 53 famiglie senza tetto immediatamente trovarono ricovero presso altre abitazioni.

 

Il 21 febbraio, alle 16.15, cadono sul territorio di Monselice una quarantina di bombe, sparse tra il Macello, gli argini del canale Bisatto, la strada di fronte alla casa del Fascio. Ben tre quarti degli ordigni rimangono inesplosi; ma la loro furia devastatrice è solo rimandata. Qualche ora dopo, infatti, si odono le deflagrazioni, che provocano numerosi morti tra i curiosi accorsi a vedere: Zaggia Domenico, il falegname, e il sig. Corsale, venuto per misurare la bomba. Molti sono anche i feriti, tra i quali Luciano Dilani, titolare dell’Industria Cementi e Marmi.

I bombardamenti proseguono nei giorni successivi; sono colpite le zone di ponte dei Buffi, campo della Fiera e la stazione ferroviaria e si registrano, purtroppo, alcuni decessi.

 

Marzo 1945

Il 5 marzo, da un ordigno sganciato nel cuore della notte, alle 3.30, viene colpito lo storico Palazzo Steiner, dove sono conservati numerosi incartamenti dell’Anagrafe e del Catasto, che sono perduti. Dallo scoppio, risultano danneggiate anche la chiesa e la canonica di S. Paolo. Il parroco, nella sua cronaca minuta dell’evento, consegna alla storia anche un episodio colorito: “Nessuna vittima umana, grazie allo sfollamento quotidiano verso il rifugio della Rocca, praticato ormai su vasta scala; soltanto un ferito nella poco decorosa persona della signora B. rimasta sotto le macerie della sua famosa cartoleria ed estratta al mattino, in compagnia di un uomo, che non era però il marito”. Il Gazzettino riporta la notizia in questo modo:

 

Dove passano i liberatori

Il cuore di Monselice colpito dagli aerei nemici. Ecco quello che rimane del bellissimo edificio Steiner che accoglieva importanti edifici della città. Monselice, “la bella” mutilata e ferita in più parti, nonostante tutto continua a vivere come prima, resiste e resisterà imperterrita a tutte le bufere della guerra, perché i suoi abitanti sanno che solo con la resistenza e con la lotta, avranno ancora la possibilità di vita.

 

Altri bombardamenti si segnalano a S. Martino il 6 e il 9 marzo. Il giorno 6 vengono bombardate la trattoria “da Alba” e la forneria vicina, la scuola d’Avviamento. La causa del bombardamento è da attribuirsi, forse, al passaggio di alcune macchine tedesche nella contrada S. Martino o alla presenza di molti feriti di nazionalità tedesca nell’Ospedale Civile, situato dietro la Scuola. Rimangono uccisi nell’attacco i coniugi Gialain.

Il bombardamento del 9 marzo rade al suolo la casa di Mingardo Giovanni in via Savellon Retratto. Rimangono uccisi Giovanni, la figlia Silvia, e le due nipoti Mariuccia e Carlina.

Il 18 marzo viene bersagliata nuovamente la zona della ferrovia. 27 bombe, sganciate alle 9.15 presso la chiesa dei Carmini e sulla stazione ferroviaria, centrano la sede del Dopolavoro, il Caffè Volpe, la barberia attigua, il ristorante della Stazione. Si infrangono i vetri e si distrugge gran parte del tetto della chiesa. Inoltre, le schegge delle bombe sono proiettate a grande distanza, fino a raggiungere la chiesa di S. Paolo, che risulta danneggiata sul soffitto, con una conseguente pioggia di calcinacci.

Nei giorni 19, 23, 24, 25, continuano le incursioni sulla stazione. Il 23 una bomba a spezzoni dirompenti centra il panificio Scarpaio e la casa di Fioretto alle Candie, verso Ca’ Oddo. Il giorno 24 viene distrutto il ponte delle “Grolle”, fortunatamente senza che nessuno rimanga lesionato. Nella notte del 25 vengono colpite alcune abitazioni nei pressi della S.A.I.A.C.E., in via Squero. Tra gli ordigni lanciati, ci sono numerose bombe a scoppio ritardato e molte bombe a farfalla, che provocano la morte di due persone. Nella contrada della Cantarella si segnalano numerosi feriti, per il crollo di un’abitazione colpita, ma nessuna vittima.

Il 26 marzo il comando germanico ordina nuovi lavori di fortificazione a Monselice, consistenti nell’escavazione di una fossa anticarro, a mo’ di circonvallazione del paese, e di alcuni muri molto spessi, rinforzati dalle longarine ferroviarie.

Ormai è chiaro a tutti, però, che queste sono azioni di tamponamento, nei confronti di una situazione che va peggiorando giorno dopo giorno, per le forze belliche tedesche. Durante l’inverno è proseguita la lotta alla resistenza clandestina. Tuttavia, nonostante i colpi mortali inferti al movi­mento partigiano, i nazi-fascisti più attenti alle vicende internazionali del conflitto prendono sempre più coscienza che il tempo lavora contro di loro e a favore dei patrioti. Man mano che i rigori invernali vanno addolcendosi comprendono tutti che, con la pri­mavera, giunge l’epilogo del tragico conflitto. La Germania, invasa da oriente e da occidente, malgrado ogni sua accanita resistenza, sente già segnata la propria sorte. Gli eserciti alleati marciano lentamente ma inesorabilmente verso Berlino, e la caduta della capitale non può più essere evitata.

L’incipiente primavera sarà inoltre contrassegnata da nuove offensive, finalizzate alla liberazione dell’Italia settentrionale.

 

Aprile 1945

Il 1° aprile, giorno di Pasqua, si preannuncia subito come un giorno di sangue. Alcune bombe, sganciate sulla ferrovia in prossimità della chiesa di S. Giacomo, feriscono a morte Pietro Bevilaqua e Luigi Zunestri. Gli ordigni scavano enormi voragini sui campi e piegano i ponti ferroviari fino a sfiorare l’acqua del Bisatto.

Nel corso del mese, nella zona di Monselice, l’attività bellica degli alleati sembra intensificarsi. Incrementano il lancio aereo anche di volantini di propaganda e di cartine geografiche in tedesco, rivolte ai nazisti perché “riconoscano, nell’avanzata degli alleati, il loro rovinoso destino”. Inoltre, ampliano il loro raggio d’azione. Ecco, quindi, che il mattino del 20 aprile, una decina di caccia effettuano, per la prima volta, un bombardamento su Pernumia. Due le vittime, un anziano infermo e un ragazzino di 11 anni, e danni alla chiesa e al Monumento ai Caduti.

Il 21 aprile si legge nella cronaca del Duomo: “ …per la prima volta resta priva di ogni passaggio di macchine la nostra strada Rovigana; è questo veramente uno spettacolo impressionante; quella strada grandiosa e diritta, che quasi pareva angusta al traffico di macchine militari, di salmerie, e di truppa tedesca, che la congestionava nelle settimane precedenti per recarsi al fronte oltre il Po, oggi invece la strada rimane deserta perché i velivoli anglo-americani la sorvolano continuamente, pronti a sganciare sui convogli che osassero ancora muoversi. E ogni tanto si odono, dal mezzogiorno, le più violente esplosioni lacerare l’aria e far crepitare tutti i vetri delle case; sono le bombe lanciate dagli aerei incursori che esplodono su tutti i ponti dell’Adige che oggi crollano simultaneamente. Nominiamo uno di questi ponti, rimasto famoso per la difficoltà che fece provare ai bombardieri che vollero colpirlo e per il numero e la qualità delle vittime che esso trascinò all’altro mondo. Questo fu il ponte di Lusia. […] Ma un’altra novità, non meno importante, specialmente per le conseguenze che tosto si rifletteranno sull’andamento della guerra in Italia, è quella che si diffonde ovunque prima di sera; Bologna la grande città dell’Emilia, che da tanti mesi sopporta il frastuono del fronte di combattimento, Bologna è stata oggi abbandonata dai tedeschi, ed “occupata dalle truppe anglo-americane”. L’effetto morale di questo evento è incalcolabile. Ormai si sente che la guerra cammina verso il suo epilogo.”

La presa di Bologna, infatti, apre agli alleati le porte della valle padana. Quale sorte toccherà a Monselice, cittadella fortificata? Qui, l’esercito tedesco ha concentrato la realizzazione dell’estre­ma difesa delle province venete. Questo comporterà, da parte delle forze anglo-americane, bombardamenti a tappeto, con conseguente e inevitabile distruzione della città. L’ansia aumenta col passare delle ore.

Oltrepassata Bologna, gli alleati iniziano l’occupazione della valle Pada­na. La loro radio, giornalmente, rinnova gli appelli agli abitanti di Monselice e delle zone limitrofe a sfollare, perché la zona diverrà, certamente, il cen­tro della resistenza tedesca. Qui si combatteranno le ultime battaglie. Molti cercano rifugio a Venezia per l’unanime e fondata convinzione che quella città sarà risparmiata. Altri, avendone la possibilità, si spostano a Padova poiché ritengono che nei grandi centri abitati i pericoli della ritirata siano minori. Altri, ancora, e sono i più, si procurano un ricovero nelle campagne più lontane, in particolare sui colli vicini.

La sera stessa del 21 aprile, i tedeschi licenziano la maggior parte degli operai impiegati nei lavori di fortificazione. Da questo giorno, la cronaca si fa quotidiana, nella speranza di poter annunciare il più rapidamente possibile la pace, che si sente prossima. Si apprende dalla radio, e la notizia viene confermata dai viaggiatori, che gli anglo-americani, i “liberatori”, superata Bologna, sono giunti a 8 Km da Ferrara.

Il 23 e il 24 aprile sono giornate terribili. Riprende con violenza l’attività dell’aviazione alleata. Un violento mitragliamento aereo colpisce la zona di S. Bortolo, in via Gambarare, provocando due feriti. Un’altra raffica crepita poi sulla strada per Stroppare, presso Capolcastro, ferendo un cavallo, mentre il suo conducente, Gino Borile, si mette in salvo nel fosso lì vicino. Nel pomeriggio varie bombe esplodono presso la nuova chiesa della Stortola (San Cosma), dove ci sono alcuni depositi di munizioni tedesche. Sempre a S. Cosma, un aereo mitraglia un carretto di vino, scortato da militari repubblicani. Viene ferito Salvino Gusella, sono danneggiate alcune case. Anche la povera bestia muore e il vino si disperde nel fossato.

Nella notte tra il 23 e il 24, un ordigno colpisce una casa presso l’agenzia Trieste in via della Madonnetta, provocando morti e feriti. Alcuni spezzoni incendiari vengono sganciati in via Carrubbio, presso la cascina di Viale, causando panico e confusione. Il giorno 24 aprile, si sentono colpi di mitraglia ed esplosioni ad ogni ora. Si viene a sapere che, dopo l’ennesimo scoppio, anche il Comando tedesco fugge, abbandonando i lavori di costruzione della fossa anti-carro di Monselice.

Nella notte del 26 aprile, i tedeschi abbandonano anche il collegio Poloni, che hanno adibito ad ospedale militare. Viene utilizzato, dopo la loro ritirata, come struttura sanitaria per i militari italiani bisognosi di cure mediche. In quei giorni, anche la chiesa di S. Luigi e alcuni locali del patronato S. Sabino sono convertiti ad uso ospedaliero.

Si legge nella cronaca: “Le autorità locali, podestà, guardia nazionale repubblichina, tutti si sono dileguati. Tutto è silenzio, la città è deserta. Il CLN sta per uscire alla luce.”

Infatti, le notizie confortanti in merito alla possibilità di poter sopraffare le milizie territoriali nazi-fasciste, stimolano i partigiani della pianura ad insorgere. A nord di Padova, grazie ad alcune brillanti sortite, riescono a far capitolare alcuni importanti presidi. Naturalmente, le mosse dei partigiani scatenano l’immediata risposta dei comandi tedeschi ancora in zona, che si traduce in un’accanita rappresaglia. Così è anche per le forma­zioni partigiane operanti sui Colli Euganei, i cui attacchi, pur motivati da uno spiccato eroismo, sono disorganizzati e impulsivi. S’ispirano ancora ai principi della guerriglia e del sabotaggio e offrono il destro ad un’immediata controffensiva.

Il 26 aprile si devono segnalare ancora bombardamenti su S. Bortolo. A Monselice, ad essere particolarmente colpita, è la zona del Carrubbio. Non ci sono vittime, grazie all’abitudine ormai diffusa di andare a dormire nel rifugio scavato sotto la Rocca di Monselice.

“A San Bortolo”, riferisce il parroco, “bombe e spezzoni dirompenti hanno aperto profonde ferite, sulla terra, sulle piante, sulla chiesa parrocchiale e perfino sulle vive carni di un ottimo parrocchiano”. Nella notte, verso le 1.15, una bomba esplode presso la “Stella d’Italia”. Poco dopo un’altra cade a 100 metri dalla chiesa dietro casa Pannadello (Bizzarro Giovanni). Uno spezzone dirompente esplode, sempre presso la chiesa, causando feriti tra coloro che stanno cercando scampo. Tra questi si trova anche il figlio maggiore di Giovanni Bizzarro che viene subito ricoverato all’Ospedale Civile. La chiesa è notevolmente danneggiata da questi attacchi: si ritrova con i vetri infranti, il campanile martoriato, la canonica in parte scoperta.

Il fattore scatenante di tanta veemenza sembra essere ancora, come altre volte, il passaggio di macchine militari tedesche nelle strade circostanti. Il medesimo giorno anche la frazione di S. Cosma è bersagliata. Nel mattino vengono sganciate quattro bombe: una sulla strada che conduce al campanile e una a 50 metri dalla stessa torre campanaria, due nei pressi della scuola. Non ci sono vittime, ma la chiesa subisce danni gravi: vetri rotti, tetto scoperto, muri diroccati, campanile scheggiato.

Il 27 aprile 1945 la ferocia dei tedeschi s’inasprisce. Oggetto degli scontri sono le biciclette, di cui i militari pretendono la consegna immediata. Così ricorda nelle sue cronache il parroco: “La bicicletta è ora il mezzo che tutti abbiamo carissimo, quasi quanto la vita, perché in questi momenti tragici soltanto la bicicletta potrebbe assicurare la vita nel caso di una ritirata improvvisa delle truppe germaniche dal fronte italiano. Ma, ecco, proprio in questi ansiosi momenti, i tedeschi estorcere le biciclette ai civili, con inaudita violenza. Il nostro pensiero aborre dal richiamare le scene di sangue che si sono verificate […]; venerdì sera c’erano tre morti e sette feriti, ricoverati in Ospedale Civile per essersi rifiutati di abbandonare la loro bicicletta ai prepotenti. Notevoli anche i furti di salumi, di vestiario, e anche di moneta compiuti oggi dai tedeschi nelle nostre case civili. Come da Merlin Basilio”. Alla sera torna la paura delle incursioni notturne. In alcuni scontri a fuoco con le forze dell’ordine tedesche, muore il giovane Ottorino Borile, di appena 19 anni. Era un bravo giovane, che in quel momento si stava recando a riferire alcune notizie alla famiglia, abitante in contrada Fragose. Il padre e il fratello lo trovano e lo riportano a casa, grondante sangue.

Il presentimento degli attacchi diventa realtà nel cuore della notte, ma molti sono già sfollati, nei rifugi o nei fossati (specialmente in quello in Contrada Muraglie, tra le case di Giordano Montin e di Giovanni Natanti), anche dalla tanto bersagliata S. Bortolo.

Intanto, con un rapido passaparola, giunge la notizia che gli anglo-americani hanno già occupato Rovigo e piazzato i loro cannoni sugli argini dell’Adige. Ora, oltre al sordo rumore delle eliche dei velivoli notturni, si ode distinto e vicinissimo il fischio dei proiettili e l’esplosione dei cannoni dell’Adige, presso Boara.

Il popolo attende, con trepidazione, l’evolversi della situazione. Nel suo cuore sta rinascendo la fiducia.