CAPITOLO QUINTO
La lotta partigiana a Monselice.
Le brigate “Falco” e “Aquila”
Anche nel Monselicense dopo l’8 settembre si formarono diversi gruppi di sbandati (ex-soldati, renitenti alla leva, delinquenti, etc.); non erano partigiani veri e propri, ma condividevano la lotta contro il nuovo governo repubblichino del Duce. I primi contatti per organizzare la resistenza contro i nazi-fascisti, secondo i racconti di Giuseppe Sturaro, avvennero già nel dicembre del 1943. In questo periodo ebbero vitalità crescente le prime formazioni partigiane, con la collaborazione, alcuni mesi dopo, del Comitato di Liberazione Nazionale (T. MERLIN, Il ventennio fascista, in Monselice. Storia, cultura e arte di un centro minore del Veneto, a cura di A. RIGON, Monselice 1994; e quanto pubblicato dallo stesso autore sulla rivista “Terra d’Este”).
Riunioni segrete si tenevano frequentemente in diversi luoghi, durante le quali si tentava di dare una prima organizzazione al movimento di lotta clandestina, intensificando i collegamenti con i comandi padovani. Tra i primi partigiani, i documenti ci segnalano l’attività di Fermo Favaro che con altri tre o quattro componenti, organizzava i nuclei di Resistenza monselicensi. Fermo, ci racconta con partecipazione, scriveva il nome dei ragazzi che contattava nel suo libretto da sarto e le “misure” non erano altro che appunti in codice. Anche se fossero cadute in mano ai fascisti, nessuno avrebbe capito. Tiberio Bernardini, invece, aveva costruito, con Gagliardo e Barison, un rudimentale apparecchio radio con il quale riusciva a conoscere le posizioni delle truppe alleate e a programmare i collegamenti con i battaglioni partigiani. Giovanni Ziron e Alberico Mardegan, tra i più attivi oppositori del regime, organizzavano riunioni in qualche bettola improvvisata della campagna circostante, per diffondere materiale politico.
II Patronato era già da molto tempo sede di attività antifascista. Don Aldo Pesavento, coordinatore delle attività giovanili, aveva modo di sapere quando i fascisti avrebbero compiuto le retate notturne. Come sacerdote poteva uscire nonostante il coprifuoco per l’assistenza ai moribondi, ne approfittava invece per avvertire i giovani ricercati. Questa attività era nota ai fascisti, che irruppero più volte armati in Patronato finché una notte, lo arrestarono. Anche Remigio Temporin, presidente dell’Associazione Cattolica Giovanile, venne arrestato ed inviato nei campi di concentramento.
Quando arrivò l’ordine del comando tedesco che intimava l’atto di sottomissione dei carabinieri, il maresciallo Beniamino Barbieri, d’accordo con il CLN, finse di accettarlo, per avere tutte le informazioni sulle attività delle brigate nere locali che avevano preso possesso della loro caserma situata in via Garibaldi. Il maresciallo Barbieri, sostenuto dai suoi carabinieri, tenne sempre informato Antonio Masiero sulle perquisizioni, sui rastrellamenti, sui sospettati ed indicò i depositi di armi fatti in precedenza dai carabinieri (C. BASSO, Il contributo dei monselicensi alla lotta partigiana e per la caduta del fascismo, Monselice 1975).
Dalle circolari del CLN, si apprende che il comando tedesco attribuiva grande importanza militare a tutta la zona di Monselice, per i suoi nodi stradali e ferroviari e per la sua posizione a ridosso dei colli Euganei. Notevoli furono le forze militari repubblichine presenti stabilmente a Monselice. Da un documento pubblicato dallo storico Gaddi apprendiamo che nella città della Rocca erano presenti, ad esempio, nel mese di ottobre 1944 le seguenti truppe :
Guardia Nazionale Repubblicana 2^ compagnia ausiliaria con: 1 ufficiale, 7 sottoufficiali e 18 soldati (comandata dal capitano Gaetano Meneghini) – Distaccamento di Monselice con: 2 sottoufficiali e 7 soldati (comandata dal maresciallo Raffaele Cursio);
Brigata nera “G. Begon” 2° battaglione presidio con: 4 ufficiali e 60 soldati; (comandata dal vice federale Primo Cattani e dal tenente Leo Rossato);
Guardia Nazionale Repubblicana – Polizia Ferroviaria – Sezione di Monselice con: 1 ufficiale, 3 sottoufficiali e 71 soldati (comandata da Meloni).
L’attività partigiana provocò la reazione della Guardia Nazionale Repubblicana che con i tedeschi decise di attuare, ai primi di aprile 1944, il primo grande rastrellamento che vide all’opera 50 uomini della “Muti” e 110 tedeschi. La retata interessò la zona della Stortola, Vanzo e S. Pietro Viminario e vennero arrestate 150 persone; venne ucciso Gò Desiderio di Vanzo, colpevole di aver fatto resistenza durante la perquisizione della sua casa.
Nel mese di maggio o giugno 1944 si costituirono anche a Monselice le prime formazioni “ufficiali” di partigiani che assunsero poi le denominazioni di brigate “Aquila” e “Falco”. Il principale animatore era Luigi Giorio, impiegato presso la Cassa di Risparmio di Monselice, ci confidano Maria Randi e Giuseppina Manin che ci aiutano a ricostruire le vicende di quel tempo.
Non sappiamo con precisione quali rapporti esistessero tra di loro. Anzi, non è neppure escluso che altri gruppi spontanei siano stati costituiti in altre zone del territorio, dove esistevano numerose bande di sbandati che non avevano voluto aderire al governo repubblichino e delinquenti comuni che approfittavano del disordine causato dalla guerra per rapinare e terrorizzare le numerose fattorie di campagna, e non solo. I giornali del tempo spesso fanno una dettagliata cronaca delle loro lucrose e disoneste attività, definendoli “delinquenti” e fuorilegge, confondendoli però con i partigiani che “onestamente” agivano sul territorio.
La brigata “Falco”
I componenti della “Falco” sono stati i protagonisti della Resistenza nel Monselicense. Secondo Aronne Molinari, comandante della divisione partigiana “Garibaldi” di Padova, chiamata “Franco Sabatucci” in onore del suo primo comandante (ucciso in una imboscata a Padova, dopo una riunione), d’accordo con il CLN si divise tutta la Provincia in 10 zone di attività per i gruppi (chiamate brigate) che si andavano costituendo. La zona di Monselice, Battaglia, Galzignano, Arquà Petrarca e di Cinto Euganeo fu affidata alla IV brigata “Falco”, al comando di Luigi Giorio. (A. MOLINARI, La divisione garibaldina F. Sabatucci. Padova 1943-1945, Padova 1977).
Nel mese di giugno 1944 un gruppo di detenuti comuni, formato dal toscano Fabio Bellini, Alvise Breggié, Riccardo Momoli, Antonio Girotto, Guerrino Frizzarin e qualche altro, scappato dalle carceri monselicensi durante una incursione aerea, si rifugiò nelle campagne della Stortola e di Pernumia riunendo attorno a sé un centinaio di sbandati e formando una banda affiatata, quasi subito aggregatasi ai garibaldini di Padova. S’identificò con il nome di brigata “Falco”. L’attività della “brigata” – secondo Tiziano Merlin che ha studiato a lungo questo periodo storico – “è solo in parte da considerare partigiana, nel senso che in più di qualche occasione le requisizioni e le rapine ebbero uno scopo privato. Tuttavia il gruppo, da giugno ’44 a novembre dello stesso anno, dette molto filo da torcere ai fascisti con intimidazioni e, anche, con almeno un paio di esecuzioni”.
Le riunioni si tenevano spesso a casa di Giuseppe Sturaro in via Cantarella, dove venivano recapitate circolari e documenti sia del CLN che del comando partigiano Alta Italia. Tiberio Bernardini si occupava delle armi e del materiale esplosivo.
Non siamo in grado di ricostruire con precisione la loro attività, ma sicuramente furono responsabili di molte piccole azioni, decine di singoli episodi realizzati in collaborazione con i partigiani che agivano sui colli e in montagna. Tra queste segnaliamo l’attentato dimostrativo contro la casa del vice federale Primo Cattani, comandante delle brigate nere a Monselice. I notiziari della Guardia Repubblicana del maggio 1944 ne davano notizia:
Il 29 maggio, alle ore 20,30, in Monselice, ignoti, evidentemente a scopo di intimidazione agganciarono un ordigno all’inferriata di una finestra a piano terreno dell’abitazione dell’Ispettore di Zona del Fascio Repubblicano di Padova. L’esplosione dell’ordigno non si verificava per lo spegnimento della miccia.
Il giorno successivo, un altro episodio testimonia la presenza a Monselice di un gruppo partigiano organizzato. Dal notiziario (T. MERLIN, La resistenza nella bassa padovana attraverso i notiziari della GNR, in Il 50° della liberazione nel padovano, Padova 1995):
Il 30 maggio verso le ore 15, lungo la linea ferroviaria Padova-Bologna e precisamente al casello sito al Km 98,99, due militi della GNR di servizio udivano due colpi di moschetto provenienti da un vicino campo di frumento. Eseguiti dai predetti militi immediati accertamenti unitamente ad elementi della Feld gendarmeria di Padova di transito, veniva stabilito che l’autore degli spari era stato il motorista Mario Bernardini, da Monselice. Veniva rinvenuto un moschetto nelle vicinanze del predetto. Il quale si dava a precipitosa fuga. Perquisito il suo domicilio venivano rinvenuti libri e vocabolari inglesi, dischi fonoglotta in lingua inglese, un microfono per radio trasmittente, una antenna mobile, un tascapane di foggia inglese contenente indumenti e cibarie (quest’ultimo evidentemente pronto per urgente partenza), una lampadina elettrica portatile e alcune lettere in lingua inglese. Il Bernardini viene attivamente ricercato.
Gli oggetti sequestrati al Bernardini, infatti, rappresentano la prova inconfutabile del fatto che gli aerei alleati avevano già effettuato un lancio di materiale ai partigiani monselicensi. Nel mese di giugno 1944 si registra uno scontro a fuoco tra la GNR ed alcuni elementi della banda guidata dal bandito Antonio Carta. Diciannove vengono arrestati e il bandito Duilio Balle, di San Bortolo, viene ammazzato in combattimento. La settimana successiva, a Battaglia Terme, quel che resta della formazione viene di nuovo attaccata, ma riesce a sottrarsi alla cattura dopo un combattimento in cui viene colpito a morte un milite fascista. Nei giorni successivi continuano le rapine effettuate sia da banditi tradizionali che dai partigiani della brigata “Falco” che (secondo Merlin) si stavano “specializzando nelle requisizioni agli agrari e alle rivendite di tabacchi e nelle intimidazioni ai fascisti locali”.
L’esercito alleato avanzava. I tedeschi cominciarono a preparare a sud di Monselice fossi anticarro e postazioni militari. Quindi in tutta la zona i controlli e le repressioni dei nazi-fascisti divennero sempre più rigorosi. Malgrado queste condizioni, sia pur faticosamente, si riusciva a migliorare l’organizzazione di Resistenza.
La brigata “Aquila”
Secondo le testimonianze dirette di Boldrin e Baveo, nella primavera del 1944 un gruppo di giovani di Monselice, tra i quali sicuramente figuravano con funzione di comando Luciano Barzan, Idelmino Sartori, Alfio Rossi e Luciano Girotto, tentarono di far nascere una seconda formazione partigiana, che però conteneva al suo interno anche elementi della brigata “Falco”. Questa formazione si chiamava “Aquila” ed era comandata da Alfio Rossi, ci racconta Fermo Favaro. Tra Rossi e Favaro però non correva buon sangue e questo ci impedisce ora di ricostruire con la necessaria obiettività i rapporti tra le due formazioni partigiane, che furono entrambe eliminate dalle brigate nere alla fine del 1944.
I testimoni che abbiamo sentito ci raccontano che nei mesi di maggio-giugno 1944 Barzan e Girotto giravano con minuscoli foglietti contenenti i nominativi dei primi partigiani che aderirono alla nuova formazione. Durante il reclutamento, ai prescelti veniva spiegato che era necessario formare un elenco di almeno una trentina di elementi per essere riconosciuti come gruppo. Il loro obiettivo non era espressamente militare, ma – spiegava Barzan – bisognava formare una compagnia di persone, in grado di “impedire che i tedeschi e i fascisti in ritirata potessero saccheggiare la città”. Un gruppo d’azione cittadino, quindi, che in caso di bisogno potesse operare a difesa della popolazione di Monselice, in attesa dell’arrivo degli alleati. Contattarono soprattutto gli amici, i parenti, i compagni di gioco e d’avventura d’un tempo; molti accettarono, altri tentennarono e declinarono l’invito; diversi si trovarono iscritti controvoglia, ma non furono in grado di rifiutare, a cose fatte, l’esortazione dell’amico di sempre. “Ho dovuto inserirti nell’elenco”, confidò Luciano Girotto all’indeciso Ottavio Baveo, “perché altrimenti non sarei riuscito a costituire il gruppo ufficialmente”.
In questo contesto e con queste premesse aderirono molti giovani; ne conosciamo 29 da un elenco pubblicato da Claudia Basso in una sua pubblicazione edita in occasione del 30° anniversario della Liberazione: Angelo Barison, Luciano Barzan, Ottavino Baveo, Alfredo Bernardini, Tiberio Bernardini, Giovanni Bizjak, Erminio Boldrin, Leonida Bottaro, Antonio Bovo, Enrico Dalla Vigna, Tranquillo Gagliardo, Danilo Gialain, Dante Girotto, Luciano Girotto, Dino Greggio, Enrico Marcolongo, Fulvio Nin, Erminio Pippa, Giovanni Randi, Marco Randi, Radames Rebotti, Settimio Rocca, Idelmino Sartori, Gino Scarparo, Antonio Sirok, Giuseppe Sturaro, Angelberto Temporin, Mafaldo Tono e Giuseppe Zaghi.
I ventinove partigiani, 22 dei quali furono successivamente deportati in Germania, non si conoscevano fra di loro e solo il ristretto gruppo dirigente, forse 10 persone, era a conoscenza degli altri nominativi. Anzi, solo i tragici fatti che seguirono consentirono al gruppo di conoscersi e condividere nel dolore un’esperienza comune che segnerà per sempre la loro vita. Dai campi di giuoco a quelli di concentramento, era questo che il destino riservava loro.
Dai notiziari della GNR apprendiamo la notizia certa di una loro attività. Il 26 luglio 1944 furono ritrovati a Monselice dei manifestini prodotti dal gruppo partigiano “Aquila”, stampati in una stanza del bar “Bedoin”, con la macchina da scrivere che era stata rubata alla casa del Fascio di Monselice. Ecco il testo del comunicato della GNR:
La notte del 26 luglio, in alcune vie di Monselice, sono stati rinvenuti manifestini di carattere antinazionale, invitanti i giovani a opporsi agli ordini dei fascisti e dei tedeschi, e i soldati ad abbandonare l’Esercito e a passare con le armi nelle file dei cosiddetti patrioti.
L’attentato al sottopassaggio ferroviario di via Valli a Monselice
Il 12 settembre 1944 avvenne a Monselice il tentativo di far saltare il ponte della ferrovia in via Valli. L’attentato, primo episodio di una certa importanza a Monselice, mise in allarme le forze repubblichine padovane che da tempo sospettavano l’esistenza di un gruppo partigiano a Monselice e nella zona di Montefiorin, dove operavano dei nuclei spontanei. Il 13 settembre 1944, il Prefetto di Padova ricevette un fonogramma da parte del Podestà di Monselice, nel quale si dava notizia che alcuni sabotatori, ignoti, avevano tentato di far brillare una mina nel sottopassaggio di via Valli. Si menzionava il fatto che i danni erano stati lievi, e che la linea ferroviaria non era stata interrotta.
L’attentato, che non produsse gli effetti che i sabotatori si erano augurati, fu nei giorni seguenti al centro di una corrispondenza ufficiale tra le autorità. La documentazione di riferimento è contenuta nella busta n. 1089 dell’Archivio Storico Comunale di Monselice. Il 14 settembre 1944, il tenente F. Brandani, comandante all’epoca della Guardia Nazionale Repubblicana Ferroviaria a Bologna, comunicava ai superiori la dinamica dell’attentato. Secondo le prime indagini era stato usato un ordigno esplosivo, presumibilmente ad orologieria, costituito da una carica potente di tritolo, collocato al centro di un tombino alla base della spalla del ponte. L’esplosione era stata fortissima, tanto da danneggiare anche alcune abitazioni vicine e produrre delle incrinature sulla struttura portante del ponte. Tuttavia, si ribadiva, il traffico ferroviario non aveva subito interruzioni. Nella comunicazione si specificava inoltre, che l’atto di sabotaggio veniva attribuito ad un gruppo di sconosciuti in divisa tedesca. Questi erano stati visti sostare, con un autocarro, nella zona in questione, dalle ore 14,30 alle 15 del giorno 12 settembre.
Sebbene l’episodio non avesse avuto conseguenze gravi, esso mise subito in allarme le forze dell’ordine. Si legge nella nota, datata 15 settembre 1944, con la quale il Podestà informava il Capo della Provincia di Padova, che furono ordinate, nell’immediato, le seguenti misure di sicurezza, come forma di rappresaglia:
- Coprifuoco, stabilito per i Comuni di Monselice e S. Pietro Viminario, dalle ore 20 alle ore 5 del mattino.
- Obbligo, per gli abitanti di queste nominate località, di provvedere alla vigilanza del corpo ferroviario e dei ponti compresi entro la stazione di Monselice fino alla strada Monselice-Este (incrocio con la linea ferroviaria). Guardia ai ponti di 4 persone per ogni ponte.
- Vigilanza sull’esecuzione di queste disposizioni assegnata alla compagnia ceco-slovacca di stanza a Monselice.
- Autorizzazione alla compagnia ceco-slovacca a requisire, per questo compito affidatole, 12 biciclette appartenenti alla popolazione, che verranno restituite a termine dell’azione.
Si precisava inoltre che, qualora l’orario del coprifuoco non fosse stato rispettato, le autorità avrebbero provveduto ad aggravare queste misure, attraverso la sospensione della fornitura della luce elettrica, dell’acqua, il ritiro delle tessere per i tabacchi e le multe in denaro.
A questa drastica comunicazione, fece seguito una nota del Podestà al Capo della Provincia, con la quale si chiedeva l’intercessione dell’autorità per far cessare la rappresaglia. Si stabiliva infatti che la colpa dell’attentato era da imputare alla scarsa sorveglianza della compagnia ceco-slovacca, responsabile della guardia al tratto ferroviario in questione. Inoltre, era quasi impensabile poter impiegare 350 uomini (tale era infatti il numero di cittadini occorrente, secondo le pretese dei tedeschi) per la sorveglianza ai ponti.
In data 22 settembre, il Podestà inviò una nota alla Prefettura Repubblicana. In essa egli ribadisce i caratteri del sabotaggio fallito. Vengono nuovamente descritti i danni, pur leggeri, prodotti, facendo menzione anche ad alcuni conci di trachite, risultati sconnessi dopo la detonazione. Si rinnova l’accusa di negligenza alla compagnia ceco-slovacca. Si rendeva noto, inoltre, che le indagini erano condotte dal comando presidio della GNR e dal comando di stazione della GNR ferroviaria. I primi risultati dell’operato degli inquirenti erano notevoli; si legge, infatti, una descrizione dettagliata di alcuni attentatori, visti in prossimità del loro automezzo. Dall’autocarro scesero in quattro, e due rimasero a guardia. Uno di questi aveva un piede fasciato. Quando si allontanarono, una volta collocato l’esplosivo, proseguirono in direzione di Baone, fermandosi a chiedere a un ragazzo indicazioni per Este. Inoltre, nella stessa nota, il Podestà dà conferma dell’inizio della vigilanza ai ponti da parte della popolazione civile.
E’ evidente quindi che le ricerche, nonostante l’attentato fosse risultato un fallimento e avesse prodotto scarsi effetti, erano proseguite in modo tutt’altro che superficiale. Si conoscevano nuovi e più precisi dettagli. Le forze dell’ordine percepivano che l’accaduto, che presentava risvolti inquietanti, tanto nell’organizzazione che nell’esecuzione, era la spia di un’azione clandestina ben organizzata. La repressione, attuata dai comandi nazisti, per mezzo delle rigide imposizioni, nascondeva la volontà di fare pressione su chiunque stesse tramando ai loro danni. Dai documenti consultati, non è chiaro chi siano stati gli autori. Sicuramente non è stato il gruppo che faceva capo a Giorio, precisa Favaro Fermo con sicurezza. “Eravamo troppo pressati dalla GNR di Monselice”, commenta la moglie Giuseppina Manin la quale riferisce che “nell’ambiente partigiano si era sparsa la notizia che l’autore dell’attentato fosse stato Alfredo Bernardini”. Anzi, sembra che durante un controllo – sostengono con sicurezza molti testimoni – furono trovate delle bombe nella macchina che lui utilizzava durante il servizio presso il Conte Cini; per questo motivo fu arrestato e deportato in Germania.
Oggi gli storici stanno valutando con molta attenzione l’ipotesi che l’attentato sia stato organizzato da una banda partigiana di Galzignano, in contatto con i partigiani di Este.
Le confessioni di Giuseppe Zerbetto
Il fallito attentato del 12 settembre 1944 fece allarmare le forze repubblichine a Monselice, che intensificarono le azioni investigative per stroncare sul nascere le formazioni partigiane. Una relazione difensiva – scritta dal maresciallo della GNR a Monselice Raffaele Cursio nel 1946, pochi giorni prima del processo svoltosi a Padova contro i responsabili della deportazione nei campi di sterminio di 8 partigiani appartenenti alla brigata “Aquila” – ci descrive, con molte imprecisioni, gli avvenimenti che portarono all’arresto dei 29 giovani monselicensi.
“Giuseppe Zerbetto, uno dei partigiani residenti a San Cosma”, racconta Cursio, “si presentò nel mio ufficio una sera del 6 o 7 ottobre del 1944; dopo i consueti preliminari, mi confessava di essere stato minacciato dalle brigate nere e dichiarava di essere disposto a dire, solo alla guardia repubblicana, tutto quello che lui sapeva in merito al movimento partigiano della zona.” Nei suoi confronti fu forse attuata una strategia di persecuzione e terrore, culminata in minacce di violenza, che alla fine ottenne un risultato. La deposizione veniva raccolta e inviata alle autorità superiori per le decisioni del caso. In sintesi lo Zerbetto, in cambio di protezione, faceva i nomi di Luciano Barzan, Alfio Rossi e Luciano Girotto e li indicava, tra l’altro, come i responsabili del fallito attentato di via Valli. Dopo i necessari controlli e verifiche, da Padova arrivò l’ordine di intensificare le indagini sui nominativi suggeriti dallo Zerbetto.
La delazione di Giuseppe Zerbetto e la ricostruzione dei fatti secondo la sentenza della corte d’Assise di Padova
Oltre alla citata relazione di Raffaele Cursio – recentemente ritrovata dopo lo studio fatto dal Gaddi – per la ricostruzione dei fatti disponiamo anche della sentenza emessa dalla corte straordinaria d’Assise di Padova, che il 15 febbraio 1946 condannò Giuseppe Zerbetto a 10 anni di carcere per aver “collaborato con il tedesco invasore” nell’arresto dei 29 garibaldini.
Durante le udienze Zerbetto negò di averne favorito l’arresto, dichiarando invece che il delatore era stato Alvise Breggiè, anch’esso partigiano, deceduto durante le ultime fasi della guerra. Ed in realtà vari testimoni, durante il processo, riferirono che in ogni caso i due ebbero pesanti responsabilità nell’arresto dei garibaldini monselicensi.
Il primo teste ascoltato, Giuseppe Petrotta, dichiarò con sicurezza che fu lo stesso Breggiè a confessargli il suo tradimento, giustificandosi affermando che tra i garibaldini arrestati “c’era qualcuno che lo meritava”. Ma la delazione del Breggiè – riporta la sentenza – anche se vera, non esclude che anche lo Zerbetto abbia con denunzie o informazioni agito ai danni degli stessi garibaldini che furono arrestati e poi deportati in Germania.
Numerosi furono i testimoni successivi che in aula accusarono Giuseppe Zerbetto di aver tradito i compagni. F.L., per citarne uno, depose d’avere assistito nel maggio ’44 nelle carceri di Monselice ad un colloquio fra il Sabbatini, comandante della Muti di Monselice e Callegaro della GNR, durante il quale concordemente affermarono che fu Zerbetto a denunziare i garibaldini. Clotilde Busato, sorella di Ubaldo, comandante del 4° Batt.ne della brigata d’Assalto “Garibaldi”, fucilato l’11 novembre 1944 in Este, affermò che il fratello, prima di morire, gli disse che a fare la spia era stato Giuseppe Zerbetto.
Angelo Barison, uno dei 29 garibaldini arrestati, riferì che durante la sua permanenza nella casa di pena di Padova il suo compagno di cella Girotto gli confidò che il maresciallo Schdmitt delle SS lo aveva informato che delatore era stato l’imputato, ed aveva aggiunto che avrebbe fatto bene – potendo – “ad ammazzarlo perché anch’egli aborriva le spie”.
Franco Busetto, che si trovava in un campo di concentramento in Germania, dichiarò al processo che Dino Greggio – uno dei 29 arrestati – prima di morire, gli raccomandò di far sapere che i responsabili del suo arresto erano stati Alvise Breggiè e Giuseppe Zerbetto.
Leonida Bertazzo, invece, affermò che il 17 ottobre (proprio il giorno in cui egli fu tratto in arresto con gli altri garibaldini) il nipote Luciano Girotto si presentò disperato a casa sua dicendo “che lui e i suoi compagni erano perduti, ma prima avrebbe ucciso quelli che li avevano traditi: Panza (nomignolo dello Zerbetto) e Cursio ( il brigadiere della GNR).
Antonio Zerbetto invece – precisò al giudice – “che la sera precedente al rastrellamento dei 29 garibaldini l’imputato si recò a casa sua domandando inutilmente di Rossi Alfio, comandante dei partigiani della brigata “Falco”, dovendogli parlare d’urgenza”. Tale circostanza, dopo l’accaduto, “lo convinse che [lo Zerbetto] doveva essere a conoscenza dell’imminente rastrellamento”.
E’ bene precisare però che su questo punto fondamentale le testimonianze sono discordi. Altri testimoniarono che Alfio Rossi fu informato comunque dell’imminente rastrellamento e che per una imperdonabile sua leggerezza non avvertì in tempo i suoi compagni (cfr. Merlin, Storia di Monselice …cit.). Dall’esame della documentazione esistente e dalle testimonianze acquisite, ora non è possibile ricostruire con precisione gli avvenimenti di quella sera, ma è probabile che durante quei tragici momenti la paura e il panico abbiano contribuito ad alimentare poi sospetti e tradimenti, che in verità si giustificano ampiamente con il clima di tensione e violenza provocati dalla guerra.
Ritorniamo al processo. Mario Barin riferì in aula che a tradire erano stati contemporaneamente Breggiè e Zerbetto. A sostegno della sua affermazione riferì che lo stesso Zerbetto gli confidò che Breggiè aveva concordato ogni cosa direttamente con il podestà di Monselice Bruno Barbieri. In sostanza, secondo Barin, “Breggiè, con gli altri partigiani del suo gruppo, si trovava, a causa di continue perquisizioni delle brigate nere, in una situazione difficile, e per salvarsi fu costretto ad offrire, in cambio della salvezza, informazioni sui partigiani di Monselice”. “Nulla di preciso si è potuto in merito accertare” – precisa nella sentenza il giudice – “ma è stato accertato durante il dibattimento che lo Zerbetto era in stretto contatto con le brigate nere di Monselice e poteva fare pressioni per poter ottenere la liberazioni degli arrestati”.
Alfio Rossi, intervenuto al processo, dichiarò che “mentre era detenuto nella caserma della GNR di Monselice, vide spesso l’imputato venire a parlare col maresciallo Cursio e col brigadiere Rinaldi, e che in sua presenza più volte parlamentò coi detenuti offrendo loro la libertà in cambio di denaro”.
Questa in sintesi la ricostruzione degli avvenimenti fatta nel dopoguerra durante il processo. Come abbiamo detto, rimangono ancora punti oscuri, ma la sostanza non cambia. Però ci sentiamo in dovere di raccomandare di valutare le testimonianze riportate con il clima di terrore che regnava nel mondo in quel periodo.
L’arresto dei garibaldini
Secondo Fermo Favaro, già dalla sera precedente si era sparsa la voce dell’imminente rastrellamento. Qualche spia “buona” aveva informato di ogni cosa il CLN padovano e forse grazie alla soffiata il comandante della brigata “Falco” Luigi Giorio riuscì a fuggire. Inutilmente quella sera le brigate nere devastarono la sua casa in via San Martino. Raccontano i vicini che la perquisizione fu talmente meticolosa che controllarono “perfino dentro al pozzo”.
La talpa aveva saputo con certezza, dal maresciallo dei carabinieri in contatto con loro, che nella notte i fascisti avrebbero agito. Ma non tutti furono avvertiti in tempo. Secondo il Merlin era Alfio Rossi che aveva avuto l’incarico di avvisare gli altri compagni dell’imminenza del rastrellamento. Per una incomprensibile leggerezza, si recò invece in un’osteria dove rimase qualche ora e, infine, andò a dormire nell’abitazione di un partigiano dove venne arrestato. Il discutibile comportamento del Rossi alimentò subito molti sospetti e causò la disfatta del movimento partigiano a Monselice. Sembra strano però che durante il processo contro Giuseppe Zerbetto non sia emerso questo particolare. In ogni caso sulla responsabilità di Alfio Rossi è opportuno indagare ancora, partendo proprio dalle carte processuali. Le accuse contro Alfio Rossi sono contenute nella citata relazione di Raffaele Cursio. Ma da un attento esame della sentenza emessa contro lo stesso Cursio abbiamo motivo di dubitare della sua veridicità.
Quello che è certo è che la sera del 17 ottobre il comandante della 2^ compagnia della Guardia Nazionale Repubblicana di Monselice, il capitano Gaetano Meneghini, assunse la direzione dell’operazione. Durante la perquisizione nella casa di Barzan fu rinvenuta la lista dei componenti della brigata “Aquila”, alcune cartelle del prestito per la Liberazione nazionale, due buoni di prelevamento intestati “Corpo volontari della Libertà ” e raffiguranti ciascuno un garibaldino imbracciante il moschetto, oltre a vari documenti, una pistola “Glisenti” e alcune cartucce. Erano le prove che cercavano e che avvaloravano le accuse di Zerbetto e Breggiè. Il Barzan e tutta la famiglia vennero subito tratti in arresto. Con le sue informazioni si poterono identificare e arrestare quasi tutti i componenti della brigata “Aquila”.
E’ bene precisare che non sappiamo con certezza quanti siano stati i nomi contenuti nella lista, né siamo riusciti a capire quanti effettivamente fossero stati arrestati. I giornali, descrivendo l’accaduto, precisano che erano 29 i garibaldini arrestati, ma in realtà non contavano coloro che da subito iniziarono a collaborare. Forse speravano di individuarli e catturarli successivamente. Questo “comprensibile” riserbo ci impedisce di capire chi effettivamente avesse iniziato a “cantare” per aver salva la vita.
I responsabili locali della Guardia Repubblicana e delle brigate nere capirono subito l’importanza del ritrovamento della lista con i nomi di tutti i componenti della brigata “Aquila”. Avvisarono le autorità militari padovane, le quali accorsero subito a Monselice per interrogare gli arrestati. Nel frattempo, con rapidità sorprendente, si procedeva, con ogni mezzo, al fermo di tutti i partigiani contenuti nella lista trovata in casa Barzan. Nel trambusto generale, oltre a Giorio, riuscì a fuggire Favaro Fermo, nascondendosi durante la perquisizione in un vano della sua casa. Arrestarono invece la moglie Giuseppina Manin con l’obiettivo di costringere il marito alla resa. I particolari di questa vicenda vengono descritti in un capitolo successivo.
A piedi, con i camion o in macchina, tutti gli arrestati furono condotti nell’ex caserma dei carabinieri in via Garibaldi a Monselice. Qui venivano fatti sedere per terra, legati mani e piedi, in attesa dell’interrogatorio; invece la famiglia del Barzan era “ospitata” al secondo piano della caserma. Due o tre di loro furono malmenati duramente, ci confessa Cursio, dal vice federale Primo Cattani e dal tenente Leo Rossato delle brigate nere. Le domande erano sempre le stesse per tutti e riguardavano l’attività dei partigiani a Monselice. Chi non era convincente veniva subito picchiato. Purtroppo molti di loro erano coinvolti solo marginalmente nella lotta partigiana, ma furono pestati ugualmente. In quelle ore drammatiche fu lo stesso Barzan che contribuì a chiarire la posizione di tutti dichiarando, a più riprese, di essere il solo responsabile del movimento partigiano a Monselice.
Dagli interrogatori emergeva che molti degli arrestati non avevano fatto atti specifici di sabotaggio, ma il federale padovano Gianfranco Vivarelli volle “offrire alla zona una cruenta rappresaglia come monito”. Il capo della Provincia Mena interveniva e disponeva che nella giornata stessa del 18 ottobre 1944, i ragazzi fossero consegnati al comando germanico S.D. di Padova. Qualche ora dopo i giovani partigiani furono effettivamente caricati sui camion che a stento riuscirono a guadagnare la strada per Padova, facendosi largo tra una folla di familiari che attendevano, all’esterno della caserma di Monselice, notizie degli arrestati. Tra l’incredulità dei monselicensi si chiudeva la prima fase di questa triste vicenda che avrà sviluppi diversi e, per molti aspetti, sorprendenti e tragici. Non si svilupparono azioni collettive per salvare i giovani, ma tutti i parenti attivarono innumerevoli canali per avere notizie dei loro cari.
Il cronista del Gazzettino del 21 ottobre 1944, così riporta la notizia, vista però dalla parte dei dominatori:
BRIGATA NERA E GNR ALL’OPERA
Scoperta di un comando di fuori legge, 29 dei componenti arrestati. Una brillantissima ed interessante operazione è stata compiuta l’altra mattina nella nostra città dalle Brigate Nere locali in collaborazione con la 2^ Compagnia Ausiliaria della Guardia Nazionale Repubblicana pure del luogo. I comandi predetti agendo di concerto da qualche giorno erano a conoscenza che era stato costituito a Monselice il Comando del 1° Battaglione “Aquila” della Brigata Garibaldi di Padova. Approfondite le indagini che, svolte con capacità ed astuzia, portarono alla identificazione del comandante del battaglione, venne fatta una irruzione nella casa di costui. Oltre all’interessato, veniva trovato l’elenco degli aderenti al movimento, documenti e carte varie, nonché una sacchetta di munizioni ed altro. L’operazione continuava e tutti i componenti del Battaglione “Aquila” ad eccezione di uno che si è reso irreperibile, furono tratti in arresto. Presso qualcuno di costoro furono rinvenute delle rivoltelle. Fu pure scoperto l’ufficio attrezzato anche di macchine da scrivere i cui caratteri per caratteristica inconfondibili risultavano essere quelli di alcune lettere minatorie che circolavano tempo addietro. Oltre al comandante ed il Vice Comandante furono arrestati gli informatori segreti, quello addetto al servizio collegamento, vari comandi e tutti i componenti che in totale erano 29. Altri 2 sono stati fermati perché, pur non facendo parte del suddetto reparto, sono fratelli di due Garibaldini. Le indagini continuano.
Il tradimento di Alfio Rossi
Il giornalista del Gazzettino forse non immaginava che nei giorni successivi le indagini avrebbero comportato l’arresto di altri partigiani sfuggiti al primo rastrellamento. Alfio Rossi, uno degli arrestati durante la notte del 17 ottobre 1944, si rendeva immediatamente conto della situazione precaria in cui veniva a trovarsi. Infatti, fra le carte rinvenute – precisa ancora una volta Cursio – il Rossi figurava quale comandante militare di zona e quindi il solo responsabile della condotta dei garibaldini. Inoltre, il comportamento ambiguo tenuto durante la notte del 17 ottobre durante la quale non avvisò i compagni dell’imminente rastrellamento, lo ponevano in seria difficoltà anche con i suoi compagni di prigionia. Per questi motivi si mise a collaborare coi nazisti, riuscendo in tal modo ad evitare la deportazione. Alfio “cantava da solo” riferisce l’ex maresciallo della Guardia Repubblicana e indicava subito il nascondiglio di Giorio – soprannominato “Edera da Monselice” – che ricopriva il ruolo di comandante della brigata “Falco” a Monselice. L’arresto però non riuscì. Giorio, informato dal CLN di Padova, si nascose in tempo.
Dopo due o tre giorni Rossi precisava che “l’Edera” poteva rintracciarsi presso Giuseppe Sturaro, pure da Monselice, staffetta partigiana, che aveva in deposito una rilevante somma destinata alla lotta clandestina. Il Rossi stesso accompagnò volontariamente i fascisti e svelò il luogo del nascondiglio. Naturalmente si procedette al fermo dello Sturaro. Il cronista del Gazzettino del 28 ottobre 1944, riporta la notizia con toni trionfalistici.
BRILLANTE OPERAZIONE DELLA GNR DI MONSELICE
Il comandante della 2 compagnia della GNR di Monselice coadiuvata da 2 brigadieri nelle indagini per addivenire alla scoperta di persone che avessero aderito a far parte della brigata “Garibaldi” o di altre brigate consimili, fermò nella sua abitazione coadiuvato da alcuni legionari tale Sturaro Giuseppe nato a Monselice il 21 luglio 1900, falegname e ivi domiciliato in S. Bortolo al civico n. 245. Quindi poiché si sapeva che lo Sturaro aveva nascosto sotto terra nelle vicinanze della propria abitazione delle armi, gli veniva ingiunto di indicare il posto dove le aveva interrate e così ad una profondità di circa 50 cm fu rinvenuta una cassetta che conteneva 597 mila lire in biglietti di Banca e una pistola automatica. Quindi fu rinvenuta una seconda rivoltella. Presso il fratello Antonio di 42 anni di poco distante, un fucile da caccia. Lo Sturaro Giuseppe faceva poi delle deposizioni circa un impiegato di Banca (ora uccel di bosco) che farebbe parte di una associazione fuori legge che avrebbe indotto lo Sturaro stesso ad operare anch’egli poco rettamente. Lo Sturaro ha avuto infine parole di lode per fascisti insorti per reprimere dette associazioni che non fanno altro che dividere gli Italiani e rovinarne gli animi e le località. A proposito della somma interrata ha detto di trattarsi di gran parte di denaro affidatogli per la custodia da un suo cognato. Dopo la cattura dei 29 Garibaldini di cui abbiamo detto a suo tempo ed il fermo di queste altre persone la polizia arriverà certamente ad eliminare tutti quegli elementi che agendo nell’ombra non fanno che aumentare apprensioni e dolori nella popolazione.
La fine della brigata “Falco”
Le rivelazioni di Alfio Rossi continuarono, senza tregua, anche nei giorni seguenti e favorirono l’arresto il 30 ottobre del capo partigiano Guido Molon, detto Turchia. La brigata garibaldina “Falco”, operante in prevalenza nella zona di Monselice, ma con distaccamenti anche sui colli tra Battaglia, Galzignano, Arquà Petrarca e Cinto Euganeo, cominciava a pagare duramente, in uomini e mezzi, il malaccorto reclutamento promosso nella primavera e nell’estate del ’44. Dalla confessione di Guido Molon, arrestato a Padova dalla Guardia Nazionale Repubblicana di Monselice, le SS tedesche, collegate con i repubblichini di Monselice, di Este e di Padova, seppero individuare subito, in alcune case di Galzignano, il rifugio dei patrioti e sorprenderli nella notte. Pesante il bilancio dell’operazione: due uccisi, due feriti e venti prigionieri; inoltre l’incendio della casa di Ernesto Celadin, arrestato per avervi accolto il grosso della formazione. Da parte fascista, invece, si contarono due morti e dieci feriti.
Guido Molon era nato a San Bortolo di Monselice. “La sua prima giovinezza” – scrive il maestro Gattazzo – “l’aveva trascorsa molto esemplarmente, all’ombra della chiesa e tra le pareti della canonica. Egli fu infatti, dapprima tra i nostri chierichetti, e poi tra i nostri più esemplari cantori. Ma ben presto la troppa libertà di vita concessa dalla famiglia e assecondata particolarmente da una madre sconsigliata (la Vettorato Maria), lo faceva irreparabilmente deviare dalla retta strada! A 14 anni l’incauto giovane si vedeva rincasare a mezzanotte, e talora assai più tardi, all’una, alle due dopo mezzanotte! E quindi, ben presto, le cattive compagnie, lo sbrigliamento degli istinti più pericolosi in un giovane ricco di salute e dotato di un’intelligenza e una prontezza di spirito straordinaria, maturarono il famoso Turchia, l’instabile meccanico dell’officina Zangirolami, l’ardito motociclista che bruciava le tappe sulle grandi strade, il focoso soldato che si decorava di più medaglie al valore sul fronte sanguinoso della Russia! Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, egli, che aveva provato la vita durissima del fronte della steppa russa, fu ancora in Italia, anzi fin da quei giorni si iscriveva « repubblicano »; è di questo periodo il suo servizio di scorta al nucleo dei carabinieri di Monselice, partenti per la Germania. A quei gendarmi, dai quali egli stesso era stato tante volte ricercato e punito, ora egli medesimo metteva i ferri, per deportarli verso l’esilio e l’ignoto destino! Ma ben presto, annoiato di ogni freno di disciplina, Guido abbandonava e allontanava da sé ogni linea di esteriore legalità per vivere « liberamente »; e si affiliava alle bande dei « fuorilegge », ed allora il suo nome veniva nuovamente iscritto fra i più pericolosi della zona! In questo periodo egli fu veduto attraversare le nostre contrade (Muraglie), carico di gioielli, di denaro, di oro, di rivoltelle! Ma alla fine, egli pure cadeva, per opera di spionaggio, nella rete che da tanto tempo gli era stata tesa! Ed ora, che egli si trova in mano della polizia repubblicana di Padova” – si chiedeva il maestro – “quale sarà mai la conclusione di una vita così agitata e ancora tanto giovane”. (da Gios, Resistenza e parrocchia e società… cit.).
Nei giorni successivi, dopo laboriose trattative, si costituì ai nazi-fascisti quello che rimaneva della brigata “Aquila” e precisamente: Antonio Girotto, Romeo Turrin, Guerrino Frizzarin, Riccardo Momoli, Fabio Bellini, Ampelio Minelle e Dario Milani. Data la terribile situazione in cui venne a trovarsi la 4^ brigata “Falco”, venne deciso lo scioglimento della stessa da parte dei suoi comandanti (Cfr. Merlin, Il ventennio fascista...cit.).
Ma riprendiamo la storia della brigata “Aquila”, oggetto principale della nostra indagine. Secondo Cursio, le indagini condotte a Padova e a Monselice sulla attività del gruppo comandato da Luciano Barzan, non facevano progressi. Non emergevano fatti clamorosi che giustificassero l’arresto dei giovani; anzi si stava valutando la possibilità di rilasciarne alcuni. Già Alfredo Bernardini era stato liberato e altri 8 stavano per seguire la stessa sorte. A questo punto però Alfio Rossi, forse preoccupato per la sua incolumità dalla liberazione dei suoi compagni, con una dichiarazione firmata di suo pugno, rivelò alle brigate nere che i partigiani arrestati il 18 ottobre erano anche gli autori dei sabotaggi sulla linea ferroviaria di Monselice, effettuati con l’esplosivo fornito da Alfredo Bernardini, autista del Cini. Per i 29 le dichiarazioni del Rossi comportarono una immediata condanna, che si trasformò in una sentenza di morte per quelli che avevano avuto responsabilità di comando.
Successivamente si seppe che il Rossi Alfio era entrato nelle file partigiane con l’incarico specifico, affidatogli dal pretore di Monselice Luigi Secco, di “sapere riferire”. Il capitano Meneghini, comandante della 2^ compagnia della GNR ordinava che al Rossi fosse riservato un trattamento di favore, compresa la erogazione di un litro di vino al giorno da prelevarsi dalle scorte della compagnia. Come contropartita, questi raccontò tutto quanto sapeva circa i componenti della brigata “Falco” che egli stesso aveva trasferito a Galzignano, fornendo anche indicazioni sulla loro dislocazione. Accompagnò le guardie repubblicane all’abitazione del commissario del battaglione e a quella di Gemma Ghiraldi, la corriera. Condusse subito dopo i militi anche alla Stortola per cercar di far rintracciare Socrate, commissario politico della brigata e a Mezzavia per farvi arrestare il capo di Stato maggiore Manitù. Infine fece arrestare tali Canola e Satin. Il movimento partigiano a Monselice era decimato.
Alfio Rossi, inviato alla casa di pena di Padova, veniva rimesso in libertà ai primi di aprile del 1945. A1 comando della 2^ compagnia della GNR veniva comunicato semplicemente: “Rilasciato dal Comando Germanico per servizi resi alla causa comune”.
I “29” nel carcere padovano: dal 18 ottobre al 25 novembre 1944
Dopo l’arresto avvenuto la notte del 18 ottobre e i primi interrogatori, condotti a Monselice, i partigiani vennero trasferiti nelle carceri padovane situate in piazza Castello. Qui trascorsero i giorni e le notti rinchiusi in celle abbastanza ampie da contenere loro e altri prigionieri. La sistemazione era molto precaria. Al centro di queste camerate erano stati collocati alcuni materassi e poche coperte; dormire era praticamente impossibile. Il pensiero dei “29” era sempre rivolto alle famiglie e tutti temevano per la propria vita.
Durante il giorno, con continuità, si introducevano nella cella dei soldati tedeschi e prelevavano alcuni di loro. Li conducevano in una stanza al piano superiore, dove li attendeva un ufficiale delle SS. Qui aveva inizio un interrogatorio serrato. Altre volte, gli interrogatori si tenevano nel comando padovano della Gestapo, sito in via Diaz. Le testimonianze che ci sono pervenute dipingono queste interrogazioni come dei momenti di vero terrore. A qualcuno veniva ordinato di fare dei nomi, ad altri si chiedeva il resoconto delle loro azioni di lotta clandestina, ma a tutti appariva chiaro che i tedeschi già sapessero ogni cosa da un traditore. Spesso, i militari, che sostavano accanto alla porta di guardia, malmenavano i prigionieri, colpendoli col calcio del fucile o con qualche schiaffo e spintone. Pareva che dalla violenza gratuita traessero molta soddisfazione, specialmente quando l’interrogato non aveva informazioni da dare.
Conclusi gli interrogatori, i 29 di Monselice furono trasferiti in luoghi diversi a seconda del loro grado di responsabilità nella lotta partigiana. I primi ad essere spostati furono gli 8 considerati i responsabili del movimento partigiano di Monselice: Barzan, Girotto, Greggio, Rocca, Bernardini, Sartori, Dalla Vigna, Gagliardo; con delle automobili furono condotti nel lager di Bolzano. Altri, come Baveo, Gialain, Barison, considerati meno pericolosi, furono caricati su un treno, ammucchiati in carri per il bestiame e portati a Verona. Qui, alle “casermette”, era stato organizzato un campo di lavoro. Altri invece, come ci informa Boldrin, furono mandati in Germania a lavorare nei campi o nelle fabbriche.
Il campo di concentramento di Bolzano: dal 25 novembre al 14 dicembre 1944
Il lager di Bolzano fu una tappa di passaggio per gli 8 giovani monselicensi. Esso era stato concepito nel 1941 dalle SS come campo di transito per quanti dovevano essere deportati in Germania. La zona dove sorgevano le baracche era circondata da un alto muro, sulla cui sommità correvano metri e metri di filo spinato. Ad ogni angolo del muro era stata costruita una torretta di legno, dove svolgeva il turno di sorveglianza una sentinella tedesca. Nel deposito più spazioso, costruito in muratura, erano state collocate delle tramezze, a mo’ di divisori. In questo modo era stato ricavato lo spazio dei blocchi dalla A alla F. Le restanti baracche, fino alla lettera M, sorsero nei mesi successivi. C’erano anche alcuni laboratori interni: la tipografia, l’officina meccanica, la falegnameria, la sartoria. La qualifica di campo di smistamento, che caratterizzava questo luogo tristo, non deve trarre in inganno. La vita che vi si svolgeva dentro era regolata secondo ritmi disumani e costantemente segnata dalla violenza.
Il 25 novembre 1944, i ragazzi di Monselice giunsero a Bolzano assieme ad altri prigionieri politici che erano rinchiusi nelle carceri padovane con loro. Era probabile che fossero uniti, anche in questo momento, ma non lo sappiamo con certezza. Certamente assieme a loro, provenienti da tutta la penisola, c’erano numerosi altri prigioneri. Nel lager, infatti, rinchiudevano anche ebrei, zingari, tedeschi che avessero parenti e conoscenze compromettenti, omosessuali. Tra i reclusi c’erano persino donne e bambini, solitamente catturati per ricatto o rappresaglia.
Appena entrati, dovettero abbandonare valige e fagotti; furono rasati e sottoposti ad una visita medica sommaria. Dopo una veloce pulizia personale effettuata con un getto d’acqua fredda, fu consegnata a tutti la “divisa” del campo: una tuta da lavoro blu sulla quale essi dovevano attaccare un triangolo di stoffa rosso, il colore distintivo dei prigionieri politici. Furono registrati con i seguenti numeri di matricola: Barzan Luciano, 6684; Bernardini Alfredo, 6689; Dalla Vigna Enrico, 6686; Gagliardo Tranquillo, 6687; Girotto Luciano, 6683; Greggio Dino, 6685; Rocca Settimio, 6690; Sartori Idelmino, 6688. Poi furono sistemati nel blocco G.
Le loro giornate trascorsero nell’inerzia, dal momento che, come politici, non venivano mandati all’esterno per lavorare. Una volta ogni due settimane, potevano scrivere a casa. La corrispondenza, su carta intestata del lager, era, ovviamente, censurata. Le uniche testimonianze che ci sono pervenute, in questo senso, sono le lettere di Dalla Vigna. Dalle sue parole emerge la convinzione di essere destinato ad un campo di lavoro. Era certo che il denaro del padre fosse riuscito a salvarlo.
Il resto dei detenuti era costretto a turni di lavoro massacranti. Dopo la sveglia, all’alba, e l’appello del mattino, lunghe colonne di disgraziati attraversavano le campagne, per recarsi a compiere mansioni pesanti e faticose. I prigionieri nei lager, infatti, costituivano per i tedeschi una fonte di manodopera gratuita. Solitamente venivano impiegati nello scavo di gallerie. Lavoravano anche 12 ore al giorno, sostenuti soltanto da un tocco di pane e da una tazza di brodaglia ributtante. Subivano le angherie delle guardie, la cui brutalità si manifestava con qualsiasi pretesto. I nazisti addestravano i cani ad azzannare e li sguinzagliavano, specialmente di notte, per scongiurare le fughe. Tuttavia, qualcuno riusciva nell’intento di scappare. In questo era sostenuto anche dai nuclei di resistenza clandestina che continuavano ad operare.
Le evasioni avvenivano più frequentemente durante gli spostamenti dal campo. Le punizioni per chi veniva ricatturato erano terribili, poichè dovevano anche fungere da esempio per altri che volessero provarci. Nel Durchgangslager Bozen, i partigiani monselicensi rimasero 19 giorni.
Il viaggio verso Mauthausen
Il 14 dicembre 1944 venne organizzato il trasporto denominato “111”, il convoglio che avrebbe trasferito a Mauthausen gli 8 di Monselice. I tedeschi avevano infatti numerato, con ordine maniacale, i trasporti dei deportati in ordine progressivo e scritto in un registro l’elenco dei prigionieri trasportati. Attraverso questo siamo in grado di ricostruire le tristi vicende di quei giorni.
Su quel convoglio erano forse in 260, tutti accalcati quasi si trattasse di bestie e non di esseri umani. Il viaggio, avvenuto in condizioni di estremo disagio, durò 5 lunghissimi giorni. Il 19 dicembre, il treno si fermò alla stazione ferroviaria di Mauthausen. I prigionieri raggiunsero il lager a piedi, in mezzo alla neve, tremanti per la temperatura rigida. Camminarono per 5 chilometri in file ordinate, martoriati dalle percosse delle SS che li sorvegliavano. Infine si inerpicarono per una strada in salita e raggiunsero il campo di sterminio di Mauthausen.
Nel lager di Mauthausen: dal 19 dicembre 1944 fino alla morte
Il campo di concentramento di Mauthausen è situato nei pressi di Perg, nell’Austria Superiore. Attivo già durante la prima guerra mondiale come campo di internamento per prigionieri di guerra (tra cui molti italiani), nell’agosto del 1938 fu allestito per servire come succursale del campo di Dachau e dal marzo 1939 fu istituito come lager autonomo, luogo di tortura e di sterminio in cui fino al 1945 furono internate circa 335.000 persone. In questi campi concentrazionari, con sistematica e razionale pianificazione, che prevedeva sia l’annientamento materiale (disastrose condizioni igienico-alimentari, disumane costrizioni al lavoro, deliberate torture fisiche) sia la sopraffazione psicologica, si mirava a cancellare identità, personalità e autonomia di milioni di persone. Lo sterminio di massa veniva poi programmato scientificamente con le camere a gas, le fosse comuni e i forni crematori. Fra i primi campi, sorti in Germania, vi furono quelli di Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen, Flossenbürg, Ravensbrücks, che fu un campo esclusivamente femminile e quello di Auschwitz-Birkenau, forse il più tristemente famoso (vi furono eliminati circa quattro milioni di persone, di cui oltre un milione di ebrei), dopo la conquista della Polonia. A partire dal 1942 in questi campi venne attuata la “soluzione finale”, che aveva come scopo l’annientamento fisico degli ebrei (vedi Shoah), ma che coinvolse anche altre razze considerate “inferiori”. A questo scopo furono attrezzati nuovi campi di sterminio ubicati in Polonia: Chelmno (già funzionante dal dicembre del 1941), Belzec, Sobibór, Treblinka. Coloro che non venivano eliminati al momento stesso dell’arrivo nei campi o che rientravano in particolari categorie di internati erano costretti a estenuanti lavori forzati.
Oggi nel campo di Mauthausen, eretto a luogo commemorativo delle vittime della Shoah, si trova un museo. All’ingresso del campo di concentramento, sulla destra, si estende una lunga muraglia che ora è ribattezzata “muro del pianto”. Sotto di essa si allinearono Barzan, Bernardini, Dalla Vigna, Gagliardo, Girotto, Greggio, Rocca, Sartori, con coloro che avevano viaggiato nello stesso trasporto. Forse erano vicini, forse si potevano solo scorgere, tra volti sconosciuti.
Come accadeva a tutti i prigionieri vennero sottoposti alle consuete umilianti procedure di ingresso. Dopo una doccia fredda, vennero depilati e disinfettati. Poi, fu consegnato loro un nuovo numero di identificazione, nel seguente ordine: Barzan Luciano, 113888; Bernardini Alfredo, 113896; Dalla Vigna Enrico, 113963; Gagliardo Tranquillo, 113980; Girotto Luciano, 113991; Greggio Dino, 113992; Rocca Settimio, 114088; Sartori Idelmino, 114101. Alla fine ad ognuno fu consegnata una leggera camiciola per coprirsi (le divise tradizionali erano finite) e furono sistemati nelle baracche.
E’ a questo punto che gli 8 di Monselice vennero divisi e mandati a lavorare in luoghi diversi. Alcuni, tra cui Barzan, Dalla Vigna, Bernardini e Rocca, si ritrovarono a Gusen. Altri, come Girotto e Greggio, finirono a Melck e a Ebensee. Da questi luoghi, dove si adoperavano in mansioni di fatica, avrebbero dovuto tornare a Mauthausen la sera, per dormire. Spesso, però, non accadeva. Nel frattempo si erano probabilmente persi di vista, ad eccezione, forse, dei tre che lavoravano a Gusen.
Quando furono troppo malati per continuare a svolgere un lavoro, vennero abbandonati nel “campo sanitario”. Concepito come infermeria, si era poi trasformato in un luogo dove malati di ogni sorta venivano lasciati a morire, senza alcuna assistenza o supporto. Se, pur ancora sani, deperivano fino al punto di non poter più essere sfruttati, venivano mandati a morire, nelle camere a gas. La testimonianza di Franco Busetto, in questo stesso volume, ci descrive la vita dei prigionieri con stupefacente realismo.
In questi crudeli modi, trovarono la morte gli otto ragazzi di Monselice. Barzan Luciano si spense a Gusen il 29 marzo 1945; Bernardini Alfredo morì a Mauthausen, il 13 marzo 1945; Dalla Vigna Enrico fu ucciso a Gusen, il 3 febbraio 1945; Gagliardo Tranquillo morì a Mauthausen l’11 aprile 1945; Girotto Luciano morì a Melck, il 21 febbraio 1945; Greggio Dino scomparve il 18 aprile 1945 a Ebensee; Rocca Settimio morì a Gusen il 3 febbraio 1945; Sartori Idelmino morì a Mauthausen, il 20 aprile 1945.
Un tragico finale per loro, colpevoli forse di aver sognato un’Italia libera e democratica. Spetta ora a noi far conoscere alle giovani generazioni il loro eroico coraggio affinchè simili prevaricazioni non abbiano a ripetersi mai più. Dalle nostre indagini sembra che non abbiano compiuto importanti azioni militari e forse i loro sogni di giovani ventenni si sono intrecciati nel peggiore dei modi con la cieca furia omicida promossa dalle ideologie di quel periodo storico.
I processi del Dopoguerra, alla ricerca della verità
Con la fine della guerra iniziarono anche i processi per quanti avevano compiuto gravi reati durante il fascismo. Il primo a pagare con la vita fu il capitano della Guardia Nazionale Repubblicana di Monselice Gaetano Meneghini, che fu fucilato dai partigiani a Piacenza D’Adige mentre cercava scampo nella fuga. Lo stesso podestà di Monselice Bruno Barbieri fu arrestato ad Abano Terme, come abbiamo indicato altrove.
Il processo contro Giuseppe Zerbetto
Il principale responsabile dell’arresto dei 29 garibaldini, Giuseppe Zerbetto, fu arrestato il 29 aprile 1945 dai partigiani Erminio Pippa, Danilo Gialain ed Enrico Marcolongo. Costoro durante il processo accusarono, tra l’altro, lo stesso Zerbetto (nato a Monselice il 17 aprile 1909) di aver tentato di corromperli durante il suo trasferimento nella sede monselicense del CLN. La corte straordinaria d’Assise di Padova, in data 15 febbraio 1946, dopo aver sentito un gran numero di testimoni, condannò a 10 anni di reclusione Giuseppe Zerbetto, ritenendolo colpevole di “collaborazione coi nazi-fascisti per aver in quel di Monselice favorito i disegni politici del nemico invasore facendo il nome dei garibaldini che vennero arrestati e internati in Germania, alcuni dei quali deceduti in prigionia”. In definitiva, secondo la sentenza, egli era il responsabile della morte degli 8 monselicensi deportati nei campi di sterminio tedeschi. Successivamente la corte superiore di cassazione con sentenza del 12 dicembre 1946 dichiarò estinto il reato in amnistia (Legge Togliatti).
Il processo contro Raffaele Cursio e Primo Callegaro.
Analogo destino attendeva i due responsabili delle brigate nere monselicensi: Raffaele Cursio e Primo Callegaro. Molti testimoni ancora ricordano le loro malefatte riassunte nella sentenza emessa il 27 dicembre 1946 dalla corte d’Assise di Padova. Riassumendo: Cursio Raffaele, nato a San Marco in Lamis (Foggia) il 5 gennaio 1920, e Callegaro Primo, nato a Monselice il 30 luglio 1911 erano accusati del reato di “collaborazione col tedesco invasore per avere, in epoca successiva all’8 settembre 1943 …. favorito le operazioni militari del nemico nuocendo a quelle delle forze armate dello Stato italiano. Inoltre, erano accusati di aver “partecipato a rastrellamenti, arresti e perquisizioni, in danno agli elementi della Resistenza, sottoponendo gran parte di essi a sevizie prolungate ed efferate”.
Il Cursio era accusato “di aver cagionato la morte del partigiano Orlandini Girolamo, di Santi Pietro, di Carta Antonio” e di avere, il 22 ottobre 1944 in Monselice, distrutto con le fiamme i mobili della casa del partigiano Sergio Zerbetto e fatto violenza ai suoi occupanti. E infine, del sequestro di persona per avere, in “epoca successiva all’8 settembre 1943, in Monselice ed altrove, con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale Forlin Orlando, Scarparo Fedora, Tognin Fortunato, Piva Angelo, Tognin Giovanni, Augusto ed Enrichetta, Bregolin Primo, Sattin Bruno, Spagna Luigina, Miotto Vittorio ed altri, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso di essi”.
Il Callegaro, inoltre, era accusato singolarmente di aver “privato, in epoca successiva all’8 settembre 1943, in Monselice ed altrove, della libertà personale Girotto Clemente, Biasiolo Silvio, Temporin Armando, ed altri, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso di essi”.
Il Cursio ed il Callegaro insieme erano imputati di concorso nel delitto di tentato omicidio “per avere il 12 agosto 1944 in Monselice, allo scopo di cagionare la morte di Capuzzo Guglielmo, colpito il medesimo con diversi colpi di arma da fuoco, non raggiungendo l’intento per circostanze indipendenti dalla loro volontà; di concorso nel delitto di rapina aggravata e continuativa per essersi, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso in concorso tra di loro e per procurarsi un ingiusto profitto impossessati con violenza il 18 ottobre 1944 in Monselice, di indumenti personali e soldi sottraendoli a Girotto Luigi, Ponchia Danilo e Sturaro Giuseppe; di concorso nel delitto di sequestro di persona aggravato e continuato per avere in concorso fra di loro in data successiva all’8 settembre 1943, in Monselice ed altrove, con più atti esecutivi di un medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale: Capuzzo Guglielmo, Sturaro Giuseppe, Ponchia Danilo, Moro Luigi e Giuseppe, Forlin Orlando, Guglielmo Bruno, Giorgio Angelo, Barollo Alessandro, Bergamasco Antonio, Fasolato Guglielmo, Schivo Ettore, Sattin Rino, Pegoraro Primo, nonché i garibaldini di Monselice, tra cui Bernardini Alfredo e Tiberio, Baveo Ottavio, Sartori Idelmino, Gagliardo Tranquillo, Gialain Danilo, Rebato Radames, Girotto Dante e Luciano, che furono tutti deportati in Germania, donde essi non hanno fatto ritorno, agendo con crudeltà e adoperando sevizie prolungate ed efferate verso le persone degli arrestati”.
Abbiamo pubblicato interamente la lunga serie di reati compiuti dai due imputati per documentare, soprattutto per i più giovani, il clima di terrore che si era instaurato a Monselice e analogamente nell’Italia settentrionale dall’8 settembre 1943 al maggio 1945. Tutti i fatti contenuti in questo opuscolo devono essere letti avendo ben presenti queste circostanze.
Tralasciamo la descrizione dei reati non pertinenti con la nostra indagine. Diamo spazio solo alla denuncia del Girotto, relativa alla perquisizione compiuta il 18 ottobre 1944, al momento dell’arresto dei 29 garibaldini. Secondo la denuncia citata, Cursio e Callegaro si presentarono nella casa di Luigi Girotto, con vari altri militi armati, e, minacciando il teste e i familiari, legarono i suoi due figlioli Dante e Luciano (poi deportati in Germania e non più tornati). Il giorno dopo gli stessi Cursio e Callegaro, con gli altri militi, e sempre minacciando con le armi che avevano indosso, erano tornati nella casa dei Girotto, asportando molti oggetti personali (coperte di lana, fazzoletti, 2 valige vuote e perfino una vestaglia da donna). Il Collegio ha ritenuto perciò provata la violenza fatta da persone armate e il delitto di rapina ed ha ritenuto equa la pena per ciascuno degli imputati di anni cinque di reclusione e di lire diecimila di multa. Il Collegio giudicante ritenne il Cursio, infine, colpevole del delitto di collaborazione col tedesco invasore e nella forma più grave di collaborazione militare. “Numerosi testi hanno confermato la multiforme attività del Cursio esplicatasi in rastrellamenti, perquisizioni, catture di partigiani e di sbandati. […] Di numerose altre catture di partigiani si rende colpevole il Cursio, e principalmente di quella di 29 partigiani del gruppo garibaldino di Monselice, che, arrestati il 18 ottobre 1944, furono quasi tutti deportati in Germania, e ben nove di essi, come numerosi testi hanno confermato in udienza, morirono fra stenti e martiri. […]”.
Sulle perverse personalità del Callegaro e Cursio credo siano sufficienti le indicazioni fornite dalla sentenza.