I processi al termine della Seconda Guerra Mondiale a Monselice

 

 

Cap. X

I  PROCESSI DEL DOPOGUERRA AI FASCISTI DI MONSELICE

fa parte del libro

Monselice nella seconda guerra mondiale. Storie di soldati di donne e di partigiani dalla monarchia alla repubblica, disponibile in formato PDF  [clicca qui…]

 

 

Con la fine della guerra iniziarono i processi per quanti avevano compiuto gravi reati durante il fascismo. Dopo il primo severo giudizio dei partigiani che, in alcuni casi, regolarono per le vie brevi i torti subiti, toccava ora alla giustizia ordinaria completare il lavoro. Con l’ex federale Primo Cattani fallirono la prima e la seconda, non quella ‘divina’ che a modo suo pareggiò i conti.

Il primo a pagare con la vita fu il capitano della gnr Gaetano Meneghini, fucilato dai partigiani a Piacenza D’Adige mentre cercava scampo nella fuga. Lo stesso podestà di Monselice Bruno Barbieri fu arrestato ad Abano Terme, come abbiamo indicato altrove.

Ricordiamo però che molti usufruirono della ‘legge Togliatti’ ovvero dell’amnistia varata dal ministro della Giustizia pro-tempore Palmiro Togliatti il 22 giugno 1946 per porre fine agli orrori della guerra civile. La nuova legge di fatto cancellava i reati di quanti  avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana o che avevano collaborato con l’occupante nazista macchiandosi di delitti politici. Togliatti voleva chiudere in fretta con il passato e affrontare la grave crisi economica del dopoguerra.

Alla caccia dei partigiani traditori

Con il ritorno dei partigiani deportati nei lager tedeschi emersero le prime gravi responsabilità e i nomi dei traditori che circolavano da tempo di bocca in bocca più o meno segretamente. I due capi partigiani Antonio Girotto e Alvise Breggiè, diventati spie dei tedeschi nel novembre 1944, era già stati uccisi. Il primo a Pozzonovo a colpi di mitra esplosi da un fascista il 27 marzo, il secondo il 26 aprile 1945 durante uno scontro a  fuoco con i tedeschi davanti alla sua abitazione situata in via Gambarare 40, alcuni però sostengono che sia stato ucciso dai partigiani. Giuseppe Zerbetto fu arrestato e rinviato a giudizio, mentre rimanevano  da verificare Fabio Bellini e Alfio Rossi.

Commentando la notizia della morte di Antonio Girotto il parroco della Stortola precisò che faceva parte “dei cosiddetti partigiani i quali non erano altro che dei … ladri armati razziatori”: un giudizio pesante che immaginiamo frutto anche di esacerbanti contrapposizioni politico-ideologiche (Valandro).

 

Il processo contro Giuseppe Zerbetto

Uno dei principali responsabili dell’arresto dei 29 garibaldini fu Giuseppe Zerbetto, nato a Monselice il 17 aprile 1909. Fu bloccato il 29 aprile 1945 dai partigiani Erminio Pippa, Danilo Gialain ed Enrico Marcolongo. La corte straordinaria d’Assise di Padova, il 15 febbraio 1946, dopo aver sentito un gran numero di testimoni, lo condannò a 10 anni di reclusione ritenendolo colpevole di “collaborazione coi nazi-fascisti per aver in quel di Monselice favorito i disegni politici del nemico invasore facendo il nome dei garibaldini che vennero arrestati e internati in Germania, alcuni dei quali deceduti in prigionia”. In definitiva, secondo la sentenza, egli era il responsabile della morte degli 8 monselicensi deportati nei campi di sterminio tedeschi.

 Il processo contro i fascisti Raffaele Cursio e Primo Callegaro

Analogo destino attendeva i due responsabili delle brigate nere monselicensi Cursio Raffaele, nato a San Marco in Lamis (Foggia) il 5 gennaio 1920, e Callegaro Primo, nato a Monselice il 30 luglio 1911. Nella sentenza emessa il 27 dicembre 1946 furono accusati del reato di

 << collaborazione col tedesco invasore per avere, in epoca successiva all’8 settembre 1943 … favorito le operazioni militari del nemico nuocendo a quelle delle forze armate dello Stato italiano >>.

 

Inoltre, erano accusati di aver “partecipato a rastrellamenti, arresti e perquisizioni, in danno agli elementi della resistenza, sottoponendo gran parte di essi a sevizie prolungate ed efferate”. Cursio in particolare era accusato “di aver cagionato la morte dei partigiani Orlandini Girolamo, Santi Pietro e Carta Antonio” e di  avere, il 22 ottobre 1944 in Monselice, distrutto con le fiamme i mobili della casa del partigiano Sergio Zerbetto e fatto violenza ai suoi occupanti. E ancora, di sequestro di persona “privando della libertà personale Forlin Orlando, Scarparo Fedora, Tognin Fortunato, Piva Angelo, Tognin Giovanni, Bregolin Primo, Sattin Bruno, Spagna Luigina, Miotto Vittorio ed altri, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso di essi”.

Il Cursio ed il Callegaro insieme erano, inoltre, imputati del tentato omicidio di Capuzzo Guglielmo e di furti vari, effettuati durante un rastrellamento nelle abitazioni di Girotto Luigi, Ponchia Danilo e Sturaro Giuseppe; di concorso nel delitto di sequestro di persona per avere privato della libertà personale: Capuzzo Guglielmo, Sturaro Giuseppe, Ponchia Danilo, Moro Luigi e Giuseppe, Forlin Orlando, Guglielmo Bruno, Giorgio Angelo, Barollo Alessandro, Bergamasco Antonio, Fasolato Guglielmo, Schivo Ettore, Sattin Rino, Pegoraro Primo, nonché dei garibaldini di Monselice, tra cui Bernardini Alfredo e Tiberio, Baveo Ottavio, Sartori Idelmino, Gagliardo Tranquillo, Gialain Danilo, Rebato Radames, Girotto Dante e Luciano, che furono tutti deportati in Germania, “donde essi non hanno fatto ritorno, agendo con crudeltà e adoperando sevizie prolungate ed efferate verso le persone degli arrestati”.

Abbiamo pubblicato interamente la lunga serie di reati compiuti dai due imputati per documentare, soprattutto per i più giovani, il clima di terrore che si era instaurato a Monselice e analogamente nell’Italia centro settentrionale dall’8 settembre 1943 al maggio 1945.

Il collegio giudicante infine ritenne Cursio colpevole del delitto di collaborazione col tedesco invasore e nella forma più grave di collaborazione militare. La corte accertò che “numerosi testi hanno confermato la multiforme attività del Cursio esplicatasi in rastrellamenti, perquisizioni, catture di partigiani e di sbandati. […] tra questi anche i 29 partigiani del gruppo garibaldino di Monselice […]”.

Dopo oltre un’ora di ritiro in camera di Consiglio la Corte pronunciò la sentenza con la quale giudicò Cursio colpevole di collaborazione grave, di omicidio aggravato e continuato e di rapina e lo condannò alla pena dell’ergastolo (commutata per effetto del decreto di amnistia e di indulto a 30 anni di reclusione) alla confisca di 1/3 del patrimonio al risarcimento dei danni e delle spese anche per la parte civile.

 

E’ vivo o morto l’ex gerarca Primo Cattani ?

Il 25 gennaio 1947 il Gazzettino titolava “E’ vivo o morto l’ex gerarca Primo Cattani, di 58 anni, residente a Battaglia Terme”, responsabile di una lunga serie di reati tra cui l’uccisione di Pietro e Nerino Cavalletto da Castelbaldo. Nei giorni del processo presso il cimitero di Arquà Petrarca fu rinvenuto il suo corpo in avanzata fase di decomposizione, tanto che non fu possibile riconoscerlo ufficialmente perche anche il volto era stato bruciato dalla calce. Il giallo si tinse di nero. Chi aveva interesse a far trovare in quei giorni il corpo del gerarca, morto secondo alcuni il 29 maggio 1946 per mano dei partigiani a Vicenza ? La legge prevedeva che la morte del colpevole facesse terminare il processo, ma il presidente del tribunale pensando si trattasse di tranello decise di continuare nel giudizio. La corte d’Assise, dopo qualche giorno e precisamente il 7 febbraio, lo condannò a morte mediante fucilazione, ritenendolo responsabile di gravi crimini compiuti nel periodo fascista. Vivo o morto che fosse, la sua fine era comunque segnata.

A far luce sul mistero ci ha pensato Roberto Valandro nella sua ultima opera I secoli di Monselice. In sintesi Valandro ci svela gli ultimi mesi di vita del Cattani, nascosto dai familiari presso un isolato casolare di umili contadini nel territorio di Arquà Petrarca. Per mesi il gerarca visse in un granaio uscendo solo di sera nel tentativo di sottrarsi alla giustizia degli uomini. Ma il buon Dio ci mise una mano e in un giorno d’estate il gerarca “fece un colpo”: morì cioè di morte naturale. Fu subito sepolto dalle persone che lo avevano ospitato per non incorrere nelle temute rappresaglie dei partigiani. Nei giorni del processo il suo corpo fu riesumato e fatto ritrovare presso il cimitero della città del Petrarca, volendo in tal modo far sospendere le indagini e attenuare la pressione fisico-psicologica sui familiari.

SCHEDA di Paolo BONALDI su Cattani
Lo storico Paolo Bonaldi presenta il suo saggio Storia del vicefederale Primo Cattani, capo delle Brigate nere a Monselice (1943-’45), Tratto dalla rivista Terra e Storia.
Originario del Parmense, Cattani nasce nel 1888. Perito elettromeccanico, nel gennaio del 1916 arriva a Battaglia come capotecnico della Società Adriatica di Elettricità (SADE).
Nel 1919 aderisce al movimento fascista simpatizzando, per più di vent’anni, con la sua ala rivoluzionaria e sindacale. Pubblica sul quotidiano padovano «Il Veneto» numerosi articoli nei quali ripropone l’idea di un fascismo rivoluzionario, anticapitalista e repubblicano. Diventa uno stretto collaboratore del maestro Giovanni Alezzini, ex socialista di Arquà che nel 1925 è nominato segretario federale di Padova. Nel 1922 è eletto sindaco di Battaglia rimanendo in carica fino al febbraio del 1926.
Poco dopo si trasferisce a Monselice, dove tra l’altro si adopera per la nascita di una fabbrica di marmellate, assumendo importanti responsabilità sindacali. Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò, diventando responsabile delle locali Brigate nere. Attivo nei rastrellamenti e nelle rappresaglie ordinate da tedeschi e fascisti, coinvolto nell’eccidio di Castelbaldo del luglio 1944, come risulta dalla sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise Speciale che lo condanna a morte nel febbraio del 1947.
La sua fine è rimasta a lungo misteriosa. Nel cimitero di Arquà si trova la sua tomba che indica come data della morte il 20 agosto del 1946. In realtà, Cattani risultò ufficialmente latitante per quasi due anni, ma prima della condanna definitiva il suo cadavere venne fatto trovato vicino al cimitero di Arquà per far cessare le indagini su quanti avevano favorito la sua clandestinità.
Lo storico Paolo Bonaldi ha lavorato a lungo nella ricostruzione della figura di Cattani, ricavandone un apprezzato saggio.

 

 

Commissione d’epurazione comunale

Terminata la guerra, iniziarono ovunque le indagini per individuare quanti avevano compiuto crimini durante il periodo fascista. Già il 29 aprile il CLN monselicense sospese dal servizio alcuni dipendenti comunali: Gori Belisario (assistente tecnico); Ietri Pietro (capo dei vigili); Sigolo Augusto; Trivellato Oreste (economo comunale) e il segretario capo del comune Francesco Dal Bosco. La notifica precisò che erano “da considerarsi in licenza straordinaria per tempo indeterminato, senza pregiudizio della vostra posizione giuridica ed economica”.

Il 22 giugno il sindaco e il segretario comunale furono invitati ad intervenire ad una riunione in pretura, per avviare i processi contro coloro che avevano commesso “delitti fascisti”. Il 28 luglio, concluse le prime rapide indagini, vennero denunciate per ulteriori indagini alla commissione provinciale d’epurazione le maestre: Forlin Scaldola Eleonora, Malipiero Luigia  e Malipiero Dorotea.

L’attenzione era oramai rivolta al futuro: bisognava ricostruire il paese e ridare speranza e un lavoro a quanti erano tornati dalla guerra. Monselice ricominciava a vivere grazie all’impegno di tutti: donne, giovani, vecchi e bambini che avevano offerto con la loro resistenza passiva numerosi esempi d’eroismo, sottaciuti e quasi sempre sconosciuti, ma che avrebbero alimentato il coraggio di riprendere il cammino, di sgombrare le macerie anche culturali e di indicare la via della libertà e della democrazia.


AGGIORNAMENTO

Storia del vicefederale Primo Cattani, capo delle Brigate nere a Monselice (1943-’45), saggio di Paolo Bonaldi

Originario del Parmense, Cattani nasce nel 1888. Perito elettromeccanico, nel gennaio del 1916 arriva a Battaglia come capotecnico della Società Adriatica di Elettricità (SADE). Nel 1919 aderisce al movimento fascista simpatizzando, per più di vent’anni, con la sua ala rivoluzionaria e sindacale. Pubblica sul quotidiano padovano «Il Veneto» numerosi articoli nei quali ripropone l’idea di un fascismo rivoluzionario, anticapitalista e repubblicano. Diventa uno stretto collaboratore del maestro Giovanni Alezzini, ex socialista di Arquà che nel 1925 è nominato segretario federale di Padova. Nel 1922 è eletto sindaco di Battaglia rimanendo in carica fino al febbraio del 1926.

Poco dopo si trasferisce a Monselice, dove tra l’altro si adopera per la nascita di una fabbrica di marmellate, assumendo importanti responsabilità sindacali. Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò, diventando responsabile delle locali Brigate nere. Attivo nei rastrellamenti e nelle rappresaglie ordinate da tedeschi e fascisti, coinvolto nell’eccidio di Castelbaldo del luglio 1944, come risulta dalla sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise Speciale che lo condanna a morte nel febbraio del 1947. La sua fine è rimasta a lungo misteriosa. Nel cimitero di Arquà si trova la sua tomba che indica come data della morte il 20 agosto del 1946. In realtà, Cattani risultò ufficialmente latitante per quasi due anni, ma prima della condanna definitiva il suo cadavere venne fatto trovato vicino al cimitero di Arquà per far cessare le indagini su quanti avevano favorito la sua clandestinità.


 

 

INDICE GENERALE DEI CAPITOLI CON LINK

Roberto Valandro, Introduzione  [ Clicca qui…]

I. Premessa. Monselice dal 1922 al 1937.  [ Clicca qui…]

II. Anno 1938. Dalla guerra di Spagna alle leggi razziali.    [ Clicca qui…]

III. Anno 1939. I grandi lavori promossi da Vittorio Cini.    [ Clicca qui…]

IV. Anno 1940. La visita del Duce a Monselice.    [ Clicca qui…]

V. Anno 1941. La protesta del Mazzarolli: tra pane e polenta.    [ Clicca qui…]

VI. Anno 1942. La rivolta delle donne.  [ Clicca qui…]

VII. Anno 1943. I tedeschi occupano Monselice   [ Clicca qui…]

VIII. Anno 1944. Formazione della resistenza armata    [ Clicca qui…]

IX. Anno 1945. La Liberazione di Monselice    [ Clicca qui…]

X. I processi del dopoguerra ai fascisti di Monselice     [ Clicca qui…]

XI. Ricordando la Shoah. Ida Brunelli, una monselicense tra i ‘Giusti’ d’Israele    [ Clicca qui…]

XII. I caduti monselicensi durante la seconda guerra mondiale. Ricordo e appartenenza per non dimenticare  [ Clicca qui…]

Vedi anche:

Soldati  monselicensi morti nei campi di concentramenti (IMI)       [ Clicca qui…]

Soldati di Monselice decorati al valor militare durante la 2° guerra mondiale  [ Clicca qui…]

 

 


© 2025 a cura di Flaviano Rossetto

Vedi anche:

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